Nel nuovo romanzo Non scrivere di me (Einaudi) Veronica Raimo affronta i temi del desiderio ossessivo, del trauma e del fallimento, e lo fa con una voce che non consola. Al centro S., la protagonista, che passa la vita ad aspettare una versione alternativa della sua storia finita male con il regista e attore caduto in disgrazia Dennis May. E quando l’uomo intorno a cui l’attesa si è organizzata muore, resta la domanda: che succede quando non c’è più niente da aspettare?
La trama del romanzo di Veronica Raimo
Dennis è stato per anni oggetto dell’ossessione d’amore di S. E se oggi che ha 35 anni, a distanza di 13 anni da quella storia, S. fa la cameriera invece di essersi laureata, se mente ai suoi genitori dicendo che fa l’insegnante, se ha abbandonato il sogno di scrivere e si barcamena nel rimpianto dei suoi ex Gionata e Lorenzo, lo deve al feroce addio di Dennis: lo stupro subito dall’uomo che amava. O forse attribuire il suo immobilismo a quel trauma è solo un alibi per giustificare il fallimento esistenziale? Veronica Raimo racconta una storia fatta di inciampi e autosabotaggi, con intelligenza corrosiva e ironia brutale. Tanto da rendere l’epica del fallimento una seduzione letteraria.
Un’attesa interminabile
La protagonista rivendica il suo diritto di fallire. Era l’idea del romanzo?
«S. ha 35 anni e appartiene a una generazione che ha avuto aspettative che poi sono state tradite. Quella di S. è la storia esemplare di una donna che, dopo aver subito una violenza, è costretta a vivere in una società che si disinteressa di lei. Spesso dalla letteratura ci si aspettano parabole edificanti, invece per me è il luogo adatto per scavare nello sconforto».
Il libro parla di un’attesa interminabile.
«Finché Dennis rimane vivo, lei lo aspetta, pensa che tra loro tutto possa essere rinegoziato. L’idea di reversibilità è una forma di speranza tossica, che blocca l’evoluzione di S. È frustrata perché non riesce a essere sincera con se stessa né con gli altri. Per questo la morte di Dennis per lei è straziante ma anche liberatoria».
La protagonista S. non è una “buona femminista”
Non scrivere di me mette in crisi l’idea che il trauma produca automaticamente consapevolezza. Si comprende perché a volte le donne abusate non denuncino.
«Il femminismo ci ha dato degli strumenti di consapevolezza, ma è anche vero che nei momenti di estrema fragilità, anche se eticamente ci rendiamo conto di quale sarebbe la scelta giusta, non è detto che riusciamo a farla. Nel periodo della violenza lei era una studentessa e stava perfino facendo una tesi sul maschio rabbioso e fragile del cinema americano. Eppure, se Dennis non fosse sparito, lei sarebbe rimasta con lui. Trovare giustificazioni al comportamento di lui è la parte oscena della sua vergogna, per questo non riesce a parlarne con nessuno. Quella di S. non è la parabola di una “buona femminista”: dovrà fare un percorso accidentato per trovare la consapevolezza».
«Non era sopraffazione, patriarcato, stupro. Era uno scontro ideologico, un proletario anarchico contro la borghesia dell’Illuminismo». Dicendo questa frase sembra che S. pensi di meritare lo stupro.
«So che è una posizione scomoda, ma volevo mettermi nella sua prospettiva: è una donna che subisce violenza dall’uomo che ama, quindi non lo interpreta come un vero stupro. Conosce la rabbia e la fragilità di Dennis, e lo sente affine. Quindi da un lato vorrebbe salvarlo, dall’altro vorrebbe essere lui. Riconosce in lui un’anarchia e una radicalità che lei non possiede. Invidia e ammira il suo essere artista ribelle e non convenzionale, crede che la sua rabbia voglia punire la parte di lei piccolo-borghese. Per questo, in parte, lo giustifica».
Le relazioni di S. sono segnate dall’aspettativa: una dinamica comune, specie per le donne. L’amore come promessa sospesa: «Ti amerò se sarai come ti desidero». Ma lei non lo accetta.
«Non sopporta che gli altri le dicano cosa dovrebbe fare per essere amata. I suoi genitori e gli ex fidanzati le vogliono bene, ma hanno con lei un atteggiamento paternalistico e manipolatorio. Invece con Dennis trova la sua terra libera: lui non pretende di prendersi cura di lei. Lei poi è anche distruttiva, più viene nutrita e più distrugge».

Lo stile di Veronica Raimo, tra sarcasmo e onestà emotiva
Una sua cifra stilista è il sarcasmo che scardina luoghi comuni.
«Spesso il sarcasmo è uno schermo per nascondere la timidezza. Lo uso per proteggermi, ma le persone suscettibili lo vivono come un’arma per ferire. Spesso chi è sarcastico non viene capito, per me è una specie di condanna».
Nel romanzo c’è onestà emotiva: la rinuncia a proteggere i personaggi e forse anche se stessa.
«Penso che la scrittura possa ancora essere un territorio di libertà. Nella vita reale si riesce a reprimere l’indicibile, per sopravvivere. Allora cerco di far vivere i sentimenti più vergognosi e inconfessabili nella scrittura. È importante che sulla pagina le cose inenarrabili diventino narrabili».
Come lei, molti autori delle nuove generazioni esprimono una grande disillusione. È un fenomeno generazionale?
«La maggior parte delle persone che frequento fa lavori artistici: c’è stato un momento della nostra giovinezza in cui abbiamo creduto in ideali comuni.
L’avvento dei social da un lato ha dato più risonanza al disagio, dall’altro lo ha frammentato, ha eroso tutti i discorsi politici.
Per me la disillusione parte dall’aver abbracciato il lato oscuro: la macchina suadente del neoliberismo in cui si è perso il senso della comunità».
I suoi non sono romanzi canonici: per lei è più importante la voce o la trama?
«In questo libro c’è più costruzione perché mi serviva per avere due piani temporali, ma rimango poco appassionata alle trame articolate. Se mi piace un libro o un film, è sempre per il linguaggio. Mi piace quello che c’è nei vuoti».
La dedica del libro è “alle split-writers”. Chi sono?
«Tutti hanno cercato di dare un’interpretazione alla dedica. In realtà è semplice: con amiche scrittrici e un amico scrittore abbiamo creato un gruppo su WhatsApp. Condividiamo il numero di battute scritte durante la giornata. Nato per gioco, ormai è una specie di gruppo di auto-aiuto: mi è servito sapere che c’era un luogo protetto, di amici veri, che mi incoraggiava ad andare avanti e scrivere questo romanzo».