«Incanta con un’interpretazione sublime» la celebra la critica mondiale. Confermano il Critics Choice Award e il Golden Globe già conquistati e la nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista. In Hamnet. Nel nome del figlio, ora al cinema, Jessie Buckley è Agnes, moglie di William Shakespeare, interpretato da un altrettanto meraviglioso – anche se non è candidato all’Oscar, Paul Mescal.

Jessie Buckley vince l’83esima edizione dei Golden Globe Awards come miglior attrice in un film drammatico, “Hamnet”. Foto: IPA

Il nuovo film della regista Chloé Zhao (che nel 2021 ha vinto 2 Oscar, film e regia, per Nomadland) racconta dal punto di vista di lei uno degli episodi più tragici della vita della coppia: la morte del figlio Hamnet a 11 anni. Trauma lacerante, ma anche fonte di ispirazione di uno dei capolavori del drammaturgo del ’500, Amleto, in inglese Hamlet, quasi come il nome del loro bambino perduto. Incontriamo a Los Angeles la 36enne attrice irlandese, che dal talent show della Bbc I’d Do Anything, in cui a 17 anni si classificò seconda, alla corsa verso la statuetta – è ormai una star, senza che questo le abbia fatto perdere un grammo della sua vibrante umanità.

Come ha conosciuto Chloé Zhao?

«Ci siamo incontrate 3 anni fa al Telluride Film Festival: io ero lì per presentare Fingernails. Una diagnosi d’amore, lei per vedere delle pellicole. L’ho sempre ammirata, trovo che sia una donna straordinaria e che le sue opere siano molto coraggiose, riescono a toccare le corde più profonde della nostra anima. Mi ha chiesto se volevo fare un giro con lei sulla famosa funivia di Telluride. Abbiamo parlato di vita, di maternità, di Shakespeare… Una conversazione molto filosofica! Siamo entrambe donne forti, che spesso trasmettono un’immagine dura, ma sotto sotto abbiamo bisogno di tenerezza. Tra noi è subito scattata una fiducia istintiva. Il modo di lavorare di Chloé, volendo rappresentarlo con una metafora, è un atto primordiale: avviene attorno a un fuoco dove le persone liberano qualcosa che custodiscono dentro di sé».

Non è la prima volta che lavora a un progetto su Shakespeare.

«Vero. Ho recitato a teatro in The Winter’s Tale con Kenneth Branagh e Judi Dench. Judi è una continua fonte d’ispirazione. Nonostante abbia 91 anni, è instancabile, un esempio di vitalità».

Con lei e altri attori sta promuovendo un’iniziativa per gli abitanti di Gaza.

«Sì. Mentre nella Striscia di Gaza le madri continuano a partorire in condizioni pericolose e antigieniche, quattro cliniche ostetriche mobili finanziate dall’Irlanda attendono da mesi al confine con l’Egitto. La nostra campagna chiede di consentirne l’ingresso».

Jessie Buckley è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista
Jessie Buckley in “Hamnet”. Foto: IPA.

Senza rivelare troppo, Hamnet è ricco di scene intense. Cosa l’ha colpita particolarmente?

«È una storia potente, devastante, rigenerante. Una storia sull’amore, la perdita e il dolore. Sintetizza tutto ciò che si prova da esseri umani: quanto sia enorme amare, quanto sia spaventoso perdere chi amiamo. Mi ha strappato il cuore, per poi ricucirlo. La relazione tra i protagonisti evolve da un amore profondo a un dolore altrettanto profondo, la disperazione è così grande che non sanno più sostenersi a vicenda. Alla fine si perdono per sempre».

Jessie Buckley: l’Irlanda, la musica, la recitazione

Parliamo di lei, adesso. Dove è cresciuta?

«A Killarney, in Irlanda. La nostra famiglia aveva un pub e un hotel nel centro della città. Mia madre è arpista e cantante. Un giorno suonava l’arpa in hotel e quello che sarebbe diventato mio padre le si avvicina dicendole: “Ciao, sono un poeta. Ti posso dedicare una poesia?”. E così si sono innamorati».

A casa era circondata dalla musica.

«Sono la prima di 5 figli e i miei genitori ci hanno incoraggiati a sperimentare tutte le forme d’arte. Allo stesso tempo, dato che si era in tanti, appena eravamo in grado, andavamo a lavorare. I miei ci hanno trasmesso solidi valori morali, abbiamo chiaro ciò che è importante nella vita, e per questo sono loro incredibilmente grata».

Qual è il suo primo ricordo legato alla musica?

«Mia madre ha studiato canto classico a Londra. Ma con 5 figli andare in tour era impossibile, quindi cantava per i gruppi di turisti e di studenti che venivano in Irlanda. In quel piccolo municipio nella contea di Kerry si esibiva con tutto il cuore, come se stesse cantando alla Carnegie Hall! Era magico vedere come il potere della musica riuscisse a unire persone di mondi lontani».

Ora vive in Inghilterra, nel Norfolk, e viaggia tanto per lavoro. Le manca l’Irlanda?

«Ogni giorno. La mia famiglia è molto importante per me, specialmente da quando sono diventata mamma (ha una bambina di 6 mesi con il marito Freddie, di cui si sa solo che lavora nel campo della salute mentale, ndr). Non vedo l’ora che mia figlia segua la tradizione di famiglia: ogni volta che celebriamo una festa a casa dei miei genitori, cantiamo e suoniamo. Siamo un po’ come i Von Trapp di Tutti insieme appassionatamente» (sorride, ndr).

E quando ha scoperto la recitazione?

«Ho iniziato a scuola: era un istituto femminile e, non so perché, a me davano sempre i ruoli maschili! (ride, ndr). Ma non avrei mai pensato di poter diventare attrice. Quando mi sono trasferita a Londra, alcuni amici mi hanno offerto un corso di quattro settimane su Shakespeare alla Royal Academy Dramatic Art e in quel momento ho capito che non potevo più tornare indietro. Non riuscivo a credere quanto le sue parole fossero potenti, ricche di significato, utili per imparare qualcosa di nuovo su noi stessi. Ero andata a Londra per studiare canto, poi sono stata coinvolta nel mondo dello spettacolo e alla fine ho trovato un lavoro come cantante jazz. La scuola di canto era una vera istituzione, con docenti molto esigenti, mentre io volevo vivere la vita dei ragazzi della mia età, ubriacarmi al pub il venerdì sera… Ho capito che lì non c’era spazio per me, quindi mi sono dedicata alla recitazione».

Avere una formazione musicale aiuta con i dialoghi shakespeariani?

«Senz’altro. C’è una musicalità nei testi della sue tragedie che devi assorbire profondamente. Se non lo fai, perdi qualcosa. Tutte le opere di Shakespeare racchiudono le esperienze più intense dell’essere umano. Sono una fonte di ispirazione e riflessione per me, che di ogni personaggio che interpreto cerco di mettere in luce l’umanità».