Arrivano le fanatiche “mamme pancine”. E i papà?

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Avete sentito parlare del fenomeno social delle “mamme pancine”? Sarebbero le donne fanatiche della maternità, estreme nel celebrare gravidanza, parto, allattamento. Così ossessive che forse sono solo una bufala... E se esistessero invece i “papà pancini”?

Se frequentate i social sarete senz’altro inciampati nell’ultimo fenomeno della rete: le mamme pancine. Con questo neologismo - inventato dalle utenti di gruppi segreti di mamme ossessive e ossessionate, smascherate ed esposte al pubblico ludibrio da Vincenzo Maisto, aka Signor Distruggere - si è passati a identificare un certo tipo di mamma: quella che assieme alla placenta ha espulso dignità e buonsenso e ora vaneggia di gioielli realizzati con latte materno e si intenerisce davanti a torte che riproducono vagine dilatate.

Esistono davvero le mamme pancine?

Molti ritengono che buona parte dei post delle mamme pancine siano così surreali da essere opera di troll, ma io ho sufficiente esperienza dei forum di mamme da poter affermare che la realtà supera la fantasia: ad esempio, scommetto che nessuno di voi abbia mai visto una placenta in pinzimonio - ma io sì, purtroppo (“Altrimenti marcisce”).

E se esistessero i papà pancini?

Se il mondo ride delle mamme pancine, però, è solo perché non ha prestato dovuta attenzione al fenomeno corrispondente: i papà pancini, che Dio li perdoni.
Facilmente individuabili, i papà pancini continuano a sfuggire al nostro interesse perché mimetizzati tra coloro che declinano la paternità come si conviene al genitore conteporaneo, con sensibilità e attenzione. Eppure possono essere scoperti grazie a segnali inequivocabili, che vado a elencare.

5 segnali per individuare il papà pancino

1) L’età. I papà pancini sono solitamente primipari attempati, quantantenni con la fama di sciupafemmine e ansiosi di dimostrare al mondo che i loro lombi son serviti a qualcosa;

2) I racconti del parto. Il papà pancino sa fare una radiocronaca precisa e appassionata del parto, con tanto di simulazione a terra a gambe sollevate. Lo svenimento in fase espulsiva viene solitamento omesso dalla narrazione.

3) La vocina. I papà pancini parlano in falsetto e lallando; se il pupo biscica le prime parole, il papàpancino le tradurrà imitandolo (“C’ho tanto cionno”). In imbarazzo per essere stato doppiato a quel modo, il bimbo scoppierà in pianti dirotti e inspiegabili.

4) L’invadenza. Non importa che stiate eseguendo un’operazione a cuore aperto o affrontando dei clienti inferociti: se il papà pancino vuole che ammiriate suo figlio, vi girerà attorno finché non sgancerete due complimenti ben assestati.

5) L’uso della prima persona plurale. Il bimbo ha già capito di essere “altro” dal genitore che lo ha partorito, ma il papà no. Dalla nascita alla maggiore età il papà pancino parlerà in prima persona plurale a sottolineare senso di appartenenza e comunione di intenti.

Ma si smette mai di essere papà pacini?
“Come no” - mi rassicura la più crudele delle amiche - “succede quando te li ritrovi nel locale dove suona il dj presbite della loro adolescenza. Da soli, ché la moglie è stanca”.

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