«Il tennis è una relazione» dice Tashi Duncan, prodigio del tennis in ascesa interpretata da Zendaya nel meraviglioso Challengers di Luca Guadagnino. Il tennis è una relazione che mette in campo le emozioni. Si lancia e rilancia, si risponde ai colpi, si cerca lo spazio dove infilare la palla, ci si sforza di non superare i confini, si cerca la presa impossibile, si misurano i propri limiti e quelli dell’altra persona, ci si arrabbia, si piange, si esulta, si grida. Nel campo si è soli di fronte all’altro/a, la tensione è assoluta, si gioca in due come in una relazione d’amore, ci si cerca, ci si confronta, non c’è riposo, e la gente intorno scompare. «Nei 15 minuti in cui abbiamo davvero giocato eravamo come due innamorati. Siamo andate in un altro posto» spiega bene Tashi in una scena del film.

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Challengers è una sfida continua

Challengers significa sfidanti, ma nel gergo del tennis la Challenger è anche una serie di tornei maschili per giocatori di seconda fascia dove sono ammessi i fuoriclasse senza disputare i turni preliminari. Il film di Guadagnino inizia così, con due uomini sul campo azzurro (sono Art/Mike Fist e Patrick/Josh O’Connor), ghiaccio e fuoco, che si stanno battendo “all’ultimo respiro” e in mezzo lei, Tashi Duncan, spettatrice sul palco d’onore perché in fondo quel match è per lei. La musica è di quelle techno che battono il tempo, salgono, annunciano il climax, accompagnano il montaggio sincopato delle immagini: primi piani, battute, campi e controcampi, palle in soggettiva che arrivano come proiettili, gambe che si muovono.

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In Challengers c’è tanto cinema

Non so se Luca Guadagnino, il regista, e Justin Kuriztkes lo sceneggiatore, hanno letto Open di Andre Agassi (del resto chi non ha letto quel libro stupendo?) ma so che c’è la stessa rabbia, la stessa passione, lo stesso modo di raccontare lo scontro in campo, la sofferenza, persino la formazione nella scuola di tennis da adolescenti, le vesciche e i dolori curati dal fisioterapista, le stanze d’albergo, i palazzetti, i circoli, la tennista che diventa consigliera e coach. Di sicuro però c’è tanto cinema in questo film: il triangolo amoroso di Jules e Jim di François Truffaut, lo stesso amore verso gli attori, le relazioni come le metteva in campo Bernardo Bertolucci in Ultimo tango a Parigi o The dreamers, lo sguardo, la capacità di spostarsi avanti e indietro nella storia, i flashback e i flashforward.

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Challengers: la trama

Già campione di incassi anche negli Usa, la storia di Challengers gira intorno a Tashi, Art e Patrick. Dopo un’infortunio Tashi, che vediamo promessa star del tennis, diventa allenatrice. Il tennis è tutto per lei, fuori e dentro il campo, è quello che la muove, che pretende dagli altri. Non ammette errori. Da giovane incontra Art e Patrick, amici inseparabili, anche loro tennisti: si mette in mezzo – «ma non sono una sfascia famiglie» dice – e infatti non si sfasciano ma tutto si complica, inizia il loro intreccio. Si fidanza con Patrick, si sposa poi con Art che grazie a lei diventa un campione. Patrick diventa uno “sbandato” del tennis, irregolare, impulsivo come è sempre stato, ma fuoco sul campo. Art è invece stanco, non ne vuole più sapere del tennis e lei cerca di riportarlo ai massimi livelli, di infondergli di nuovo la passione, di convincerlo a continuare a battersi per lei. È lei che conduce il gioco mentre i due sono sul campo. «Sei innamorato di me?» chiede a Art. «Chi non lo sarebbe?» risponde lui ormai soggiogato dalla passione che lei infonde.

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Un film che ti avvolge

Challengers è un film sull’amore e sull’amicizia, sulle relazioni e sulle dinamiche che scatenano. È un film in crescita, di tensione, tono, passione. Ed è come una relazione amorosa anche con lo spettatore, un aggrovigliarsi di baci (come in una scena che vi sorprenderà), un film dove persino il sudore dei giocatori in campo è come se lo avessi addosso anche tu, lo senti scorrere sulla tua pelle. Guadagnino ti prende e ti avvolge, e ti trascina in un match col grido finale di Tashi: «C’mon!!!».

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