Il Portogallo ha compiuto un passo significativo nel campo della salute e dei diritti delle donne, introducendo per legge il congedo mestruale per chi soffre di endometriosi e adenomiosi. Una misura concreta che garantisce fino a tre giorni di assenza giustificata al mese, senza ricadute economiche o scolastiche. Una scelta che riconosce la sofferenza reale di molte donne e che rompe un tabù troppo a lungo ignorato.

L’innovativa legge sul congedo mestruale

La norma, approvata grazie all’iniziativa di un partito politico progressista e sostenuta da diverse forze parlamentari, sancisce il diritto delle donne a non dover più nascondere il dolore mestruale invalidante. Chi è affetta da endometriosi o adenomiosi può assentarsi fino a tre giorni al mese senza necessità di presentare ogni volta un certificato medico. È sufficiente la diagnosi clinica, riconosciuta ufficialmente. La misura non comporta riduzioni salariali, né penalizzazioni di alcun tipo sul piano lavorativo o scolastico. Si tratta di una vera e propria svolta che legittima la sofferenza di migliaia di donne.

Un passo verso la parità e la salute pubblica

La legge non si limita a garantire l’assenza retribuita. Prevede anche l’accesso facilitato a diagnosi, cure specialistiche e percorsi terapeutici attraverso il sistema sanitario nazionale, che dovrà adottare linee guida cliniche entro 90 giorni. Sono, inoltre, previsti rimborsi per i farmaci prescritti e, per chi lo necessita, l’opportunità di accedere alla crioconservazione degli ovociti. Questa attenzione sistemica dimostra come il dolore femminile venga finalmente inserito in un discorso più ampio sulla salute pubblica e sulla qualità della vita.

La Spagna come apripista sul congedo mestruale

Anche la Spagna aveva già aperto la strada nel 2023, con l’introduzione di un congedo mestruale retribuito per dolori invalidanti. In quel caso, però, il permesso era subordinato a un certificato medico e riservato a patologie riconosciute come endometriosi. Il primo bilancio, a un anno dall’entrata in vigore, è stato piuttosto modesto: poche richieste, per via della limitata applicabilità e della paura di discriminazioni. Molte donne hanno confessato di non aver mai formalizzato il proprio dolore con una diagnosi o di temere conseguenze professionali nel farlo. Una dimostrazione di quanto il cambiamento normativo debba essere accompagnato anche da un’evoluzione culturale.

Cosa succede in Italia

Al di là di Spagna e Portogallo, in Europa le esperienze simili restano isolate. Esistono pochi casi, spesso su iniziativa locale o aziendale. In altri continenti, invece, alcuni Paesi asiatici sono da tempo più avanti. Giappone, Indonesia, Corea del Sud e Taiwan hanno introdotto leggi sul congedo mestruale già alla fine degli anni ’40. L’esempio orientale dimostra che il riconoscimento di queste esigenze non solo è possibile, ma anche efficace quando sostenuto da un quadro normativo chiaro e duraturo. Nel nostro Paese, il tema resta ancora in sospeso. Non esiste attualmente una normativa nazionale che tuteli il diritto al congedo mestruale. Negli ultimi anni sono state presentate proposte di legge che non hanno però superato l’iter parlamentare. Secondo una recente indagine, circa un terzo delle donne italiane soffre di dolori mestruali ricorrenti e intensi, tali da compromettere la quotidianità. Eppure, a oggi, nessuna misura strutturale è stata messa in campo per tutelarle.

Quanto costerebbe il congedo mestruale?

Uno studio elaborato da due enti italiani ha stimato il costo di una misura analoga a quella spagnola. Se lo Stato si limitasse a coprire solo la parte contributiva per quella fascia di popolazione femminile che soffre di dolori invalidanti durante il ciclo, la spesa ammonterebbe a circa 228 milioni di euro. Una cifra che, nel bilancio generale della sanità pubblica, risulta sostenibile e giustificata dal potenziale impatto positivo in termini di benessere sociale e produttività.