La domanda è rimasta la stessa dal 7 agosto 1990: chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? Aveva 21 anni quando venne trovata morta nell’ufficio di via Carlo Poma, a Roma, dove quel pomeriggio era andata a lavorare. Da allora il suo omicidio ha attraversato decenni di indagini, sospetti, perizie e processi. Eppure nessuno è stato condannato in via definitiva per il delitto.
Una storia sulla quale torna anche Carlo Lucarelli nella nuova serie Misteri dimenticati – Blu notte. Ma, 36 anni dopo, il caso non appartiene soltanto alla memoria della cronaca italiana: la Procura di Roma ha ancora un fascicolo aperto contro ignoti.
Simonetta Cesaroni e quel pomeriggio del 7 agosto 1990
Simonetta Cesaroni aveva 21 anni e lavorava come impiegata. Il 7 agosto 1990 si trovava negli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, in via Poma, nel quartiere Prati di Roma.
Quel pomeriggio doveva svolgere alcune mansioni amministrative. Quando non rientrò a casa, la famiglia cominciò a preoccuparsi. Il suo corpo venne ritrovato quella sera nell’ufficio dove aveva lavorato.
L’autopsia restituì un quadro brutale: Simonetta fu colpita con 29 coltellate inferte con un’arma da taglio a lama singola. Nonostante la violenza dell’aggressione, i rilievi esclusero l’ipotesi di una violenza sessuale. Un dettaglio che colpì subito gli investigatori fu l’assenza di alcuni indumenti intimi e dei fuseaux che la ragazza indossava, insieme alla sua borsa e alle chiavi: elementi probabilmente portati via dall’assassino per cancellare tracce biologiche o beni compromettenti.
Cominciò così una delle indagini più lunghe e controverse della cronaca giudiziaria italiana. Gli investigatori cercarono di ricostruire chi potesse trovarsi nell’edificio e chi avesse avuto la possibilità di raggiungere Simonetta.
Nel corso degli anni l’attenzione investigativa si è concentrata su diverse persone. Ma sospetti, piste e ipotesi non hanno portato all’individuazione giudiziaria dell’assassino. È una distinzione fondamentale: essere stati coinvolti negli accertamenti non significa essere responsabili del delitto.
La vicenda ha continuato ad attirare attenzione anche per le molte domande rimaste aperte. Chi entrò nell’ufficio? Simonetta conosceva il suo assassino? E quali elementi raccolti sulla scena possono ancora parlare, dopo tanto tempo?
La prima pista e il dramma di Pietrino Vanacore
Nei primissimi giorni successivi al delitto, i sospetti si concentrarono su Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma, che fu tra i primi a trovare il corpo senza vita di Simonetta insieme al datore di lavoro.
Vanacore fu fermato, trattenuto per quasi un mese e poi scarcerato per totale mancanza di indizi, venendo successivamente prosciolto. La sua figura è rimasta legata a doppio filo al mistero del palazzo anche per un tragico epilogo: nel marzo del 2010, alla vigilia della sua deposizione nel processo a carico di Raniero Busco, Vanacore fu trovato morto suicida nelle acque del fiume Fiora, un evento che scosse profondamente l’opinione pubblica.
All’inizio degli anni Novanta fu vagliata anche la posizione di Federico Valle, nipote di un inquilino dello stabile, la cui posizione fu tuttavia completamente archiviata.
Il processo a Raniero Busco e l’assoluzione definitiva
Molti anni dopo il delitto, l’attenzione giudiziaria si concentrò su Raniero Busco, che all’epoca era il fidanzato di Simonetta.
Il 26 gennaio 2011 la Corte d’Assise di Roma lo condannò in primo grado a 24 anni di reclusione. Il processo sembrò rappresentare una possibile svolta in un caso che aveva già attraversato oltre vent’anni di indagini.
La vicenda giudiziaria, però, cambiò direzione nel grado successivo. Il 27 aprile 2012 la Corte d’Assise d’appello di Roma assolse Busco. Il 26 febbraio 2014 la Cassazione confermò quell’assoluzione in via definitiva.
Nelle motivazioni depositate successivamente, la Suprema Corte chiarì un punto decisivo: non esistevano prove in grado di attribuire a Busco l’omicidio. I giudici ritennero, inoltre, insostenibile una parte della ricostruzione accusatoria relativa a un presunto morso sul corpo e all’interpretazione delle tracce biologiche.
L’assoluzione di Busco non significò, però, che fosse stato individuato un altro responsabile. Il delitto tornava così al suo interrogativo iniziale. La stessa Cassazione rilevò che nella vicenda rimanevano ancora «punti oscuri».
È uno dei passaggi essenziali per comprendere perché il caso continui a far discutere. Esiste una verità giudiziaria molto precisa su Busco: è stato definitivamente assolto. Non esiste invece, ancora oggi, una sentenza che stabilisca chi abbia ucciso Simonetta Cesaroni.
Perché il delitto di via Poma è ancora senza un colpevole
Trentasei anni sono un tempo enorme per un’indagine. Nel caso di Simonetta Cesaroni, inoltre, il trascorrere degli anni si è sommato a una vicenda investigativa particolarmente complessa.
Le numerose piste seguite non hanno prodotto elementi sufficienti per arrivare a una condanna definitiva. Anche le prove scientifiche hanno avuto un ruolo controverso. Alcuni elementi che sembravano decisivi durante il processo di primo grado contro Busco non hanno retto nei successivi gradi di giudizio.
Nel frattempo il caso ha accumulato una quantità enorme di testimonianze, perizie e ricostruzioni. Proprio questa stratificazione rende necessario separare i fatti giudiziariamente accertati dalle ipotesi nate nel corso degli anni.
La domanda «chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?» non può quindi essere risolta scegliendo una delle tante teorie circolate intorno al caso. La risposta, sul piano giudiziario, semplicemente non c’è ancora.
Ed è forse questo uno dei motivi per cui il delitto di via Poma continua a occupare uno spazio così particolare nella memoria collettiva. Non c’è soltanto un crimine irrisolto. C’è una giovane donna entrata in ufficio in un pomeriggio d’agosto e una famiglia che, dopo più di tre decenni, non ha ancora ottenuto una risposta definitiva su chi l’abbia uccisa.
Le nuove indagini sulla morte di Simonetta Cesaroni
La storia giudiziaria del caso, tuttavia, non si è fermata alla sentenza della Cassazione.
Nel marzo 2022 la Procura di Roma ha aperto una nuova indagine per omicidio volontario contro ignoti. Il procedimento nacque dopo un esposto dei familiari di Simonetta. Gli investigatori tornarono sugli atti e ascoltarono diversi testimoni. Nel 2023 la Procura chiese l’archiviazione, ritenendo che gli accertamenti non avessero prodotto elementi utili per proseguire.
La vicenda prese un’altra direzione nel dicembre 2024. Il gip di Roma respinse la richiesta di archiviazione e dispose ulteriori approfondimenti. La riapertura di un’inchiesta a distanza di molti anni non è un caso isolato. Nuovi elementi possono riportare davanti ai magistrati vicende che sembravano ormai consegnate al passato, come mostrano il caso Garlasco e altri celebri fascicoli tornati sotto i riflettori.
Tra gli accertamenti indicati figuravano nuove audizioni e verifiche su aspetti rimasti controversi nelle precedenti indagini.
Le verifiche sono proseguite anche nel 2026. Secondo RaiNews, sono stati confrontati i profili genetici di otto persone mai indagate prima con tracce ricavate dai reperti conservati. Il peso delle analisi scientifiche nei casi riaperti è emerso recentemente anche nella nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, dove gli accertamenti sul Dna sono tornati al centro dell’attenzione.
Gli esami effettuati a giugno hanno dato esito negativo. Il fascicolo della Procura di Roma, però, risulta ancora aperto contro ignoti.
È un dettaglio che cambia anche il modo di raccontare oggi il delitto di via Poma. Non siamo soltanto davanti a un cold case consegnato agli archivi. Gli strumenti scientifici consentono di tornare su reperti raccolti 36 anni fa e di verificare ipotesi che all’epoca non potevano essere esplorate nello stesso modo.
Questo non significa che una soluzione sia vicina. Gli ultimi confronti genetici hanno escluso le persone sottoposte a verifica e non hanno dato un nome all’assassino. Significa, però, che la ricerca della verità giudiziaria non si è ancora fermata.
Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?
A questa domanda, oggi, non esiste una risposta accertata dalla giustizia. Raniero Busco, l’unica persona arrivata a processo per l’omicidio, è stato assolto definitivamente. Le altre piste investigate nel corso degli anni non hanno condotto a una condanna.
È anche per questo che il caso continua a essere raccontato, analizzato e discusso. Misteri dimenticati – Blu notte torna sul delitto nella nuova serie condotta da Carlo Lucarelli, insieme ad altre vicende irrisolte della cronaca italiana. Il rapporto tra cronaca e televisione continua del resto a riportare alla luce storie lontane nel tempo. È accaduto anche con il caso di Silvana Aru raccontato da Un giorno in Pretura, tornato all’attenzione del pubblico molti anni dopo i fatti.
Ma al di là delle trasmissioni televisive e delle ricostruzioni, resta un fatto molto semplice. Simonetta Cesaroni aveva 21 anni quando venne uccisa. Sono trascorsi 36 anni e nessuna sentenza ha ancora stabilito chi le abbia tolto la vita.
Le nuove indagini mostrano che quella domanda non appartiene soltanto al passato. È ancora una domanda aperta.