Il Mediterraneo è oggi uno degli hotspot mondiali dell’inquinamento da microplastiche. In questo bacino semi-chiuso finiscono ogni anno oltre 100.000 tonnellate di plastica. Una volta entrate, queste particelle restano intrappolate per tempi molto lunghi, accumulandosi lungo le coste e sui fondali. Il problema non riguarda solo l’ambiente marino, ma anche la salute umana.
Microplastiche nel Mediterraneo: un primato che preoccupa
Il Mediterraneo rappresenta appena l’1% delle acque marine globali. Eppure concentra circa il 7% delle microplastiche presenti nei mari del pianeta.
Questo squilibrio dipende dalla sua conformazione geografica. Si tratta di un bacino quasi chiuso, dove il ricambio delle acque è limitato. La plastica che entra fatica a uscire e si accumula progressivamente.
Ogni anno vengono immesse oltre 100.000 tonnellate di plastica. Con il tempo, questi materiali si frammentano in particelle sempre più piccole. Alcune hanno dimensioni inferiori al micron e si distribuiscono lungo tutta la colonna d’acqua, fino ai sedimenti marini.
Non si tratta solo di rifiuti visibili sulle spiagge. Le microplastiche si depositano nei fondali e possono essere rimesse in circolo da mareggiate o attività umane. I sedimenti diventano così veri e propri serbatoi di contaminazione permanente.
Perché le microplastiche sono un rischio per ecosistemi e salute
Le microplastiche non sono inerti. Possono rilasciare additivi chimici e trasportare sostanze inquinanti, patogeni e geni di resistenza agli antibiotici.
Queste particelle vengono ingerite accidentalmente dal plancton e dagli organismi filtratori. Da qui entrano nella catena alimentare marina. I pesci che le ingeriscono possono trasferirle, attraverso l’alimentazione, anche all’uomo.
Durante la presentazione del progetto MAESTRI a Palermo, il professor Fabrizio Pepe, ordinario del Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’Università di Palermo, ha spiegato: «Questa concentrazione così elevata di microplastiche entra all’interno della catena alimentare, perché i pesci ingeriscono le microplastiche che poi vengono trasferite all’uomo».
Pepe ha aggiunto che l’organismo umano «non è abituato ad avere le microplastiche nel corpo», sottolineando possibili effetti come stati infiammatori e altre conseguenze sanitarie.
Per la fauna marina, gli effetti documentati includono occlusioni intestinali, falsa sazietà e alterazioni fisiologiche. Gli organismi bentonici, che vivono a stretto contatto con il fondale, risultano particolarmente esposti ai depositi di particelle.
Il progetto MAESTRI: prevedere dove si accumuleranno le plastiche
Per affrontare il problema nasce MAESTRI, acronimo di «Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere, effetti sulla biodiversità e strategie per ridurre l’inquinamento».
Il progetto è ideato e coordinato dall’Università di Palermo. È finanziato con circa 1,5 milioni di euro nell’ambito del Programma Interreg Italia–Malta 2021-2027. Coinvolge le università di Palermo, Messina, Catania e Malta, il Cnr e istituzioni maltesi.
L’obiettivo è sviluppare il primo modello previsionale capace di descrivere, simulare e anticipare la distribuzione delle microplastiche nel Mediterraneo centrale nei prossimi dieci anni.
Attraverso simulazioni numeriche, i ricercatori intendono comprendere come venti, correnti e dinamiche costiere influenzino l’accumulo in determinate aree. Questo permetterà di individuare le zone più vulnerabili e stimare i tempi di permanenza della plastica in mare.
Droni, spettroscopia e modelli numerici: la tecnologia contro l’inquinamento
Il monitoraggio interesserà 8 chilometri di costa nella Sicilia sud-orientale, tra l’Isola delle Correnti e Vendicari, e 9 chilometri di coste maltesi, tra cui Ghadira Bay e Golden Bay.
Saranno utilizzati droni dotati di sensori avanzati e strumenti multispettrali per analizzare le spiagge. I fondali verranno studiati fino a 50 metri di profondità con strumenti geofisici.
Il piano prevede la raccolta di oltre 200 campioni di sedimenti e più di 100 campioni d’acqua. Le microplastiche estratte saranno analizzate con tecniche spettroscopiche FT-IR per identificarne la composizione chimica e risalire alla loro origine.
Il progetto studierà anche la cosiddetta plastisfera, ovvero le comunità microbiche che colonizzano le superfici plastiche. I ricercatori intendono censire batteri e funghi potenzialmente capaci di degradare i polimeri, aprendo la strada a future applicazioni di biorisanamento.
Dalla ricerca alla prevenzione concreta
MAESTRI non si limita a descrivere un fenomeno. Punta a fornire strumenti operativi per la gestione ambientale.
Prevedere dove le microplastiche si accumuleranno nei prossimi anni consentirà di pianificare interventi mirati di pulizia e ridurre i rischi per pesca e turismo. La cooperazione tra Italia e Malta rappresenta un elemento centrale del progetto.
Comprendere le dinamiche delle microplastiche nel Mediterraneo è un passaggio fondamentale. Solo conoscendo rotte, tempi e aree critiche sarà possibile intervenire in modo efficace e prevenire un ulteriore ingresso di plastica nella catena alimentare.