Eugenio non è Marcello. E ci tiene a farlo presente. L’attore che nella quinta stagione di Emily in Paris torna negli esclusivi panni del rampollo italiano che ha conquistato i fan della seguitissima serie Netflix proviene da tutt’altro universo. Niente famiglie della moda, niente lusso. «Vengo da un paese di provincia. I miei genitori erano burattinai. Sono cresciuto tra maschere e pupazzi, con la testa zeppa di sogni» racconta. Riservato e diretto, il 34 enne veronese è uno che «si fa il mazzo». A 18 anni si è trasferito a Roma per frequentare il Centro sperimentale di cinematografia sotto la guida di Giancarlo Giannini. Da lì il teatro, il cinema, le serie tv italiane, da Io che amo solo te a I Medici, da Bianca come il latte, rossa come il sangue a Sconnessi. Poi è arrivata Emily in Paris. E, con lei, una nuova visibilità. Che porta milioni di spettatori, ma solo 6 giorni di vacanza in un anno. Che apre porte professionali, ma chiude quelle di casa per un po’. «Ho due figli di 7 e 3 anni. Quando siamo lontani io soffro e loro soffrono» confida.

Nei nuovi episodi di Emily in Paris, dal 18 dicembre su Netflix, il suo Marcello Muratori diventa centrale: figlio di un’importante famiglia del cashmere, sarà il nuovo amore della protagonista Emily Cooper (Lily Collins). E, mentre il capitolo 5 si preannuncia ricco di colpi di scena, una cosa è certa: dopo Roma, le avventure sentimentali e professionali della giovane americana trasferitasi in Europa per lavoro faranno tappa anche a Venezia. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo: la dolce vita, quella vera, ha sempre qualche ombra.
Com’è arrivata la chiamata per Emily in Paris?
«Inaspettata. Ero su un altro set, in Trentino. Conoscevo il titolo della serie, data la fama mondiale, ma non avevo idea di cosa fosse. Dopo due o tre self tape, mi hanno chiamato a Parigi. Sono volato durante una pausa pranzo per un provino con Lily Collins. Andò molto bene. Ero felicissimo quando ho saputo di essere stato preso, ma anche in ansia da prestazione: era il mio primo grande progetto in inglese».
Le è dispiaciuto non essersi doppiato in italiano?
«Sì, perché sono molto orgoglioso della mia voce (ride, ndr). In realtà faccio già fatica a doppiarmi anche solo per sistemare due o tre battute, figuriamoci una serie intera! Sarebbe stato un incubo, e pure un po’ strano. L’unica cosa che mi piacerebbe davvero è dare la voce al personaggio di un cartone animato».
Emily in Paris è stata contestata per i numerosi cliché sulla Francia e sull’Italia.
«È vero, gli stereotipi ci sono. In abbondanza. Ma chi se ne frega? Nascono sempre da qualcosa, non sono mai messi lì a caso. La serie li usa nella miglior maniera, considerato che è pensata per un pubblico non europeo. Se vuoi raccontare un Paese a persone che vengono da migliaia di chilometri di distanza e affascinarle, devi mostrare ciò che desiderano vedere, non cercare di essere portatore di un messaggio a tutti i costi. Il cinema deve anche far sognare, non è solo cruda realtà».
È questo il motivo del successo della serie?
«Sì, ma non è il solo. Abbiamo girato davanti alla Fontana di Trevi chiusa per noi, a Parigi, sul Canal Grande di Venezia, in posti pazzeschi che una produzione italiana farebbe fatica a permettersi. Emily in Paris ha un impatto visivo che, più che per noi europei “abituati” a questa bellezza, per gli americani e gli asiatici è un pugno allo stomaco. E gli abiti? La costumista Marylin Fitoussi è incredibile».
Il suo personaggio, Marcello, le somiglia?
«No, siamo lontanissimi. Lui viene da una ricca famiglia della moda. Io da un paesino di provincia, con un contesto familiare opposto: i miei genitori erano burattinai e commedianti dell’arte, sono cresciuto seguendo i loro spostamenti. Il background fa l’atteggiamento nei confronti della vita, i nostri non potevano che essere diversi. Però ho anche portato alcuni lati di me nel personaggio, soprattutto il mio modo di relazionarmi».
Marcello e la madre cercano un punto d’incontro sul futuro dell’azienda. Com’è il suo rapporto con i genitori?
«Sono stati fantastici. Mi hanno sempre lasciato libero di scegliere la mia strada e tanto di quello che ho raggiunto lo devo a loro. Vedere i sacrifici della tua famiglia ti responsabilizza».

È diventato padre a 26 anni e poi a 31. Come sta andando?
«È finita la fase iniziale di scoperta. La paternità è diventata normalità, è parte di me. Quando non recito sto con i miei bambini, ogni minuto libero lo dedico a loro. Ho messo in pausa tutti gli hobby. Torneranno prima o poi, ma in questo momento i miei figli sono la priorità».
Bilanciare carriera e famiglia è complicato?
«Molto. Lavoro tanto e sono spesso lontano: io soffro, i miei figli soffrono. È un mestiere infame, da questo punto di vista. Devi sempre assecondare il flusso, perché anche nei momenti in cui sembra andare bene, tutto può cambiare in un secondo. Dopo un inizio di carriera sfavillante, ho attraversato periodi molto difficili. Adesso che sono padre, sono sempre combattuto. Ho finito di girare Emily in Paris ad agosto, poi ho iniziato subito un’altra serie che finirò a dicembre: ho fatto 6 giorni di vacanza in un anno. Spero che, chiedendo adesso tanti sacrifici a me stesso e alla mia famiglia, in futuro ci sia più serenità».
Viene da una famiglia di burattinai. Che ricordi ha?
«Tanti e bellissimi. Stavo in mezzo a personaggi bizzarri, pupazzi, favole, scenografie, travestimenti. Per un bambino era magico. I miei genitori si truccavano, si mettevano le maschere, facevano voci strane. Il mio imprinting è quello: la stranezza, il fuori dal comune, la capacità di inventare mondi. Ho sempre mille cose strane per la mente. Sono cresciuto con la testa zeppa di sogni ma anche di menzogne, in un certo senso, perché mi sono abituato a un mondo che non esiste. Poi diventi un sognatore più concreto».
Ha mai avuto un piano B?
«La creatività è il mio mondo, il mio linguaggio. Al liceo mi piacevano matematica e fisica, forse avrei fatto ingegneria. Ero bravo, ma non speciale. La mia testa si è sempre nutrita di arte più che di qualsiasi altra cosa: recitare era la strada naturale per me».
Prossimi progetti?
«Sto finendo di girare una serie con Guido Caprino: si intitola Cagnàz, “cagnaccio” in dialetto romagnolo. Ci sto mettendo tanta energia e sono convinto che uscirà una cosa bella. È un progetto cupo, sicuramente molto matto, completamente diverso da Emily in Paris».
Ci piacerà questa quinta stagione?
«Spero di sì! Sono curioso di vedere se ho fatto un buon lavoro. Ma guarderò solo la prima e l’ultima puntata, perché odio rivedermi. Passerei ogni secondo a notare anche i piccoli difetti. Lascio che sia il pubblico a giudicare».