Fare tamponi serve a contenere l’epidemia

25 03 2020 di Eleonora Lorusso
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Fare molti tamponi è una strategia vincente perché fa emergere i casi asintomatici, i tanti che pur avendo il COVID-19 non stanno male e possono contagiare inconsapevolmente

Solo un paio di settimane fa il nostro Paese è balzato al centro dell’attenzione mondiale come Paese con più contagi da coronavirus dopo la Cina. La CNN mostrò al pubblico una cartina che indicava come i casi di COVID-19 partissero dall’Italia per propagarsi al resto dell’Europa.

Per spiegare quei numeri così alti si disse che in Italia si erano fatti tantissimi tamponi, si era testata una larga parte della popolazione in Lombardia e Veneto. E quindi i contagiati erano stati individuati più precocemente rispetto ad altri Stati che ancora non si erano mossi.

Adesso, invece, si dice che in Lombardia i tamponi fatti sono troppo pochi, e occorrerebbe aumentare il numero per far emergere i casi asintomatici, quelli di coloro che hanno il COVID-19 senza stare male e magari continuano a uscire di casa, contagiando altre persone. Dunque, troppi o troppo pochi?

Tamponi: da troppi a troppo pochi (in Lombardia)

L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è tornata a chiedere di aumentare il numero di tamponi per individuare i cosiddetti «pazienti fantasma», i casi asintomatici, veicolo di nuovi contagi involontari. A un mese dallo scoppio dell’epidemia, in Lombardia ne sono stati effettuati circa 50mila, a fronte dei 57mila del Veneto, che però conta circa la metà della popolazione e soprattutto ha puntato proprio su un aumento dei test, anche drive-thru, effettuati direttamente in auto. I numeri dicono che ad oggi la Lombardia è ancora in emergenza, con una media di 90 positivi ogni 100mila abitanti, mentre migliora la situazione in Veneto (36,2 ogni 100mila abitanti). Allora, un maggior numero di test aiuta a contenere il contagio?

«Sì, avendone i mezzi, ma al momento si è data la precedenza al personale medico e sanitario e questo non è affatto un errore, anzi» risponde Fortunato D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità. Una voce fuori dal coro è però rappresentata da un altro epidemiologo, Pierluigi Lopalco, docente di Igiene a Pisa e responsabile della task force sul coronavirus in Puglia, secondo cui un tampone negativo potrebbe anche essere frutto del fatto che è stato eseguito con una tempistica sbagliata, magari troppo presto.  

Il "caso Lombardia” e come leggere i dati

«Il rapporto di un malato certificato ogni 10 non censiti è credibile» ha spiegato il Capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli. Questo significa, allora, che i contagiati in Italia non sarebbero 63mila, bensì circa 600mila, un numero esorbitante. D’accordo anche il virologo Fabrizio Pregliasco, secondo cui in Lombardia i contagi sarebbero sottostimati e pari, nella realtà, a 10 volte tanto. Non per nulla la quantità di casi lombardi è definita da Borrelli “soverchiante”. Come si spiegano questi dati e quelli della letalità, che in Lombardia (9,6% al 20 marzo) risulta ben al di sopra della media non solo cinese (1/2%), ma anche di altre regioni come il Veneto (1,1%)?

«La situazione andrebbe letta in un altro modo. La letalità molto alta dipende anche dal fatto che in questo momento i numeri riflettono la situazione negli ospedali, dove arrivano malati gravi, alcuni dei quali non ce la fanno. Se potessimo, con la bacchetta magica, conoscere l’esatto numero dei contagiati da coronavirus – compresi quelli lievi, che magari sono a casa o sono asintomatici e vanno in giro – la letalità sarebbe inferiore. Sono in molti, infatti, a non essersi neppure rivolti al medico: con febbre o tosse potrebbero aver pensato a un semplice raffreddore o influenza, invece magari era COVID-19» spiega D’Antona.

Perché in Germania non muore (quasi) nessuno

Se il confronto tra Lombardia e Veneto fa emergere situazioni differenti, quello con la Germania è impietoso: a fronte di migliaia di contagiati, il tasso di letalità è persino inferiore a quello cinese, fermo allo 0,3%. Come si spiega? Secondo gli esperti possono influire più fattori: i giovani, in larga parte infettati ma in maniera lieve, escono di casa prima rispetto agli italiani, dunque si riducono le occasioni di contagio nei confronti dei parenti più anziani; un altro aspetto riguarda poi il numero di terapie intensive (28.000 posti, a fronte dei circa 5.000 complessivi in Italia) che potrebbero aver contribuito a salvare più vite. Infine va considerato il sistema di calcolo: «O non contano tutte le vittime come decessi da coronavirus oppure fanno più tamponi. È difficile dirlo. Di sicuro in Spagna, dove hanno adottato procedure analoghe alle nostre e hanno una struttura sanitaria simile, i numeri sono ben altri» commenta D’Ancona.

I test sono molto utili

La strada da seguire, dunque, sembra quella dell’aumento dei controlli tramite tamponi a tappeto, non solo su chi presenta sintomi, ma possibilmente anche su chi esce da casa, magari per andare al lavoro, perché potrebbe essere asintomatico, ma pur sempre contagioso. «Il Veneto gode di un vantaggio temporale rispetto alla Lombardia: è stato colpito meno nella primissima fase e si è potuto organizzare diversamente. La strategia di aumento dei test è corretta, insieme a quella degli esami anticorpali che si stanno incrementando in Veneto. Non servono nell’immediato per la diagnosi, ma ci saranno utili tra diversi mesi, magari tra un anno, per conoscere l’esatta diffusione del contagio, perché ci permettono di capire chi è entrato in contatto con la malattia e ha sviluppato gli anticorpi» conclude l’epidemiologo.

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