And the Oscar goes to… La busta si apre, la platea trattiene il fiato. Un attimo di silenzio e poi il responso: il vincitore si alza tra gli applausi, dà un bacio o due e sale sul palco. E lì comincia la parte più imprevedibile della serata: il discorso di ringraziamento. C’è chi taglia corto (come Yul Brynner, premiato per Il re ed io nel 1956: «Spero non sia un errore perché non lo restituirò per niente al mondo») e chi si lascia travolgere dall’entusiasmo (vedi Roberto Benigni, Oscar nel 1999 per La vita è bella: «È meraviglioso essere qui, è come se mi fossi tuffato in un oceano di generosità!»). Con in mano quella statuetta di quasi 4 chili, si ringrazia la mamma e il regista. Ma c’è anche chi condivide emozioni e convinzioni, dando vita a momenti diventati cult. In attesa degli speeches del 2026, abbiamo selezionato 8 memorabili discorsi agli Oscar.
Sandra Bullock per The Blind Side

Ironia, gratitudine e un lungo omaggio alla madre. Quando Sandra Bullock ritira l’Oscar come miglior attrice del 2010 per The Blind Side, rompe il ghiaccio guardando la statuetta: «Me lo sono davvero meritato o vi ho semplicemente sfiancati?». Poi il pensiero corre a tutte le mamme «che si occupano dei bambini a prescindere da dove arrivano», e alla sua, di mamma, morta dieci anni prima. «Non l’ho ringraziata, e vorrei prendermi un momento per farlo… grazie per non avermi permesso di salire in macchina con i ragazzi fino ai 18 anni. Grazie per avermi fatto studiare ogni giorno il pianoforte, la danza e qualsiasi cosa volessi. E infine grazie per aver insegnato a noi figlie che non esiste razza, religione, classe sociale, colore o orientamento sessuale che renda qualcuno migliore di un altro. Meritiamo tutti di essere amati».
Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club

Elegantissimo, la giacca dello smoking color latte e il sorriso che non ce n’è per nessuno, nel 2014 Matthew McConaughey vince l’Oscar per Dallas Buyers Club. È il culmine di quella che i media chiamano la “McConaissance”, la seconda vita artistica dell’attore che, dopo anni di commedie romantiche, si è reinventato con ruoli più intensi. Il suo discorso prende una piega quasi filosofica quando rivela chi è il suo eroe: «Sono da sempre io tra dieci anni. Così ogni giorno, ogni settimana, ogni mese e ogni anno della mia vita il mio eroe è dieci anni più avanti. Non lo raggiungerò mai. Ma questo va bene: mi dà qualcuno da inseguire». Prima di lasciare il palco, con la statuetta in mano, aggiunge: «Alright, alright, alright!», la battuta diventata nel tempo il suo marchio di fabbrica.
Halle Berry per Monster’s Ball

La notte degli Oscar 2002 entra nella storia quando viene chiamato il nome di Halle Berry come miglior attrice protagonista per Monster’s Ball : è la prima donna afroamericana a vincere nella categoria. Sul palco arriva in lacrime, tremando. «Questo momento è molto più grande di me» dice cercando di riprendere fiato. «È per Dorothy Dandridge, Lena Horne, Diahann Carroll (tre leggende di Hollywood degli anni 40-60)». Poi allarga lo sguardo: «È per tutte le donne di colore senza nome e senza volto che ora hanno una possibilità. Questa porta stasera è stata aperta». La voce si spezza, l’emozione la travolge: «Non posso credere che questo stia succedendo davvero».
Joaquin Phoenix per Joker

Più che un semplice discorso di ringraziamento, un manifesto contro ogni forma di sopruso. Quando Joaquin Phoenix vince l’Oscar come miglior attore del 2020 per Joker, parla di privilegi e responsabilità: «Il dono più grande che mi è stato concesso è l’opportunità di dare voce a chi non ce l’ha». Le lotte per l’uguaglianza, spiega, sono tutte collegate: «Quando parliamo di disparità di genere, razzismo, diritti LGBTQ e rispetto per gli animali, stiamo parlando di combattere l’ingiustizia». Poi denuncia il nostro rapporto con la natura: «Deprediamo le sue risorse, prendiamo il latte che sarebbe destinato al vitello e lo mettiamo nel caffè. Crediamo di essere il centro dell’universo… Io sono stato egoista, a volte crudele, una persona difficile con cui lavorare: sono grato che molti di voi in questa sala mi abbiano dato una seconda possibilità». E conclude ricordando il fratello River, morto a 23 anni nel 1993, che gli scrisse: «Corri in soccorso con amore, e seguirà la pace».
Patricia Arquette per Boyhood

Dopo i ringraziamenti di rito, Patricia Arquette cambia registro. Sul palco degli Academy Awards del 2015, dove vince come miglior attrice non protagonista per Boyhood, trasforma il suo discorso in un appello urgente. Brandendo un foglietto su cui ha scritto la lista delle persone da non scordare, dedica l’Oscar a «ogni donna che ha dato alla luce i contribuenti e i cittadini di questa nazione. Abbiamo lottato per i diritti di tutti gli altri. Adesso è il nostro turno di ottenere l’uguaglianza salariale una volta per tutte, è tempo che negli Stati Uniti le donne abbiano pari diritti». Meryl Streep esulta gridando «Yes!» e Jennifer Lopez applaude con entusiasmo da stadio.
Sean Penn per Milk

«Grazie disgraziati amanti degli omosessuali!». Sean Penn apre così il discorso agli Academy Awards nel 2009, quando vince come miglior attore protagonista per Milk, il film che racconta la storia di Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay eletto in California. Dopo i ringraziamenti ai colleghi (e aver ammesso: «So quanto è difficile per tante persone apprezzarmi»), punta dritto al tema dei diritti civili. «È il momento che chi ha votato per vietare i matrimoni tra persone dello stesso sesso si vergogni» suggerisce, facendo riferimento al referendum “Proposition 8” che, qualche mese prima, aveva ribaltato una sentenza della Corte Suprema della California a favore delle unioni omosessuali. «Dobbiamo avere pari diritti per tutti» afferma, e conclude con una battuta sul neo-eletto Barack Obama: «Sono molto, molto orgoglioso di vivere in un paese che sceglie un uomo tanto elegante come presidente».
Kate Winselt per The Reader

Dopo cinque nomination senza vittoria, nel 2009 tocca finalmente a Kate Winslet: Oscar per il drammatico The Reader. Emozionatissima, l’attrice apre il discorso con una confessione irresistibile: «Mentirei se dicessi che non ho mai provato questo discorso prima. Avevo più o meno 8 anni, mi mettevo davanti allo specchio del bagno e questo era il flacone dello shampoo…». Una pausa, un’occhiata alla statuetta: «Adesso non è il flacone dello shampoo!». Tra risate e applausi ringrazia chi l’ha accompagnata lungo il percorso – amici, colleghi, la famiglia – poi cerca qualcuno tra il pubblico: «Mia padre è da qualche parte in questo auditorium. Papà, fai un fischio, perché non so bene dove sei!». Dalla platea arriva subito la risposta, l’attrice ride, manda un bacio e si ritrasforma in quella bambina di 8 anni, con lo shampoo in mano.
Robin Williams per Good Will Hunting

Quando pronunciano il nome di Robin Williams agli Academy Awards del 1998, la platea sa già che sul palco non salirà un oratore convenzionale. Oscar come miglior attore non protagonista per Good Will Hunting, Williams apre con una battuta che è insieme ironia e stupore: «Forse è la prima volta che resterò senza parole». Poi passa a ringraziare i due giovani autori e protagonisti del film, Ben Affleck e Matt Damon, premiati per la miglior sceneggiatura originale scritta a 25 e 27 anni: «Sto ancora aspettando di vedere le carte d’identità…». Subito dopo ricorda il padre «lassù», che quando gli confidò di voler fare l’attore commentò: «Fantastico, basta che tu abbia un lavoro di riserva tipo il saldatore». E autoironico come sempre, ringrazia i suoi fan «per essere così discreti, quasi subliminali».