Ci sono storie che nascono davanti a una pagina bianca. Altre cominciano molto prima, dentro esperienze che restano silenziosamente con noi per anni. Per Sarah Friedland, Familiar Touch appartiene alla seconda categoria. Prima di raccontare Ruth, un’ottantenne alle prese con la perdita della memoria e l’ingresso in una struttura assistenziale, la regista americana aveva conosciuto da vicino quella realtà.
L’aveva incontrata nella propria famiglia e nel lavoro come caregiver di persone anziane. Esperienze che, insieme alla sua formazione nella danza e nella coreografia, hanno contribuito alla nascita di un film delicato sull’invecchiamento, sull’identità e sui tanti modi in cui continuiamo a comunicare quando le parole cominciano a mancare.
“Familiar Touch”, la storia personale dietro il film di Sarah Friedland
All’origine di Familiar Touch, in onda venerdì 25 settembre su Rai3, c’è anche una persona molto vicina a Sarah Friedland: sua nonna paterna. La donna sviluppò una forma di demenza e, con il progredire della condizione, diventò sempre meno verbale.
Friedland proveniva da una famiglia che attribuiva grande importanza alle parole e all’eloquio. Notò così qualcosa che avrebbe lasciato un segno profondo nel suo modo di pensare alla memoria.
Più diminuiva la capacità della nonna di esprimersi verbalmente, più chi le stava intorno tendeva a considerarla meno presente. La futura regista, però, vedeva qualcosa di diverso.
Sua nonna continuava a comunicare. Lo faceva attraverso il tatto, il corpo e persino il ritmo con cui si dondolava. Cambiava il linguaggio, insomma, ma non necessariamente la presenza della persona.
È un’intuizione che attraversa Familiar Touch. Ruth non viene raccontata soltanto attraverso ciò che dimentica. Il film osserva anche quello che sente, desidera e comunica attraverso il corpo.
Per questo sarebbe impreciso dire che Ruth sia semplicemente la nonna di Friedland trasferita sullo schermo. Il film non è una ricostruzione biografica. Ma l’esperienza familiare ha, invece, contribuito alla sensibilità con cui la regista ha costruito il personaggio e il suo mondo.
Sarah Friedland e il lavoro come caregiver
La storia familiare non è l’unico incontro di Friedland con l’invecchiamento e la perdita della memoria. Prima di realizzare il suo primo lungometraggio, lavorò anche come caregiver per artisti anziani.

Quell’esperienza le permise di osservare da vicino una realtà spesso raccontata soprattutto dalla prospettiva di familiari e assistenti. Nei film sulla demenza, ha spiegato la regista, la persona che perde la memoria rischia di apparire semplicemente «persa».
Con Ruth voleva cambiare punto di osservazione. Familiar Touch resta, infatti, vicino alla sua protagonista. Non si concentra soltanto sul deterioramento cognitivo, ma anche sulla dimensione fisica e sensoriale della sua esperienza.
C’è poi un altro elemento importante: la volontà di Ruth. La protagonista desiderava vivere da sola e non immaginava necessariamente la convivenza con il figlio e la nipote come soluzione alla propria fragilità.
Friedland mette così al centro anche l’autonomia di una donna anziana. La necessità di ricevere assistenza non cancella automaticamente desideri, preferenze e capacità di scelta. E il cinema contemporaneo sta interrogando sempre più spesso anche i pregiudizi legati all’età e all’invecchiamento, come ha fatto The Substance portando sullo schermo il tema dell’ageismo.
Da questa prospettiva nasce anche una riflessione più ampia sulla cura. Dare e ricevere aiuto non appartengono soltanto alla vecchiaia. Sono esperienze che, in forme diverse, attraversano tutta la vita.
Come è nato “Familiar Touch”
La gestazione di Familiar Touch è stata lunga. Friedland ha raccontato di avere iniziato a lavorare alla storia quando era ancora studentessa al college, inizialmente quasi come un esperimento.
Il suo background non era, infatti, quello tradizionale di una sceneggiatrice. Veniva dalla danza, dalla coreografia e dallo studio del movimento. All’inizio pensava alla sceneggiatura soprattutto come a una scrittura di dialoghi. Poi cambiò prospettiva.
Si rese conto che una sceneggiatura può descrivere anche corpi, gesti, spostamenti e movimenti della macchina da presa. La prima versione di Familiar Touch prese così una forma vicina, per alcuni aspetti, a una partitura coreografica.
Questa origine aiuta a capire perché il corpo abbia tanto spazio nel film. Un gesto può raccontare ciò che una frase non riesce più a dire. Un movimento può diventare memoria, desiderio o rifiuto.
Il progetto continuò a trasformarsi negli anni. Passò anche dalla Berlinale Talents Script Station, dove Friedland ebbe l’occasione di confrontarsi con professionisti e colleghi.
La regista ha ricondotto l’intero percorso a circa 15 anni, considerando anche le prime sperimentazioni nate durante gli studi. Il risultato non è soltanto un film sulla demenza. È un racconto sull’invecchiare, sulla cura e sulle relazioni di interdipendenza che accompagnano ogni età.
Una vera casa di riposo diventa il set del film
Anche il luogo scelto per girare Familiar Touch racconta molto del metodo di Sarah Friedland. Il film è stato realizzato all’interno di una vera struttura per anziani in California, coinvolgendo residenti e operatori.
La collaborazione, però, è andata oltre la semplice presenza davanti alla macchina da presa.
Nelle settimane precedenti alle riprese, Friedland e la produzione organizzarono un laboratorio dedicato al cinema. Residenti e personale poterono conoscere diversi aspetti della realizzazione di un film, dalla sceneggiatura alla regia, dalla recitazione ai ruoli tecnici.
Realizzarono anche propri cortometraggi e poterono capire quale attività li interessasse maggiormente. Quando iniziarono le riprese, alcuni parteciparono quindi non soltanto come interpreti, ma anche al lavoro della troupe.
Per Friedland era un modo concreto di mettere in discussione un pregiudizio sull’età. Le persone anziane non diventano automaticamente passive, incapaci di creare o prive di competenze. Una prospettiva che acquista ancora più peso se pensiamo a quanto il tema dell’assistenza agli anziani e delle Rsa incida oggi anche sulla vita delle famiglie italiane.
Chi è Sarah Friedland, la regista premiata a Venezia
Sarah Friedland è una regista e coreografa statunitense. Ha studiato alla Brown University e il rapporto tra cinema, arti visive, danza e movimento è diventato centrale nel suo lavoro.
Prima di Familiar Touch ha esplorato questi linguaggi anche attraverso diversi cortometraggi. Nella Movement Exercises Trilogy, composta da Home Exercises, Drills e Trust Exercises, il movimento diventa uno strumento per interrogare gli spazi e le relazioni.
Con Familiar Touch questa ricerca entra nel suo primo lungometraggio narrativo. Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2024 il film ha ottenuto importanti riconoscimenti. Quella stessa edizione della Mostra aveva acceso i riflettori anche sulle registe protagoniste del Festival di Venezia, con autrici provenienti da esperienze e cinematografie molto diverse.
Friedland ha ricevuto il Premio Orizzonti per la miglior regia. Familiar Touch ha inoltre conquistato il Leone del futuro – Premio Venezia opera prima «Luigi De Laurentiis». Kathleen Chalfant, interprete di Ruth, ha ricevuto il Premio Orizzonti per la migliore interpretazione femminile.
Ma per capire davvero il film, i premi raccontano soltanto una parte della storia.
Dietro Familiar Touch ci sono anni trascorsi a osservare il movimento, l’esperienza come caregiver e il ricordo di una nonna che continuava a comunicare quando le parole diventavano più rare.
È forse qui che la storia personale di Sarah Friedland incontra più profondamente quella di Ruth. Non perché le due vicende coincidano, ma perché condividono una domanda.
Quando memoria e linguaggio cambiano, quanto di una persona rimane riconoscibile agli occhi degli altri?
Familiar Touch non cerca una risposta definitiva. Prova piuttosto a cambiare il nostro punto di osservazione: invece di concentrarsi soltanto su ciò che scompare, guarda con attenzione ciò che rimane.