«Parole come unità, solidarietà, fratellanza… Sono potenti, perché creano un’idea. Un’illusione». Lo dice Ho-seok (Sul Kyung-gu), il protagonista di Ga-neung-han sa-rang (Possible Love) di Lee Chang-dong. Un operaio licenziato da una delle più grandi aziende metalmeccaniche di Seoul anni prima, che come molti degli ex colleghi non si è mai ripreso: non solo per il trauma dovuto alla perdita della principale fonte di reddito, ma perché vi è seguito uno sciopero represso con la forza. La sua vicenda si scopre nel corso delle quasi tre ore del film, svelata attraverso gli occhi di una curiosa documentarista.

Il film, in concorso a Venezia 83 con anteprima oggi che sarà disponibile su Netflix dal 6 novembre ci porta nella Seoul dei grattacieli, del progresso tecnologico e dei ricchi in full Bottega Veneta. Non per farci sognare, ma per chiederci quale prezzo siamo disposti a pagare per quello che chiamiamo sviluppo. E, soprattutto, ci mostra quanto di quel prezzo stiamo già pagando. Proprio noi, che ci crediamo distanti da quelle storie, e invece ci siamo dentro fino al collo.

Di cosa parla Possible Love

Tre ore di film in coreano non sono per tutti, certo. Ma Possible Love è speciale, e molto più leggero del previsto. Non solo grazie ai tipici cambi di tono, che lo rendono persino divertente, o i flashback che permettono di immergersi nelle vite dei protagonisti. È la capacità dei dialoghi di far capire come quelle vicende siano così specifiche, così uniche, eppure immancabilmente universali. Perché quando si perde la fiducia nel sistema, si perde un tassello necessario per continuare a vivere bene, non solo a lavorare. Ci si sente soli, persi, inutili, e si finisce per perdere gli affetti, la dignità, l’empatia.

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Courtesy of Netflix © 2026

È quello che succede a Ho-seok, il protagonista del film, un padre di famiglia che non si è mai ripreso dal licenziamento. Dopo il suicidio di un ex collega, la curiosa documentarista Ye-ji (Cho Yeo-jeong) decide di raccontare la storia dello sciopero degli operai a partire dalle loro vite private di oggi. Dopo aver raccolto riprese in spazi comuni e interviste corali, propone a Ho-seok e alla moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon) di raccontare il loro vissuto. Mentre lei è propositiva, lui appare restio, ostile. E nel corso del film si capisce che la sua non è rabbia, ma un dolore così estremo da non sentirsi in grado di raccontarlo. Per non riviverlo, per non farsene divorare, per non deludere la moglie e il figlio.

Possible Love, dalla Corea del Sud arriva un’altra storia che ci mette a nudo

Presto, Ye-ji si affezione, e trova occasioni per unire questa famiglia così segnata alle vicende sue e del ricco marito Sang-woo (Zo In-sung). Convinta di poter capire meglio il loro vissuto passando più tempo insieme, ma cieca davanti alle barriere che li separano. Muri costruiti con l’orgoglio e la fatica, che permettono alle classi inferiori di mantenere la propria dignità davanti all’evidenza, davanti al loro sfruttamento o alla derisione. Che all’apparenza sono conseguenze dell’ignoranza e della rabbia, e invece sono solo un ultimo – patetico e forse inutile – tentativo di sopravvivere.

Possible Love (L to R) Jeon Do-yeon as Mi-ok, Cho Yeo-jeong as Ye-ji in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Dopo il successo di film come Parasite e No Other Choice, Lee Chang-dong (già noto per Burning, in cui indagava temi simili) torna a parlarci di una Corea del Sud che non è esotica né lontana. Seoul potrebbe essere Parigi, Milano, Londra, New York. Gli operai al centro della storia – piccolo borghesi proprietari di casa, auto e con famiglia – potrebbero essere impiegati, liberi professionisti. Quello che si vede sullo schermo è il dramma dell’impossibilità di reagire, di esistere, davanti a un sistema che non vede chi lo sorregge. Un sistema che non funziona nemmeno più, perché non è più in grado di proteggere nessuno.

Ma non c’è romanticizzazione, nessuna distinzione tra bene e male. A guidare i rapporti è la cecità di cui Ye-ji è il simbolo: dei poveri verso chi potrebbe aiutarli, dei ricchi verso chi ha una visione più chiara della loro sulle questioni del mondo. Possible Love non è un manifesto, non è un grido disperato: è un film che ci chiede di continuare a farci domande, di stare nell’imbarazzo. Se necessario, coltivare rabbie sane, che non esplodono e non logorano.

Tra Venezia e gli Oscar: per Possible Love le aspettative sono alle stelle

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Per tutte queste ragioni non sorprende che si parli di Oscar, nonostante la difficoltà del tema, delle barriere linguistiche e della lunghezza. Giunto al suo settimo film, Lee ha centrato il punto: ha messo a nudo una società che ormai non ha più il coraggio di chiedersi quale sia l’inceppo nel meccanismo.

E con questo cast, che vede star del cinema (e della tv) coreano degli ultimi anni, è riuscito a raccontare una storia quotidiana, domestica, eppure simbolica. Una metafora del mondo del lavoro moderno, ma anche della crisi delle relazioni, delle famiglie, di ogni ruolo che ricopriamo all’interno della società. Sicuramente si tratta di uno dei titoli più interessanti in concorso, e sarà difficile provare a dimenticarlo.