Che l’intestino sia il “secondo cervello” è noto da tempo, così come è riconosciuta l’importanza del microbiota intestinale sul benessere non soltanto fisico, ma anche psicologico. I probiotici, infatti, servino proprio a migliorare e riequilibrare la flora batterica intestinale, migliorando la digestione e rafforzando le difese immunitarie. Ma ora studi recenti si sono focalizzati su una precisa categoria di “batteri buoni”: gli psicobiotici, che sarebbero in grado di influenzare positivamente l’umore.
Gli psicobiotici contro la depressione
Le attenzioni degli esperti di nutrizione (e non solo) si sono concentrate negli ultimi tempi proprio su alcuni psicobiotici e il loro effetto positivo sulla mente e il benessere psicologico. In particolare si è cercata la conferma dell’azione del Lactobacillus rhamnosus e del Bifidobacterium longum. Una revisione sistematica curata da Angelika Śliwka e i suoi collaboratori dell’Università di Scienze della vita di Lublino in Polonia ha indagato i benefici dell’assunzione di questi micro-organismi sulla depressione. La review è stata condotta su 45 lavori effettuati dal 2020 al 2024 e i cui risultati sono contenuti nei database Web of Science, Scopus e PubMed.
I risultati degli studi
I ceppi psicobiotici predominanti appartenevano proprio ai generi Lactobacillus (45,5%) e Bifidobacterium (29%). Si tratta di organismi che, negli studi, erano assunti sia tramite preparazioni commerciali (24%), sia attraverso alimenti naturali (16%), sia perché presenti nell’intestino (16%). Si è visto che sono in grado di svolgere un’azione neuromodulatoria, favorendo la produzione di sostanze come acidi grassi a catena corta (SCFA), neurotrasmettitori (come GABA e serotonina, cioè l’ormone del buon umore) e altre che influenzano l’asse intestino-cervello. Di fatto, quindi, rappresentano un potenziale aiuto terapeutico nella cura dei disturbi depressivi.
La nuova frontiera del benessere
«Gli psicobiotici rappresentano un ambito di studio promettente e relativamente recente nel campo della ricerca neuropsichiatrica. L’interesse per quella che un tempo era definita la “flora batterica” non è certo recente, ma i nuovi studi sono d’avanguardia», spiega Pierluigi De Pascalis, biologo nutrizionista e Chinesiologo AMPA, cioè specializzato in Attività Motorie Preventive e Adattate. «Sono oggi considerati una nuova frontiera per lo sviluppo di approcci terapeutici nei disturbi mentali e psicoemotivi. Occorre tuttavia sempre molta cautela tra il potenziale specifico e la equazione semplicistica per cui, se si interviene con un integratore o con un singolo alimento, si può avere un vantaggio immediato e misurabile», aggiunge De Pascalis.
La differenza tra psicobiotici e probiotici
I probiotici «in generale sono microrganismi che interagiscono positivamente con il microbiota residente, ossia con le specie (prevalentemente) batteriche che colonizzano il corpo e in particolare il colon. Gli psicobiotici sono una classe specifica di probiotici. La loro particolarità – sottolinea De Pascalis – sta nella capacità di promuovere specificamente le interazioni tra intestino e cervello, cioè produrre segnali capaci di modulare lo stato emotivo e il comportamento del soggetto, e agire direttamente sulla salute mentale e cognitiva». La loro azione, infatti, permette di regolare la risposta immunitaria e neurochimica.
In che modo agiscono sull’umore
Non si tratta di un meccanismo semplice, perché «avviene attraverso il complesso sistema di comunicazione noto come “asse microbiota-intestino-cervello”, che è sia neurologico che biochimico. Per semplificare, ricordiamo che l’intestino ha un proprio sistema nervoso (sistema nervoso enterico) che comunica costantemente con il cervello tramite il nervo vago. Gli psicobiotici possono influenzare i segnali che viaggiano lungo questa “autostrada” nervosa», chiarisce De Pascalis. Inoltre il microbiota intestinale è una vera “fabbrica” di mediatori chimici.
L’intestino produce segnali per il cervello
Come spiega ancora il biologo nutrizionista, «l’intestino produce il 90% della serotonina (collegata alla sensazione di “felicità”, NdR). Gli psicobiotici stimolano anche la sintesi cerebrale di dopamina (l’ormone del piacere e della motivazione) e producono direttamente GABA, un amminoacido che favorisce il rilassamento e riduce l’ansia. Quindi un microbiota in equilibrio ottimizza anche le specie che definiamo psicobiotici e, a cascata, si possono ottenere ricadute positive per l’intero organismo».
Infiammazione cronica, depressione e intestino
C’è poi un altro aspetto, «non meno importante: esiste un legame tra infiammazione cronica e depressione. Gli psicobiotici aiutano a mantenere l’integrità della barriera intestinale, impedendo il passaggio di sostanze tossiche che altrimenti potrebbero innescare stati infiammatori sistemici dannosi anche per il cervello. Così come non va dimenticato che l’intero microbiota, a cui concorrono gli psicobiotici, è attivamente implicato nel produrre acidi grassi a catena corta, che rappresentano una sorta di “film protettivo” costantemente in azione a livello intestinale», sottolinea De Pascalis.
Dove si trovano e come si assumono
Descritti così, gli psicobiotici appaiono, dunque, un elemento importantissimo per il benessere psicofisico, di cui non fare mai a meno. Gli psicobiotici possono essere assunti sia attraverso l’integrazione, sia tramite il cibo: «Si trovano principalmente negli alimenti fermentati che contengono lattobacilli e bifidobatteri vivi, come yogurt, kefir, crauti, kimchi e formaggi fermentati. Una dieta ricca di fibre, polifenoli (frutta e verdura) e omega-3 è poi fondamentale per nutrire e favorire la crescita di questi batteri benefici».
Occorre, però, qualche precisazione. Il corredo batterico intestinale è specie-specifico, cioè unico per ciascun individuo. Da qui la raccomandazione dell’esperto: «Più che pensare di “impiantare” batteri provenienti da fonti esterne (salvo integratori specificamente formulati), occorrerebbe preoccuparsi di mantenere in salute il proprio microbiota, che è molto sensibile a numerose variazioni di abitudini e stili di vita, alimentazione inclusa», precisa il nutrizionista.
Come aumentare e migliorare gli psicobiotici
«Gli alimenti vegetali in genere, come frutta, verdura e i legumi, sono quelli che contribuiscono maggiormente all’equilibrio microbico e quindi sono anche i più utili per l’efficienza degli psicobiotici. Quindi il consiglio è di variare il più possibile ed evitare la monotonia alimentare, oltre ad evitare gli alimenti ultraprocessati. Aggiungerei che è importante anche una regolare attività fisica. Eviterei, invece, di incappare in ricette semplicistiche o integratori inutili. Se necessari, in ogni caso, ci sono anche integratori specifici che si possono utilizzare per brevi cicli, rivolgendosi possibilmente a prodotti specificamente reperibili in farmacia», precisa l’esperto.
Quanti psicobiotici servono e per quanto tempo
Infine, «i benefici si osservano normalmente con assunzioni costanti (ad esempio, studi clinici hanno mostrato risultati dopo 4-8 settimane). Tuttavia, non esiste un approccio standard universale, poiché la risposta individuale varia in base alle caratteristiche epigenetiche, quindi legate a fattori anche esterni, al peso e allo stile di vita complessivo. Per questo è sempre raccomandato un approccio personalizzato, una consulenza di professionisti della nutrizione, mentre sconsiglierei inutili test che vengono promossi sempre più spesso, ma che non hanno ad oggi una robusta validità o ragione per essere eseguiti», conclude De Pascalis.