L’attore cult del momento, Timothée Chalamet, non poteva non presentarsi all’intervista con indosso uno dei capi cult del momento in America: una felpa arancione brillante su cui campeggia la scritta “Marty”, tributo al film diretto da Josh Safdie di cui è protagonista: Marty Supreme, ora nelle sale italiane. A 30 anni appena compiuti, il giovane divo franco-americano vanta un carnet ricco di successi: Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, Lady Bird e Piccole donne di Greta Gerwig, Dune di Denis Villeneuve… E di riconoscimenti. Basta citare quelli ottenuti vestendo i panni di Bob Dylan in A complete unknown di James Mangold nel 2024: candidatura a Oscar, Bafta, Sag, Golden Globe, David di Donatello. E ora ha appena vinto il Golden Globe come migliore attore in una commedia con l’ultima magistrale interpretazione, «il ruolo in cui sono stato più “me stesso” rispetto a com’ero prima di avere una carriera»: ovvero, Marty Mauser, un giovane disposto a tutto pur di diventare un campione di tennistavolo. «Per guadagnarsi da vivere Marty vende scarpe, ma è determinato a dimostrare il proprio valore come campione di una disciplina considerata da molti una barzelletta» spiega Chalamet. «Volevo rendere omaggio al suo sogno di trasformare il ping pong nello sport più importante del mondo».

Il legame con Marty: sfrontato, arrogante e determinato
Cosa ha in comune con Marty?
«Un tempo ero come lui: loquace, sfrontato, spesso arrogante. Da quando ho iniziato a recitare, ho un obiettivo: vorrei diventare uno degli attori più bravi della storia. Punto all’eccellenza e sono ispirato dai grandi, del cinema e non solo: Daniel Day-Lewis, Marlon Brando, Viola Davis, Michael Jordan, Michael Phelps… Sì, sono disposto a tutto per arrivare al loro livello. Ma perseguire un sogno, come dimostra questo film, richiede sacrificio: è una cosa in cui credo molto. Quando sei giovane e hai un obiettivo, ma non hai nessuno che ti sostenga, devi essere tu il miglior supporter di te stesso».
Il piano A senza alternative: il consiglio ignorato dei genitori
Nel film Gwyneth Paltrow, che interpreta l’amante di Marty, la star in declino Kay Stone, gli chiede: «Cosa pensi di fare se questo tuo piccolo sogno non dovesse realizzarsi?». E lui risponde: «Non mi passa nemmeno per la testa di fallire». È una frase che vale anche per lei?
«Assolutamente sì. Quando ho smesso di studiare per diventare attore, i miei genitori avrebbero voluto che avessi un piano B, possibilmente anche un piano C. All’inizio non pensavano che sarei riuscito a lavorare in modo continuativo, perché ci sono molti colleghi che impiegano anni per arrivare dove sono io oggi. Il loro era quindi un ottimo consiglio, ma in quel momento – ero anche molto giovane e un po’ incosciente – non accettavo i no. Pensavo che, se non avessi concentrato tutte le mie energie sul piano A, sulla mia vera passione, avrei finito per fare qualcosa che non mi sarebbe piaciuto. L’importante è non mollare. Lo dimostra la cantante Susan Boyle, che è diventata famosa a 47 anni perché non ha smesso di sognare in grande».
Nella vita reale Marty Reisman, cui è ispirato il personaggio di Marty Mauser, ha fatto anche cose moralmente discutibili. Cosa ne pensa?
«Reisman era un personaggio noto negli ambienti underground del tennistavolo di New York alla fine degli anni ’40. Era un giovane senza scrupoli che scommetteva somme ingenti su se stesso al leggendario Lawrence’s Broadway Table Tennis Club. Quando hai 20 anni, fai cose insensate! Però era anche un sognatore e per questa ragione non me la sento di giudicare le sue scelte».

Sette anni di allenamento segreto al ping pong
Come si è preparato al ruolo?
«Josh mi ha proposto il progetto nel 2018, ho avuto 7 anni per imparare a giocare a ping pong come un professionista. Appena avevo del tempo libero mi allenavo, ma non potevo parlarne con nessuno, era un segreto. Quando lavoravo su un film, avevo sempre un tavolo a disposizione. Mentre giravo Wonka ne avevo uno a Londra, sul set di Dune – Parte Due l’ho avuto a Budapest e in Giordania. Al Festival di Cannes, quando ho presentato The French Dispatch, ho affittato una casa a Saint-Tropez e prendevo lezioni lì. Durante il Covid ho eliminato i mobili del mio soggiorno e li ho sostituiti con un Tibhar, un tavolo professionale tra i migliori al mondo. Curo la mia preparazione in modo quasi maniacale per essere il più realistico possibile. Lo faccio per un senso di responsabilità nei confronti del personaggio che sto interpretando, a maggior ragione se è una persona reale».

La mentalità da maratoneta: costanza e perseveranza
Questa dedizione è la chiave del suo successo?
«Credo di sì. Per riuscire in ciò che vuoi devi avere una mentalità da maratoneta, fatta di costanza e perseveranza. Ho la fortuna di vivere questa vita fantastica e di partecipare a progetti che mi appassionano. Tanti attori non hanno sempre la possibilità di lavorare su quello che vogliono. Ecco perché ho imparato a essere riconoscente per quello che ho, ci sono cose peggiori nella vita che dover imparare a cantare, suonare la chitarra o giocare a ping pong».
Considera Marty Supreme un film sportivo?
«Sì, e credo che i film sportivi siano un genere interessante, perché la competizione riflette il desiderio di eccellere superando gli ostacoli. Marty vuole diventare più grande di quello che è, ha un sogno enorme e userà tutto il suo talento per realizzarlo. Paragono Marty Supreme a Rocky, perché il ping pong non è molto diverso dalla boxe: si combatte l’uno contro l’altro in uno spazio relativamente ristretto. Più che uno sport, è sfida mentale che ricorda gli scacchi».
Il consiglio di Leonardo DiCaprio: “Niente droghe e supereroi”
La lezione più importante che ha imparato come attore?
«Ascolto sempre il mio mentore, Leo DiCaprio (che ha “battuto” ai Golden Globe, conquistando il premio come migliore attore, ndr). Abbiamo lavorato insieme nel film Don’t look up e, quando mi offrono un nuovo ruolo, è il primo che chiamo. La prima volta che gli ho chiesto un consiglio mi ha detto: “Interpreta tutti i ruoli che vuoi, ma niente droghe e film di supereroi”».

La collaborazione con Doni Nahmias: streetwear e American Dream
Insieme al fashion designer Doni Nahmias avete realizzato un capo per il merchandise di A complete unknown e ora altri per Marty Supreme. Com’è nata questa collaborazione?
«Mi piace lo stile di Doni, si ispira agli skateboard, ai playground del basket, alla cultura dei surfisti, al ritmo dell’hip-hop. Crea pezzi streetwear di lusso ma senza eccessi. Oggi il lusso è più di un marchio: è uno stile di vita, esprime il senso di appartenenza a una comunità».
La capsule collection ispirata al Marty Supreme è stata promossa sui social media con una strategia vincente.
«Alcuni pezzi, come la giacca a vento da training, sono andati a ruba ancora prima che uscisse il film. Per me quel che contava era promuoverne il messaggio: l’American Dream. Abbiamo fatto indossare i capi a celebrità come il campione di football americano Tom Brady e la cantante Lily Allen: persone così sono fonte di ispirazione perché perseguono i loro sogni».