Scienziata donna laboratorio medicina

E se i vaccini curassero anche i tumori?

È molto più che un’ipotesi. Li stanno mettendo a punto nei laboratori all’avanguardia e tra qualche anno i vaccini potrebbero rappresentare un punto di svolta contro il cancro. Ce lo racconta qui un ricercatore in prima linea

Ogni volta che si sente parlare di una nuova scoperta contro il cancro si accendono le speranze. Ed è così anche adesso mentre i media annunciano nuovi vaccini per i tumori. Diciamolo subito: la parola vaccino può far pensare a qualcosa che previene il problema ma questo è diverso. Si usa quando la malattia c’è già.

«Attualmente i vaccini terapeutici, così si chiamano, sono ancora oggetto di ricerca» esordisce Michele Maio, direttore del Centro di Immuno-Oncologia al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena e presidente del Network Italiano per la Bioterapia e l’Immunoterapia dei Tumori, una vera autorità in materia. «Ma i tempi sono maturi e se i risultati sono quelli che speriamo, tra qualche anno questi farmaci speciali entreranno nella pratica clinica».

Intanto ci sono i primi pazienti che li sperimentano. Perché, come ci ha raccontato il professor Maio, il desiderio di avere un’arma in più è così forte da spingere gli stessi malati a chiedere di essere coinvolti nella ricerca.

I vaccini terapeutici

Partiamo dalla notizia, professore: i ricercatori che hanno formulato la vaccinazione a RNA anti-Covid hanno annunciato che tra 5 anni ci saranno vaccini per 14 tipi di tumore: è proprio così?
«Probabilmente sì, ma aspettiamo a lanciare messaggi così forti. Stiamo percorrendo la strada giusta, questo è innegabile, e in effetti gli studi in corso riguardano diversi tipi di vaccini: a RNA, simili appunto a quelli anti-Covid in uso ora, ma anche di tipo proteico, cellulare, virale. E uno degli obiettivi delle ricerche in corso è proprio quello di valutare pro e contro delle diverse tipologie. Si ipotizza che non ci sarà un unico agente terapeutico adatto a tutte le forme tumorali, ma bisogna ancora capirlo».

Ma come agiscono i vaccini terapeutici?
«Puntano a un bersaglio ben preciso, che è l’antigene espresso dal tumore, cioè una sostanza che produce la cellula malata e che la differenzia dalle cellule normali. La particolarità è che questa sostanza si può trovare anche nel sangue e quindi può segnalare la presenza della malattia. È un meccanismo che conosciamo bene, ma sappiamo altrettanto bene che le cellule oncogene riescono a organizzarsi in modo da moltiplicarsi, senza farsi riconoscere dal sistema immunitario. Il vaccino prende letteralmente per mano le cellule immunitarie che difendono l’organismo e le conduce dall’antigene. Che diventa il nostro “cavallo di Troia” per arrivare al tumore e sterminarlo».

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Come funzionano i vaccini anticancro

Non è la stessa azione dell’immunoterapia?
«Non del tutto. Grazie all’immunoterapia abbiamo capito che va sfruttata l’eccezionale capacità del nostro sistema immunitario di combattere il cancro, questo è indubbio, ma da qui in poi, le ricerche hanno preso due strade diverse. Gli immunoterapici arrivano come uno tsunami nell’organismo, per preparare il terreno ad altre terapie come la chemio o altri farmaci. Il vaccino, invece, si comporta come se stesse conducendo una partita di fioretto con la malattia. E, con un’azione lenta, poco alla volta arriva al tumore e lo mette ko».

Questo significa che il vaccino ha tempi lunghi prima di cominciare a dare i suoi effetti?
«È necessario perlomeno qualche mese, per iniziare a “educare” il sistema immunitario e questo è un dato importante. Perché ci indirizza sul paziente più indicato a beneficiare del vaccino. Per esempio, può essere adatto a chi ha già subìto un intervento di asportazione del tumore, mentre in genere non va bene per chi ha una forma molto avanzata, magari con metastasi che progrediscono rapidamente. Per questi malati c’è l’immunoterapia che, come le dicevo, agisce più rapidamente».

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Le vaccinazioni classiche di solito prevedono più dosi e richiami magari a distanza di anni: è così anche per questa?
«Non proprio. Come la maggior parte dei vaccini anche questo si somministra sottocute o intramuscolo. Per il resto, è diverso. In genere dopo un periodo più ravvicinato di somministrazioni, che possono essere anche settimanali, si passa a una dose ogni 3-4 settimane. Non esiste un protocollo che definisca la durata massima, dipende da tante variabili e, in primo luogo, da come risponde il tumore».

Ci sono tipi di tumori su cui gli studi sono più avanti?
«Le ricerche oggi riguardano tutte le forme tumorali, ma su alcuni tipi, come seno, melanoma, fegato e prostata siamo in una fase un po’ più avanzata. Ora ci stiamo spingendo oltre. Per esempio abbiamo in corso studi per capire se il vaccino può agire sull’alterazione genetica alla base del tumore, indipendentemente dall’organo colpito».

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Lo stile di vita può aiutare a combattere i tumori

Lo stile di vita può dare una mano al vaccino terapeutico?
«Sappiamo, per l’esperienza maturata con gli immunoterapici, che la composizione del microbiota gioca un ruolo importante nel riaccendere il sistema immunitario intorpidito dalle cellule tumorali e questo è un ulteriore ambito di ricerca. Intanto, mentre questi studi proseguono, possiamo già dare un consiglio valido per tutti e che si può seguire da subito: nello stile di vita eliminiamo il fumo e inseriamo la dieta mediterranea, con pochi grassi animali, ma anche un’attività fisica moderata ogni giorno».

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2 vaccini anticancro sono già disponibili

Le ricerche sul vaccino terapeutico accendono molte speranze ma in realtà ci sono già 2 vaccini anticancro capaci di tenere lontano il rischio di alcuni tumori.
Vaccinazione anti-HPV. Previene circa 9 tumori su 10 della cervice uterina, della vulva e della vagina nella donna, del pene nell’uomo, dell’ano e del cavo orale in entrambi i sessi. Si può eseguire a qualsiasi età, ma viene consigliata a 12 anni, prima che inizi l’attività sessuale, principale veicolo di trasmissione del Papilloma virus.
Vaccinazione anti-epatite B. Elimina il rischio di contrarre l’infezione e di sviluppare negli anni una forma cronica della malattia che può degenerare in carcinoma del fegato. È consigliabile per tutti ed è obbligatorio dal 2017 per i nuovi nati.

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