Tra affitti sempre più cari, lavoro precario e tutele inesistenti, Milano sta perdendo i giovani. Arrivano pieni di sogni, in cerca di un posto nel mondo, ma la città non sembra più in grado di accoglierli. Sono loro a pagare il prezzo più alto: partiti pronti a sacrificarsi, rischiano di ritrovarsi senza nulla, nemmeno i sogni. Lo raccontano i dati demografici e lo confermano tante storie di vita come le tre scritte nelle prossime pagine da alcune di noi, tra le più giovani in redazione.
Il primo ostacolo è la casa. Secondo il “Primo report sulla condizione abitativa degli studenti” prodotto dal Centro di Ricerc-Azione sull’ Abitare Studentesco di Ateneo (C.A.S.A.) dell’Università di Milano-Bicocca coordinato dalla professoressa Silvia Mugnano, oltre il 70% degli iscritti vive ancora con i genitori e solo l’1,2% trova posto in residenze universitarie. La maggioranza dei fuori sede deve rivolgersi al mercato privato, spesso stipulando contratti non calmierati. «Il problema maggiore è quello del caro affitti, con valori che superano spesso le medie europee» osserva Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano. «Parliamo di costi insostenibili per molti che, senza un sostegno familiare, trovano quasi impossibile costruire un progetto di vita in questa città».
Affitti troppo alti e salari bassi tarpano le ali dei giovani
Alla scarsità di alloggi si somma la precarietà del lavoro. «Milano offre più opportunità rispetto al resto del Paese, ma spesso si tratta di contratti temporanei non adeguatamente retribuiti rispetto al costo della vita» continua Rosina. «La combinazione tra salari bassi e affitti alti frena la mobilità sociale e trasmette l’idea di un sistema che non mette i giovani nelle condizioni di dare il meglio». L’ultimo report di CGIL Milano conferma il quadro: il 73,6% degli under 35 è impiegato nei settori extra-manifatturieri (soprattutto eventi e servizi) con contratti discontinui e instabili. Tra il 2016 e il 2024 è cresciuto in modo rilevante il ricorso a rapporti intermittenti e occasionali, riducendo le prospettive di impieghi stabili e qualificati.
Il divario è evidente rispetto ad altri Paesi europei. «Nel Nord Europa l’ingresso all’università coincide con un percorso di autonomia, anche abitativa» spiega Silvia Mugnano, sociologa dell’Università Milano-Bicocca. «In Italia, invece, studiare significa restare a casa con i genitori o affrontare pendolarismi molto lunghi. Così si priva un’intera generazione della possibilità di entrare a pieno titolo nell’età adulta». Per il professor Rosina, Milano resta attrattiva «più per la debolezza del resto del Paese che per meriti propri. I giovani del Sud e delle aree interne arrivano perché altrove trovano meno opportunità. Ma poi, se possono, guardano all’estero: lì trovano lavoro, servizi efficienti e qualità della vita».
Milano, tra il dire il fare c’è una città sempre più esclusiva
Uno spiraglio lo offrono le università. A Milano-Bicocca, per esempio, sono nati un Osservatorio Casa che monitora la condizione abitativa degli studenti e “ABC – Abitare Bicocca Campus”, uno sportello virtuale per trovare soluzioni abitative a prezzi calmierati realizzato in collaborazione con una cooperativa sociale. «Sono stati i ragazzi stessi a segnalare quanto il supporto abitativo sia importante» racconta Mugnano. «Cerchiamo quindi di rispondere a un bisogno essenziale». Ma se nulla cambia, restare a Milano continuerà a essere una sfida costante. E le storie di chi arriva e di chi parte rischiano di raccontare sempre meno la città che Milano vorrebbe essere.
Le storie delle nostre giornalista alle prese con Milano e i suoi affitti salati
Poonam Bruni, 28 anni
A Milano sono arrivata quattro anni fa. Piena di entusiasmo sono partita per prendermi il futuro che sognavo. Tra speranza e paura, era la prima a vincere. Che cosa poteva andare storto? Frequentavo un corso universitario che mi appagava, in una città che mi dava la sensazione che avrei potuto fare qualsiasi cosa desiderassi. Eppure sfiducia e senso di colpa arrivavano a mangiarmi: la paura di non farcela, l’angoscia di vanificare i sacrifici della mia famiglia. Perché Milano nutre i tuoi sogni senza darti alcuna certezza. L’ho capito appena ho iniziato a cercare una stanza in affitto: una corsa senza vincitori perché nella maggior parte dei casi il canone ingente non è affatto commisurato all’immobile. Infatti, le case anche quando non sono dei tuguri sono spesso piuttosto vecchie e non per questo meno costose.
E se sei fortunato ti troverai a fissare quattro “preziose” pareti domandandoti «Chi me lo fa fare?». Chi te lo fa fare di rinunciare ai tuoi cari, di imparare a vivere in una città con un budget con cui altrove saresti un sultano, di adeguare il tuo passo a lei che ti mostra la meta come un miraggio? Ma la vera angoscia arrivava quando gli amici mollavano: se ne andavano perché il gioco non valeva più la candela. «Non ce la faccio più qui» dicevano. Tornati nei loro luoghi di origine, rifiorivano.
Allora, il dubbio che avessero ragione si insinuava e insieme la tentazione di seguire il loro esempio, finché insieme al lavoro dei sogni non è arrivato un compagno di vita, milanese per nascita. Viviamo insieme nella casa ereditata dai suoi nonni, lavoriamo entrambi e questo ci permette di vivere meglio di molti altri coetanei gravati dal peso di un affitto, ma non significa che la città sia meno faticosa per noi. Perché è una felicità amara questa.
Se il destino non avesse sorriso, per quanto mi sarei potuta permettere di rimanere qui? Ora ne sono sicura: Milano non è una città per tutti, accoglie chi ha la possibilità di rendere concrete le sue possibilità.
Giulia Scolari, 26 anni
Dopo due anni a Bologna, in una stanza con letto a castello davanti a un centro sociale, l’arrivo a Milano non mi spaventava. Anche se la mia stanza era a due passi dalla zona Barona, costava il doppio, ed era a più di un’ora dall’università. La mia famiglia ha messo in chiaro subito che già la rata annuale e l’affitto pesavano troppo, così lavoravo come babysitter per Alice: facevo i compiti con lei per 20, 30, 40 euro al giorno, e intanto rimandavo il mio studio. Ma nemmeno questo bastava a sostenermi, così ho anticipato lo stage: le mie compagne mandavano registrazioni e appunti, mentre io mi districavo tra le ore non retribuite nello showroom di “moda etica”, lo studio e Alice. E finiti i corsi sono tornata a casa.
Ma io da Milano non volevo separarmi, e non ci ho messo molto a trovare la stanza in cui dormo ancora oggi: una ex taverna, in un ex negozio adibito ad appartamento. E per sostenermi, uno stage come addetta a rassegne stampa. Lavoravo dalle 4 del mattino alle 8, mi concedevo un pisolino fino alle 11 e poi via di tesi. Il mio sogno, però, era scrivere. E finalmente, a poche settimane dalla laurea, la chiamata è arrivata. Ho lasciato lo stage senza preavviso fingendo un’emergenza, e accettato subito. Nonostante la retribuzione minore, nessuna illusione di futuro, nessun ruolo. In parallelo, ho trovato lavoro come hostess.
Di giorno finivo alle 18, e mezz’ora dopo ero nella hall di un hotel dall’altra parte di Milano: staccavo (e cenavo) a mezzanotte. Nei weekend in cui non avevo turni, con un’agenzia promuovevo sigarette elettroniche alle feste. Una volta mi hanno chiesto di fare un turno extra per una serata importante, tra gli ospiti più attesi c’era la mia direttrice: l’umorismo amaro di Milano, che ti ricorda sempre qual è il tuo posto. Non lo scordo certo oggi: dopo sei mesi a Londra, che è pure una città crudele per i giovani, ho rifatto le valigie e sono tornata a Milano.
Le “buste paga” che ora attendo ogni mese sono tre, senza costanza e senza sicurezze. Ma ora una deadline ce l’ho, e oltre quella non vado.
Marta Gatti, 23 anni
Piansi molto, la mia prima sera a Milano, tra eccitazione e terrore. Pagavo 600 euro per una stanza in un vecchio appartamento vicino alla metro. Mi dicevano che ero fortunata: lì le singole arrivavano a 800. I muri erano tremendi. Però li avrei potuti sistemare, per sentirmi un po’ più a casa. Ero lì con un sogno nel cassetto, in tempo per ripararlo anche se sbilenco. Eppure, come canta Fulminacci: «È un po’ il problema della mia età / Si scambia un sogno per la realtà / E quei castelli che uno si fa / Non stanno bene nelle città». Né il rimborso dello stage né lo stipendio bastavano anche solo per immaginarlo, il futuro, e la frustrazione di correre restando ferma erodeva l’entusiasmo. Ogni bonifico per l’affitto era una badilata che scavava nel mio conto corrente. E che poi, inevitabilmente, ha iniziato a scavare anche in me.
Al piano rialzato di quel vecchio palazzo, non vedevo il cielo dalla finestra, solo cemento e qualche cartellone pubblicitario sull’ennesimo, imperdibile evento. Non c’era nemmeno un balcone, un metro d’aria aperta (ma lercia) in cui far respirare valigie, scarpe, bucato, ansie. Non so precisamente quando, ma quel modo di abitare la città iniziò a contagiare anche il mio modo di abitare la vita. E niente, mi sarei ripetuta di lì a poco, niente vale una vita contagiata. Entrare nell’app di Trenitalia divenne un riflesso incondizionato: tornare nel mio comune d’origine, anche solo per un weekend, era la mia flebo. Ma si sa che i cerotti non curano le ferite profonde.
Così, alla fine, un treno col trolley è stato l’ultimo. Il gioco non valeva più la candela, da un bel po’ o forse da sempre. Milano non mi voleva, e a un certo punto ho smesso di volerla anch’io. Tutto l’ottimismo vergine e ingenuo, impaurito ma curioso, si era spogliato. Restò la realtà. In questa città non c’è più il mio progetto di vita, soltanto il mio ufficio (benedico lo smart working). Perché la casa non è un lusso né una pretesa, è un diritto. E se manca quello, manca tutto il resto.
Non basta voler costruire qualcosa, serve un posto dove poterlo fare, umanamente e dignitosamente. E per molti oggi, a Milano, quel posto non c’è.