Dove sono finiti i nostri sogni? La domanda aleggia nell’ultimo romanzo di Mattia Insolia, La vita giovane (Mondadori). A 30 anni l’autore ha vinto premi letterari, collabora per diverse testate nazionali, è editor di una casa editrice indipendente. In La vita giovane racconta di Teo, quasi 30enne, che si è trasferito a Milano, dove ha cominciato una seconda vita da copywriter molto diversa da quella a Foro, la città di provincia in cui è cresciuto. Per anni ha messo in stand-by traumi, demoni familiari, esperienze estreme fatte con gli amici del liceo Giorgio, Matilde, Tommaso, Sofia, Marta.
Tutto inizia da un ritorno a casa…
Quando torna in paese e li rivede in occasione del matrimonio di Giorgio e Matilde, quei giorni funzionano come una camera di compressione emotiva, un perimetro chiuso in cui il passato torna a galla. L’autore siciliano scava nelle ferite aperte del reale, nelle speranze disattese di chi è cresciuto tra le rovine dei grandi ideali storici e sociali. Ma, più che un romanzo generazionale, è una storia moderna in cui ciascuno si può riconoscere, perché gli altri nelle nostre vite sono malattia ma anche cura. Ed è sempre possibile, rimanendo umani tra gli umani, edificare sulle rovine.
Mattia Insolia si chiede: cosa fa più paura del diventare adulti?
Il libro racconta il passaggio tra la giovinezza e quella che lei chiama “adultità”.
«Prima di diventare “noi stessi”, siamo un campo di forze, desideri, sogni, paure, ma dai 30 anni tutti facciamo i conti con il passaggio all’età adulta. Quando ho iniziato a scrivere il libro avevo 28 anni e mi sentivo spaesato. Voltandomi indietro vedevo una coltre di nebbia, guardando avanti non vedevo il futuro, era un mistero troppo grande. Come i protagonisti del romanzo che, insieme al passato che sparisce, vedono scolorire sogni e illusioni della giovinezza».
Teo dice: «Mi toglieva il sonno l’idea che potessimo trasformarci in qualcosa di simile ai nostri genitori». Cosa fa più paura del diventare adulti?
«Teo viene da una provincia del Centro Italia dove conta mantenere le apparenze. Vede nella sua famiglia e in quella dei suoi amici strappi, traumi e segreti indicibili, pensa che l’imborghesimento porti a vivere male. Ho trasmesso a Teo il mio oscillare personale tra il desiderio di vivere l’età adulta a Milano e quello di tornare a Catania; tra la voglia di scrivere e la paura della scrittura».
Uno dei temi è la fuga. Si può fuggire dalle proprie radici o il passato ci insegue?
«La fuga ha segnato molto le ultime generazioni: dovevamo andarcene per cercare fortuna, trovare la nostra America. Ma oltre a un movimento verso un luogo, che per Teo è stato Milano, c’era anche un moto da luogo, cioè la fuga dal contesto familiare e sociale, da un’idea di vita che stava stretta. Io ho sofferto più di Teo, perché ho la sensazione di aver tradito le aspettative che famiglia e amici avevano su di me. Questo ultimamente mi ha portato ad avvicinarmi di più al mio nucleo, ne sento più forte l’appartenenza».

La magia delle amicizie giovanili
Parla di violenza sulle donne, revenge porn, dipendenza, sessualità fluida, neurodivergenze, suicidio. Il legame dei protagonisti si fonda soprattutto sulla condivisione di problemi.
«Quando costruisco i personaggi, costruisco la relazione che hanno con il protagonista. Sono partito dal mio “sentire” verso gli amici di una vita. Sono sentimenti contraddittori, si condivide tutto, anche quando capitano cose terribili, ci si mette a nudo. Teo sente di avere debiti di riconoscenza enormi verso gli amici, perché nei momenti in cui era più fragile c’erano sempre. Si fa aiutare da loro perché li considera superiori, sa di essere una persona che non è “capace di prendere parte all’azione del mondo” fino in fondo».
Dice che non è facile farsi degli amici da adulti…
«Michela Murgia diceva che le amicizie giovanili sono magiche, perché siamo materiale grezzo: crescendo insieme ci si conosce nel nucleo più profondo, quando ancora non siamo stati cambiati dal mondo. Quando a 25 anni mi sono trasferito a Milano, non avevo una casa e un amico mi ha ospitato per mesi. Per me è stato un periodo faticoso: ho fatto il coming out, faticavo ad ambientarmi, una persona che amavo mi aveva lasciato, ma i miei amici di sempre c’erano, mi hanno sempre ascoltato».
Mattia Insolia e i 30enni disillusi
È uno dei pochi libri in cui si parla di bisessualità vissuta in modo spontaneo…
«Teo vive la sua senza problemi o forzature, e alcuni dei suoi amici, come Sofia, la vivono in modo altrettanto spregiudicato e naturale».
Invece sull’amore scrive: «Molti pensano che l’amore infelice sia quello non ricambiato, io credo che sia quello inespresso».
«L’amore infelice è quello inespresso perché non gli diamo l’occasione di vivere. Dobbiamo dare ai sentimenti la possibilità di esistere: magari poi sviluppano gambe proprie che vanno più lontano di quanto immaginiamo».
Marta ma anche gli altri sono già disillusi a 30 anni…
«Un tempo la disillusione arrivava dopo, invece oggi abbiamo più consapevolezza delle macerie in cui ci tocca vivere. A causa dei social e del bombardamento mediatico sappiamo tutto. Dal 2006 viviamo una crisi dietro l’altra: economica, sociale, ambientale, lavorativa, abitativa, sentimentale. La vita è complicatissima, questo porta a una disillusione abissale, e ne fanno le spese soprattutto i rapporti umani».
Nel finale torna la speranza: «Non smetteremo di sognare perché abbiamo trovato la sola cosa che possa salvarci: l’un l’altro. E abbiamo capito che le nostre rovine non sono inferni da cui fuggire ma possono essere degli altri la dimora».
«Per me non esiste salvezza totale, ma singoli momenti di salvezza, e non possono che darteli gli altri. Una sera ho raccontato a un’amica che stavo soffrendo per un abbandono e, oltre che non amato, non mi sentivo più amabile. Lei mi ha fatto capire che rimaniamo comunque degni di amore. Che, nonostante il dolore non si possa cancellare, possiamo ancora e per sempre essere abitati con amore dagli altri».