Ci sono due scene che hanno avuto una profonda influenza sulla me bambina, già amante dei fantasy prima di poterne comprendere a pieno la portata. La prima è quella di Peter Pan (il film del 2003), in cui Trilli viene rianimata da un coro di bambini che inneggiano: «Io credo nelle fate, lo giuro, lo giuro!». La seconda è de La Storia Infinita, il film del 1984, precisamente il dialogo sul valore della fantasia tra Mork e Atreiu.

«Laggiù siete costretti a far credere agli uomini che il nostro mondo non esiste», spiega il mostro Mork al bambino protagonista della vicenda. «Gli uomini, figliolo, vivono di idee. E quelle si possono guidare come si vuole».

Questo potere è l’unico che conti veramente. Non appena verrà il tuo turno […], diventerai anche tu un servo del potere, senza volontà e irriconoscibile. Chi lo sa a che cosa potrai servire. Forse servirà il tuo aiuto per indurre gli uomini a comperare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbidienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare.

L’immaginazione è un’arma, lo insegna il fantasy

Mi hanno insegnato una cosa fondamentale, che è ciò che per anni mi ha tenuta legata alla letteratura fantasy: il valore politico dell’immaginazione. Immaginare un mondo diverso non è un modo per allontanarsi dalla realtà, ma un esercizio di trasfigurazione che non richiede nessun Wingardium Leviosa. Non è possibile – nell’ambito del realismo – estrarsi dalla società in cui si vive per poterla confrontare con un’altra, così da riconoscerne le forze e le debolezze. Ma tramite la letteratura sì.

Una scena de La Storia Infinita (1984) – foto di Getty

Credere nelle fate, da grandi, non significa cercarle tra i fiori o praticare la Wicca. Vuol dire, piuttosto, mantenersi aperti alla sorpresa. All’ignoto. Fare pace con l’idea che non possiamo essere tutto ciò che esiste, che non siamo la forma più evoluta dell’essere: e chiedendoci cosa faremmo con un potere in più, con un dono, capiamo qualcosa su chi siamo. È il grande valore di saghe come quella di Harry Potter, Il Signore degli Anelli, del Mondo Emerso (di Licia Troisi), di Fablehaven (di Brandon Mull). Di tutti i libri che hanno affollato i miei primi comodini, e mi hanno accompagnato durante la preadolescenza.

La Storia Infinita, ovvero come non farsi trascinare nel Nulla

Allora, un po’ mi vergognavo di leggerne così tanti. Ricordo di mio padre che ne parla con gli amici, dicendo: «Legge tanto, ma sono tutti fantasy!», come a sottolineare che non fossero “letture vere”. Oggi che leggo i “libri veri”, penso che di dialoghi che hanno la portata, la sincerità, di quelle parole pronunciate da un mostro a un bambino ce ne siano ben pochi.

Per questo ora che La Storia Infinita torna al cinema con un evento speciale il 16, 17 e 18 novembre in versione restaurata, spero che torneremo ad affollare le sale. E a riflettere su quel monito.

In un mondo dove il nome del protagonista dell’opera di Michael Ende, l’Atreiu intento a liberare il mondo di Fantàsia dal Nulla (una forza inarrestabile che altro non è che una combinazione di odio e ignoranza volti ad asservirsi ad un potere dai valori superficiali e materialistici), viene utilizzato per la propaganda politica della Destra, andare al cinema a riguardare La Storia Infinita è quantomeno necessario. Così come lo sarà, il 19 novembre, tornare nel mondo distopico di Hunger Games per il prequel, L’alba sulla mietitura.

Draghi, fate, maghi e mondi diversi dal nostro sono opportunità per tenere gli occhi aperti. Ora che la verità è post-verità, e AI e fake news rendono impossibile distinguere tra reale e irreale, distinguere tra fantasia e manipolazione è una competenza necessaria, una forma di resistenza che diventa giorno dopo giorno una questione di sopravvivenza. Mai come prima d’ora: «Look at what you see».