Ambizione: sentimento di chi ambisce, desiderio vivo, aspirazione a qualche cosa. Desiderio di potere, di onori, di grandezza. Può diventare anche vanità e orgoglio smisurato. Ma in senso positivo si declina come desiderio di eccellere, di migliorare la propria posizione sociale o professionale.
Questo è quanto recita il dizionario Treccani per la parola ambizione. Tralasciando la parte in cui si parla di onori, grandezze e vanità – per favore se incontri qualcuno che ad oggi declina l’ambizione in questo modo scappa a gambe levate perché è sicuro un malessere – questo è anche quello che sentivo io, anagraficamente Millennial fresca quarantenne, quando nel 2012 iniziavo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro.
Le sensazioni che ricordo connesse alle prime esperienze lavorative erano da un lato ansia, della performance e della precarietà – parola più che abusata a quei tempi – ma soprattutto voglia. Voglia di fare, voglia di conquistare. Ambivo a puntare a una stabilità professionale ed economica e mi figuravo questo percorso come una scalata, un salire sempre più su per “sentirmi realizzata”.
Dai Boomer ai Millennial: il passaggio di consegna
Cercando di scavare più a fondo a caccia dell’origine di quella ormai lontana ambizione mi chiedo: ma da dove nasceva? Era insita solo in quei ragazzi di provincia come me che sognavano di scappare nelle grandi città o era generazionale? E se era generazionale, ce l’aveva trasmessa qualcuno? Si può insegnare l’ambizione? È un valore sociale? Può essere cioè l’espressione culturale di una certa società? Quello che so, a questo punto, è che i genitori di noi Millennial, cioè i Boomer, ci avevano brieffato male. Ci avevano fatto un passaggio di consegne errato.
Ci avevano insegnato che il sacrificio e il duro lavoro sarebbero stati ricompensati. Noi Millennial siamo stati tirati su con la certezza che niente è regalato: ma se sei in gamba, preparato, volenteroso a metterti in gioco allora sarai ripagato.
Cresciuti negli anni Novanta e nei primi Duemila, abbiamo insomma respirato un mantra incessante: “Puoi essere tutto ciò che vuoi” o “Se vuoi puoi”. Genitori, insegnanti, pure i film Disney: tutti remavano nella stessa direzione. Studia, impegnati, credi in te stesso, e il successo arriverà.
E così abbiamo lavorato duramente: abbiamo accettato stage non remunerati, abbiamo accettato stage a 500€, abbiamo accettato straordinari non pagati, contratti a progetto… e dove siamo arrivati? Certo non alla cima della famosa scalata. E cosa abbiamo guadagnato? Certo non grandi somme.
Saltando da un’esperienza all’altra per ritrovarci spesso al punto di partenza, posso affermare che noi Millennial abbiamo fatto tutto giusto seguendo il copione che ci era stato dato. Eppure, ci siamo trovati in un sistema che aveva cambiato le regole mentre a noi spiegavano ancora quelle vecchie.
L’era del burnout
In questo contesto si imponeva anche l’esplosione della cultura dei social media. Anche questi mezzi hanno fortemente contribuito ad amplificare il messaggio performativo che se non stai costruendo un impero alle 5 del mattino, stai fallendo. Te li ricordi quei post con i segreti del successo? O la giornata tipo del manager vincente?
Prima abbiamo creduto ai nostri genitori/mentori e poi pure ai social (sicuro chi scriveva quei post era un Boomer). E desiderosi di dimostrare il nostro valore in un mercato che ci voleva choosy e ci considerava lazy abbiamo abbracciato questa nuova narrazione.
Ho lavorato 1 anno in una casa editrice indipendente che mi ha retribuito solo 6 mesi (i primi 3 uno stage non pagato e gli altri 3 una promessa di tenere duro per un successivo contratto di sostituzione maternità). Ho lavorato 4 anni in un’agenzia social (i primi 6 mesi uno stage a 500€, poi gli altri 6 a 800€, poi 1 anno di contratto determinato a 1.000€ e poi l’indeterminato a 1.200€ per arrivare poi a 1.400€ ) e ho accettato weekend lavorativi, coperture a orari notturni, gare da chiudere con permanenza in ufficio fino alle 22, ambiente tossico, mobbing e una paga che non mi permetteva di vivere a Milano senza l’aiuto di mamma e papà che si facevano carico dell’affitto. L’ambizione non era più solo professionale: era diventata un’identità, una performance continua di produttività.
Ne Gli antropologi (miglior libro dell’anno per The New Yorker e Time magazine), Ayşegül Savaş racconta la quotidianità della vita di Asya e Manu: una giovane coppia di Millennial che sta mettendo radici in una città. Nelle prime pagine, quando i due fanno visita all’amico Ravi, Asya afferma: «ci erano voluti mesi per scoprire come campava, perché evitava sempre l’argomento. Forse lo imbarazzava il fatto di non avere un lavoro che davvero gli piacesse. Per le persone della nostra età avere un lavoro interessante vuol dire in genere essere una persona interessante».
E ancora: «sembra che i nostri interessi siano legittimi solo se li usiamo per uno scopo».
Insomma se non eri workaholic non eri nessuno. Il risultato? Un’epidemia silenziosa di burnout.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Millennial sono la generazione con i più alti tassi di stress lavorativo, ansia e depressione. A 35 anni, molti di noi hanno già attraversato quello che i nostri genitori avrebbero definito “la crisi di mezza età”. Con una differenza cruciale però: non abbiamo una casa di proprietà (non tutti per lo meno), il conto in banca robusto o la pensione sicura che rendeva quella crisi sopportabile.
Great resignation e quite quitting
La pandemia del 2020 ha sicuramente segnato un momento di svolta. Durante il lockdown, senza la corsa quotidiana, senza gli aperitivi di networking obbligatori, senza il teatro della produttività in open space, molti Millennial hanno scoperto qualcosa di strano: stavano meglio. Una vita che non girava esclusivamente intorno al lavoro non solo era possibile, ma era anche piacevole. La great resignation degli anni 2021-2022 non è stata un capriccio. È stata una dichiarazione di guerra a un sistema che aveva tradito le sue promesse.
Per molto tempo si è dato per inevitabile che avanzare professionalmente significasse salire di grado a ogni costo. Più responsabilità, giornate lavorative sempre più lunghe e un peso crescente sulla salute mentale venivano considerati tappe normali della carriera. Oggi, invece, rifiutiamo fermamente l’idea di dover compromettere il nostro benessere per inseguire un modello di successo ormai superato. Perché ci abbiamo creduto, ci abbiamo provato, e non abbiamo ricevuto quello che ci aspettavamo.
Il quiet quitting – quel fenomeno per cui i dipendenti fanno esattamente ciò per cui sono pagati, niente di più – non è disimpegno. È un confine sano. È la fine dell’idea che il datore di lavoro abbia diritto alla tua intera esistenza in cambio di uno stipendio che a malapena copre l’affitto.
La famosa montagna da scalare come metafora della carriera lavorativa, è stata oggi sostituita dal career river, un fiume da navigare, una carriera orizzontale che non solo è possibile ma ci fa anche stare meglio.
Il nostro sguardo e la nostra attenzione si sono spostati: dal lavoro come identità all’identità dell’individuo e al suo benessere, mentale e fisico. Vogliamo stare bene prima ancora di ambire a qualcosa.
La quiet ambition: l’arte di volere senza urlare
È qui che si inserisce il concetto di quiet ambition: un approccio lavorativo che ridefinisce il successo professionale privilegiando il work-life balance e la salute mentale alla scalata verticale, alle promozioni, ai ruoli manageriali.
L’ambizione non viene abbandonata, ma si trasforma. Non si tratta di fare un passo indietro, bensì di ridefinire cosa voglia dire davvero evolvere. L’ambizione non si rivolge più alla carriera lavorativa ma si sposta a una versione più intima e profondamente personale. La quiet ambition è quella di chi vuole diventare bravo in qualcosa senza doverlo annunciare su LinkedIn (che ormai è diventato il luogo dei Boomer). È quella di chi coltiva progetti personali senza trasformarli in personal brand. È l’ambizione di chi costruisce una vita ricca di significato lontano dai riflettori dei social media e dalle metriche aziendali.
Un’ambizione che si traduce anche nella scelta di un approccio diverso per la crescita dei figli. Uno studio ha analizzato i genitori negli Stati Uniti tra il 1975 e il 2018 e ha evidenziato che, con il succedersi delle generazioni, il tempo medio dedicato ogni giorno alla cura dei figli è progressivamente aumentato, registrando una crescita significativa sia tra le madri sia tra i padri. I Millennial non vogliono ripetere gli errori dei propri genitori con i figli, e con il reparenting allo stesso tempo educano i figli e si prendono cura di se stessi.
Dai Millennial alla Gen Z: ovvero come imparare dagli errori
Se il dialogo generazionale di noi Millennial con chi ci ha preceduto è diventato teso, i nostri fratelli minori Gen Z ci hanno visti cadere nel tentativo di inseguire un sogno che è diventato un miraggio e hanno tratto le loro conclusioni.
Insomma non si fanno mica fregare come noi: vogliono salari trasparenti, flessibilità reale e, soprattutto, confini netti. La Gen Z cambia lavoro con una disinvoltura che spaventa i datori di lavoro. Se il lavoro non funziona, se ne vanno. Per loro, un lavoro è esattamente quello: un lavoro. Non una famiglia, non un’identità, non il centro della loro esistenza. E le loro ambizioni?
Ci sono. Semplicemente, come per noi Millennial, si sono spostate. Non sono più focalizzate sul lavoro ma sono traslate al benessere. Vogliono (-amo) tempo per coltivare relazioni, hobby, passioni. Vogliono (-amo) una vita, non solo un’esistenza scandita da scadenze e riunioni.
Insomma l’ambizione non è morta. Ha solo cambiato indirizzo. E forse, tutto sommato, ha scelto un posto migliore dove vivere.