C’è voluto un mese, poi il dolore ha rotto gli argini della riservatezza. Cindy Crawford ha parlato per la prima volta della morte del figlio, Presley Gerber, scomparso il 20 settembre, a 27 anni, in un rehab. Questa volta non è intervenuto il portavoce a chiedere riservatezza, ma a emergere sono stati i sentimenti, suoi e della secondogenita Kaia. Lei che ora è rimasta sola, non soltanto a cercare di immaginarsi una vita senza il fratello, ma anche come unica figlia con una madre e un padre da sostenere, alle prese col dolore più grande che si possa pensare.
Il messaggio al presente
“Siamo distrutti, oltre ogni misura, per aver perso il nostro amato figlio e fratello”, si legge in un post firmato da Cindy Crawford, dal marito e dalla figlia Kaia. La famiglia si dice “benedetta per aver avuto Presley nelle nostre vite per 27 anni”, ma anche “orgogliosa” e “grata” per i messaggi di affetto. Poi il saluto: “Ti amiamo per sempre”. Un addio coniugato al presente, proprio come il post scritto poco dopo dalla sorella Kaia che, ricordando il fratello, si domanda come potrà andare avanti senza di lui.
Quando un lutto stravolge la vita
“Ora mi chiedo cosa potrò mai imparare in tua assenza; ripenso a quando eravamo piccoli e io avevo paura di farmi forare le orecchie, così tu ti sei fatto avanti per primo. Ti facevi sempre avanti per primo. Ma quando ho tenuto in mano l’orecchino che hanno recuperato dal tuo corpo, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era: questo appartiene a te. E vorrei, c…o, che questa volta non fossi stato tu il primo“, si è sfogata Kaia Gerber, modella come la madre e, seppure per poco, come lo stesso Presley.
«Il lutto per la perdita di un figlio, o di un fratello, è tra le esperienze più destabilizzanti che una persona possa attraversare, perché mette in discussione un ordine che, spesso, si dà per scontato tra le generazioni», commenta Corena Pezzella, psicoterapeuta e Clinical Manager di Unobravo.
Non c’è un modo “giusto” per andare avanti
«Non esiste un modo “giusto” per andare avanti: il dolore può alternare fasi di apparente tenuta a momenti di crollo, anche a distanza di mesi dall’evento. In alcuni casi, mantenere un legame simbolico con la persona che non c’è più – pensarla, parlarle, ricordarla anche pubblicamente – può far parte del processo di elaborazione, non sempre un segno di difficoltà a lasciar andare», sottolinea la psicoterapeuta. «Andare avanti non significa necessariamente superare la perdita, ma anche trovare un modo per integrarla nella propria vita».
Quando, come nel caso di Kaia, si tratta di un fratello, al dolore personale si somma quello dei genitori, per i quali si diventa gli unici a rimanere e ai quali, spesso, ci si aggrappa. Un’esperienza difficilissima, che è stata costretta ad attraversare anche mamma Cindy Crawford a cui, quando aveva 8 anni, morì un fratellino di leucemia.
Quando resti la sola in famiglia
«Rimanere l’unica figlia dopo la perdita di un fratello o una sorella può aggiungere al lutto personale un carico ulteriore, legato al ruolo che ci si trova a occupare in famiglia» conferma Pezzella. «Non è raro che chi resta si senta investito, più o meno esplicitamente, del compito di sostenere i genitori, oltre che del proprio dolore. Questo può portare a mettere in secondo piano la propria elaborazione per occuparsi di quella altrui, con il rischio di posticipare un lavoro interiore necessario. Riconoscere questo doppio peso, anche solo a livello di consapevolezza, può essere un primo passo per non esaurirsi nel ruolo di chi sostiene gli altri».
Fare i conti con il senso di colpa del sopravvissuto
Un altro sentimento è il senso di colpa che può subentrare a complicare il dramma che prova il fratello o la sorella sopravvissuto. «Si tratta del cosiddetto “senso di colpa del sopravvissuto”, che può effettivamente emergere in chi perde un fratello, una sorella o un figlio, ma anche un amico o un genitore. Non si tratta di una colpa reale, ma di un tentativo della mente di dare una logica a un evento che spesso non ne ha. Chiedersi “Perché io sono ancora qui?” può essere un modo per provare a ricostruire un senso dove non c’è» chiarisce ancora l’esperta. «Questo vissuto tende a essere più intenso nelle prime fasi del lutto e, nella maggior parte dei casi, si attenua nel tempo».
Quanto tempo occorre
È inevitabile pensare che il tempo possa lenire il dolore, ma è davvero così? «A volte può riaffacciarsi in momenti specifici e particolarmente significativi, come ricorrenze e anniversari» spiega la psicoterapeuta. Che chiarisce: «Non esiste un tempo standard entro cui si elabora un lutto e qualunque indicazione in mesi o anni rischia di essere fuorviante. Dipende da numerose variabili individuali e relazionali, come il tipo di legame con la persona persa e le risorse di supporto disponibili. Più che una scadenza, può essere utile osservare l’andamento nel tempo: il dolore può restare presente a lungo, ma la sua intensità e la sua interferenza con la vita quotidiana tendono progressivamente a modificarsi».
Come si sopravvive alla scomparsa dei figli
Cindy Crawford e la famiglia hanno atteso un mese prima di affrontare l’argomento pubblicamente, sui social, aprendosi ai follower. A volte può aiutare. Come spiega Pezzella, invece, «un segnale da osservare con attenzione è quando il dolore non evolve affatto e continua a bloccare il funzionamento della persona a distanza di anni». In ogni caso, «rivolgersi a un professionista non è un passaggio obbligato per elaborare un lutto, ma può rappresentare un supporto importante, soprattutto quando il dolore fatica a trovare uno spazio di espressione nel contesto familiare». Così, mentre non è ancora stata accertata ufficialmente la causa della morte (l’autopsia è stata eseguita, ma sono necessari ulteriori esami, i cui risultati potrebbero richiedere mesi), sembra essere caduto il muro del silenzio.
Non bisogna apparire necessariamente forti
Quello che conta, come ricorda la terapeuta, è non rimanere vittime dell’esigenza di mostrarsi forti a tutti i costi. «Un percorso terapeutico può offrire un luogo protetto in cui attraversare le fasi del lutto senza dover apparire forti per gli altri, una dinamica comune in chi si trova a sostenere anche i propri genitori». Questo vale, dunque, soprattutto per i fratelli o le sorelle che rimangono. Chiedere aiuto, insomma, «può servire a distinguere un dolore che, per quanto intenso, segue un suo corso naturale, da una condizione che, invece, rischia di cronicizzarsi e che richiede un’attenzione in più» conclude Pezzella.