«L’odio è una virtù luminosissima». Sembrano folli alla prima lettura, ma del resto le parole di Michela Murgia, da molti definita una “odiatrice seriale”, hanno sempre avuto l’obiettivo di scomodarci. Lo fanno anche ora con Lezioni sull’odio, pubblicato postumo da Einaudi. L’odio è uno dei pochi tabù che non si riescono a infrangere – scrive – più del sesso e della morte. Eppure tutti lo proviamo. «Io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi», scherza Michela nel libro. La sua tesi? L’odio è un «nobile sentimento» e può essere una virtù, dipende dal modo in cui lo usiamo e contro chi lo rivolgiamo. Per capire perché, ci vogliono 128 pagine. E tanta voglia di mettersi in discussione. Io ci ho provato: ho letto Lezioni sull’odio e queste sono le 5 riflessioni che più mi hanno colpita.

Una riflessione radicale, icastica e originalissima: “Lezioni sull’odio” è il libro di Michela Murgia curato da Alessandro Giammei e pubblicato postumo da Einaudi, uscito in libreria il 19 febbraio. Raccoglie una serie di lezioni che Murgia ha scritto e pronunciato agli studenti e alle studentesse dell’Università di Aristan nell’anno accademico 2011/2012.

1. Tutti odiamo, anche se non lo ammettiamo

Anche se tutti siamo d’accordo che cose e persone odiose esistono, solo pochissimi di noi sono disposti ad ammettere di provare odio nei loro confronti.

C’è una frase che Michela Murgia ripete molte volte nel libro: «L’odio è umano». Una frase che ho sottolineato tante volte, come si fa quando non si vuole far scivolare via un pensiero importante. Tutti proviamo odio, anche se non ci piace ammetterlo, né agli altri né a noi stessi. Odiare è una cosa brutta, che fanno le brutte persone, e noi non vogliamo essere brutte persone. Questo ci hanno insegnato, no? La tesi di Murgia è che l’odio è ancora un tabù: «tutti lo proviamo negandolo», perché «nessuno vuole corrispondere all’incarognita immagine collettiva che abbiamo stabilito per chi odia». E, dunque, facciamo prima a ripeterci “io non odio nessuno” – frase a cui non ho mai creduto – che a domandarci «se al mondo ci sia davvero gente che possa onestamente vantare la rara dote di provare tutti i sentimenti tranne uno». Già, perché non basta condannare qualcosa perché sparisca. L’odio è un sentimento come tutti gli altri, «non è una pulsione aliena: è una pulsione umana». E prima facciamo pace con questa pulsione, prima possiamo imparare a gestirla.

2. Quello che cacciamo sul fondo, ritorna a galla più distruttivo

Quando, dopo aver fatto una strage efferatissima, affermano che non volevano, io gli credo: il problema originario è proprio quello, che non volevano. Che l’odio c’era, ma loro non lo volevano.

Nel corso della prima lezione Michela Murgia distingue tre tipologie di rapporto che possiamo stabilire con l’odio. Il primo è quello delle persone pericolose. La scrittrice lo chiama “vincolo censorio”: «riguarda chi non accetta l’idea di provare per natura tutto lo spettro dei sentimenti umani». Questi soggetti, di cui Murgia prende ad esempio Rosa e Olindo, i coniugi di Erba, riconducono l’odio che provano a qualcosa che non li riguarda, che sta all’esterno. Non sono loro che odiano, è l’altro – un vicino di casa, la moglie, una collega – a essere talmente odioso da costringerli a odiarlo. Murgia, in Lezioni sull’odio, fa riferimento anche ai femminicidi, alle persone che hanno tenuto l’odio a distanza e alla fine hanno sviluppato in potenza la capacità di commettere violenza.

3. Brandiamo una pistola giocattolo, mentre abbiamo in tasca quella vera

Non è che l’odio sia sempre nero: l’odio può essere grigio chiaro, dipende dalla situazione. Ma anche le sfumature più tenui dell’odio sono odio.

Sì, la parola “odio” viene pronunciata circa un migliaio di volte nel libro, anche perché nominare significa far esistere. Sembra una pretesa filosofica della linguistica, e invece ci riguarda direttamente. Penso, per esempio, a quanto sia liberatorio poter dare un nome a un dolore, anche se quel nome è una malattia. Lo stesso accade per l’odio. «Per non dire il nome dell’odio si ricorre a un amplissimo ventaglio di sinonimi stemperati, cioè armi di gomma», scrive Murgia. Antipatia, fastidio, irritazione, persino incompatibilità. Non è che io ti odio, è che non siamo compatibili. Non è che io ti odio, è che mi causi una reazione allergica. «Irritazione sta a odio come psiconano sta a Silvio Berlusconi; il fastidio sta all’odio come la mortadella sta a Romano Prodi» scherza (ma non troppo) Murgia. «Se l’odio non lo nomino allora lo elimino, ne sono immune». Non scherziamo. Non può provenire da me, una cosa così orribile e indicibile come l’ODIO. Usiamolo con parsimonia, questo verbo ripugnante. Odiare. Non si addice alle persone perbene, come noi.

4. Impariamo dai sardi a dare corpo e sfogo all’odio

Non solo ama, ma odia anche il prossimo tuo come te stesso. Così gli insegnerai a non fare a te quel che non vuole sia fatto a lui.

Ho riso di gusto mentre leggevo la parte del libro in cui Michela Murgia espone una serie di maledizioni tipiche della sua regione, la Sardegna. Divertentissime per quanto spietate. È l’arte della su frastimu, «un registro di maledizioni adatte a tutte le occasioni di conflitto. Il “frastimo” non può essere riservato agli estranei. Per loro c’è il vaffanculo. Frastimare è un certificato di intimità». Per questo nasce e si raffina in quel covo di veleno, affetto e conflitti che è la famiglia. I sardi maledicono i propri cari con catastrofi, incidenti fisici, interventi della natura, morte e distruzioni di vario genere, per avere, che so, rotto un vaso o essere rientrata a casa in ritardo. Quello che il “frastimo” insegna, però, va oltre le regioni d’Italia. «L’odio, se ben verbalizzato, è anche socializzato: cementa una relazione. L’altro ti mostra il suo dramma e tu capisci di essere stata odiosa». Le maledizioni – ben diverse dagli insulti – hanno un potere esorcizzante. Senza, tutto diventa «più angosciante, più represso, più ansioso». Questa è l’espressione fruttuosa dell’odio. «Odiare presto è una forma di prevenzione», scrive Murgia.

5. Il “corredino per carogne”

Siate creativi nella formulazione delle maledizioni, perché più sono mirate e complesse e più aiutano.

Altra parte divertentissima del libro. Michela Murgia suggerisce una serie di maledizioni “su misura”, diciamo più “soft” rispetto a quelle sarde, cucite sul corpo preciso di chi odiamo. «Ti auguro applausi registrati» per uno che aspira alla gloria. «Ti auguro giornali vecchi dal parrucchiere» per uno che disprezza la noia. «Ti auguro i pandistelle dell’Esselunga» vale per tutti. «Le maledizioni su misura sublimano l’odio già nello sforzo laborioso della loro formulazione nel nostro cuore, ancor prima che le pronunciamo». Se dobbiamo odiare, odiamo bene. «Per maledire ci vuole classe, ci vuole intelligenza. Occorre avere stima morale e governo intellettuale della parte violenta di sé».

Capaci di essere se stessi solo fino a un certo punto

Credo che si diventi persone mature guardando in faccia, una ad una, le emozioni che proviamo nella vita. Anche quelle più schifose, più strazianti, più sconcertanti. E l’odio non fa eccezione. Nemmeno io faccio eccezione, penso, mentre leggo l’Ode all’odio di Michela Murgia, posta da Giammei a conclusione del volume: «L’Odio, quello vero, non è una cosa da principianti». L’odio, scrive Murgia, non passa. Crescere significa chiamarlo per nome e assumersene la responsabilità, imparare a gestirlo come farebbero le persone equilibrate e adulte. Non siamo cattive perché odiamo, siamo mature perché odiamo intelligentemente. C’è qualcosa che mi ricorda il paradosso della tolleranza: una società che tollera tutto, anche l’intolleranza, finisce per distruggersi. Allo stesso modo, chi rimuove l’odio invece di confrontarcisi, paradossalmente ne diventa più vulnerabile. Murgia lo dice chiaramente: ci sono «uomini e donne capaci di essere se stessi solo fino a un certo punto», e quel punto è esattamente dove inizia la parte scomoda, quei bassifondi bui e sgradevoli che non pensavamo di avere. So che non è una riflessione semplice. Con Michela ho fatto un patto: mi lascia ancora un po’ di tempo per elaborare questo libro. Qualche mese, più probabilmente qualche anno. Intanto rifletto in sardo: Mantene s’odiu, ca s’occasione no mancat.