Il 2 ottobre, in tutta Italia, è la festa dei nonni. Lo so soprattutto perché me lo ricordano le storie degli altri: mani grandi che tengono mani piccole, feste di compleanno che ormai sembrano lontane una vita, foto sgranate recuperate da chissà quale album. Quest’anno cade di venerdì e io, nel silenzio dei miei pensieri, farò gli auguri a un nonno che non esiste. È mio padre, nella versione che non ha fatto in tempo a diventare.
Prima di andare avanti, una premessa: non sono una psicologa e il mio unico “titolo” in materia di lutto è averne attraversato almeno uno. Quello che segue è la mia storia, più qualche idea che ho letto informandomi.
Un lutto dentro il lutto
Delle famose fasi del lutto ho un’idea da persona comune, cioè piuttosto vaga. So che ci sono stati giorni di rabbia, giorni di niente, giorni in cui ridevo e poi mi sentivo in colpa per aver riso, ma in che ordine siano arrivati non saprei dirlo con precisione e credo che alcuni siano arrivati e andati più di una volta. Dopo anni di elaborazioni e un graduale ritorno alla vita, c’è una cosa a cui però ancora non riesco a dare un “posto” (brutto vizio, comunque, quello di voler dare un posto a tutto): mio padre non sarà mai nonno. La parte buffa è che io non so nemmeno se avrò figli, né se li vorrò. Non è affatto una decisione presa. Eppure il nonno che manca ce l’ho già chiarissimo in testa, prima ancora dei nipoti, e tanto basta per essere oggi un po’ più malinconica.
Quello che non saprò mai
Non l’ho mai visto a sessant’anni e non lo vedrò a settanta, con i capelli bianchi e le mani segnate. Non saprò mai se sarebbe diventato uno di quei nonni che comprano le caramelle di nascosto dai genitori o uno di quelli che si addormentano sul divano con il nipote sul petto. Non saprò mai che voce avrebbe usato per leggere una favola della buonanotte né quali gite in famiglia avrebbe organizzato su chissà quale delle sue montagne preferite. So, però, tutto quello che avrebbe potuto insegnare: un concentrato di conoscenze, buon senso ed esperienze di vita andato “sprecato”, mi ripeto puerilmente. Con quella rabbia sorda e capricciosa che mi fa pestare i piedi, nella mia testa.
Mi manca un uomo che non ho mai incontrato e che però conosco benissimo. Riesco a immaginarlo così bene, quel nonno-fantasma, proprio per il padre che ho avuto: ventun anni di materiale di prima mano. Ed è la stessa ragione per cui, a seconda del giorno, sento più forte la gratitudine di averlo avuto o il risentimento per quanto ancora avevamo da vivere: avere avuto abbastanza per sapere esattamente cosa manca.
È un pensiero difficile da condividere, anche perché non saprei bene cosa aspettarmi in risposta: è complicato consolare qualcuno per una cosa che non è successa e io stessa, al posto degli altri, non saprei cosa dire
Per molto tempo ho pensato semplicemente di non aver ancora finito di elaborare il nostro addio, come un compito fatto per tre quarti. Poi ho cominciato a leggere, qua e là, per cercare risposte un po’ più complete.
Quello che dice Doka (e quello che ho capito io)
Immaginate di lanciare un sasso in uno stagno tranquillo. È la metafora usata da Kenneth Doka, famoso esperto di lutto e tanatologia statunitense, in uno dei suoi articoli, Ripples on a Pond. Il sasso va a fondo, ma le increspature che quell’impatto ha generato continuano ad allargarsi sulla superficie dell’acqua e toccano tutto: le relazioni, le tradizioni, le abitudini di ogni giorno. Quei cerchi li chiama perdite secondarie. Racconta di Lydia, che dopo la morte del figlio in Afghanistan si accorge di aver perso anche gli amici di lui, quelli che da sempre le riempivano la casa durante le feste, e di Kendra, che dopo la morte del figlio teme di perdere anche il rapporto con i nipoti e compra regali senza sapere se riuscirà mai a darglieli.

Cosa sono le “perdite secondarie”
Il termine, ho scoperto poi, è piuttosto diffuso tra chi si occupa di lutto. Si distingue tra la perdita primaria, cioè la morte della persona cara, e le perdite secondarie che ne derivano. L’aggettivo “secondarie” indica solo questa derivazione, non che pesino meno o siano più facili da metabolizzare.
Leggendo, mi sono accorta di quante forme possano prendere. Ci sono quelle pratiche: quando muore un coniuge possono andar via la compagnia, le responsabilità divise in due, la stabilità economica, l’equilibrio della burocrazia domestica, nei casi più duri perfino la casa. Ci sono le tradizioni, che secondo Doka pesano di più proprio nei giorni delle feste comandate come quella di oggi, davanti a una sedia vuota o a un rito che ormai non è più lo stesso. E ci sono le abitudini, anche minime. Penso a mio papà che ogni venerdì mi accompagnava a nuoto: con lui se n’è andato anche quel tragitto in macchina, il senso di sicurezza che dava la sua guida, le canzoni di Lucio Dalla che cantava al volante… Poi ci sono certe amicizie o parentele che, senza chi non c’è più a fare da collante, si perdono col tempo o col dispiacere.
E ci sono i ruoli che cambiano o spariscono – figlia, figlio, marito, moglie, fratello, sorella… – e con loro pezzi di identità, il senso di scopo, a volte la fede. Ti ritrovi a dover ridefinire chi sei nel mondo, e a farlo con un mentore in meno. Se ne vanno la sensazione di protezione, l’idea che il mondo sia un posto prevedibile, le speranze e i mille progetti per il futuro, da quel viaggio su cui si fantasticava all’orto della pensione. E, infine, un’ultima cosa: con un genitore se ne va anche un testimone, una delle poche persone a cui potevi chiedere com’eri da piccola. Una perdita nella perdita nella perdita, cerchio dopo cerchio dopo cerchio.
Un dolore che pochi vedono
Ho come la sensazione che le perdite secondarie siano quasi sempre invisibili agli occhi di chi guarda da fuori. Il mondo esterno si aspetta che, passato un tempo “ragionevole”, la perdita primaria venga superata, che si torni, più o meno, quelli di prima. Pochi però si fermano a riflettere sul fatto che dietro quella normalità ricostruita ci sia una pioggia fitta di micro-perdite quotidiane (e a volte nemmeno così “micro”), ognuna magari troppo piccola per essere raccontata a voce alta e proprio per questo quasi impossibile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Nei numerosi blog sul tema, dove ho letto tante storie simili alla mia, c’è chi dice che l’impatto della perdita primaria è qualcosa che possiamo prevedere, per quanto straziante, devastante e sembri inimmaginabile. Le perdite secondarie, invece, spesso colgono alla sprovvista: non si sa con precisione quante siano né quando si presenteranno né in quale delle mille forme possibili.
Imboscate
Questa consapevolezza, per me, non arriva seguendo un calendario, ma diciamo “di lato”. Il giorno della mia laurea, per esempio, a un certo punto mi sono guardata intorno e ho avuto la sensazione di essere dentro una fotografia, una di quelle che qualcuno probabilmente avrebbe stampato e messo in una cornice, in salotto o su Facebook. Solo che quella foto, per quanto sorridente, sarà sempre monca.
Un’amica mi ha raccontato del suo matrimonio e a un certo punto ha detto, di passaggio, «mio papà mi accompagnerà all’altare». Di passaggio, appunto. Io ho annuito e sorriso, sinceramente felicissima per lei. Intanto, però, mi si è aperto uno squarcio dentro che ha inghiottito l’abito bianco, il lancio del riso, il ballo padre-figlia sulle note di Giovanni Allevi, e tutto il resto.
E che dire di quella volta in cui a un’altra amica si è fermata la macchina? Lei, in quel momento di panico, ha subito chiamato il papà, accorso con un cric e le scarpe anti-infortunistiche ancora ai piedi. E io l’ho tanto invidiata per aver potuto fare una telefonata così banale ma al tempo stesso così speciale. Chi chiami, se non c’è più l’uomo di cui ti sei innamorata da bambina e su cui hai imparato a contare, come un bodyguard sempre presente? O un angelo custode. O un meccanico, chiamatelo come preferite. C’è il fratello, il fidanzato, lo zio, lo so. Tutti altrettanto disponibili e amati. Ma quel senso di sicurezza di cui parlavo prima, quello del papà, non mi tornerà mai indietro uguale. Questa, per me, è un’altra perdita secondaria.
Un’altra volta ancora, al parco, ho visto un uomo più o meno della sua età che giocava con un bimbo e ho provato per lui un’antipatia fortissima, per uno sconosciuto che non mi aveva fatto assolutamente niente. Non so se succeda anche ad altri: la rabbia arriva, si guarda intorno, non trova nessuno a cui dare veramente la colpa e alla fine si siede. Resta lì un po’ e poi se ne va. So già che tornerà nei momenti in cui lui avrebbe dovuto esserci, in cui io l’avrei voluto accanto, e che ancora non sono arrivati.
Il nome che ha trovato Therese Rando
Solo più tardi ho scoperto che anche per questo qualcuno ha trovato un nome. Therese Rando, psicologa americana tra le più note studiose del lutto, ha coniato il termine STUG, acronimo di Sudden/Subsequent Temporary Upsurge of Grief, per indicare ondate improvvise e temporanee di dolore che possono colpire chi ha perso una persona cara, anche molto tempo dopo la morte. A scatenarle può essere di tutto: un compleanno, un odore, una canzone, una battuta, e chi le vive può avere l’impressione di essere tornato al punto di partenza, come se avesse “fallito”. In realtà le STUG sono descritte nella letteratura sul lutto come esperienze che possono comparire nel normale processo di elaborazione.
Per me è stata una consapevolezza importante, perché mi è capitato di sentirmi in colpa, e anche un po’ matta, per essere andata in crisi davanti a dettagli minuscoli. Quando vince l’Inter, quando passo nel reparto bricolage del supermercato ché lui amava dipingere, quando si accende la spia del motore… Ma quei dettagli, almeno nel mio caso, non erano banalità. Oggi li vedo come il punto esatto in cui una perdita secondaria, rimasta lì, sospesa per aria senza nome, si è mostrata.
Di seconda mano
Non mi piace l’idea che un caro che non c’è più vada “tramandato”, come un servizio di piatti buoni da tirare fuori nelle occasioni. Eppure mi accorgo che certe espressioni di mio papà sono sul mio volto e altre nel mio parlato, che provo a replicare le sue ricette anche se sono una frana a cucinare e che con i miei fratelli e mia mamma ci raccontiamo storie su di lui, con la cautela di chi ha in mano il fuoco e può riscaldare un’intera casa, oppure bruciarla se non sta attento. Non tutti ricordiamo tutto, quindi il bello è che insieme possiamo risvegliarci vicendevolmente le memorie più belle. Se mai avrò figli, chissà, il nonno lo conosceranno così, diciamo “di seconda mano”: attraverso di me, attraverso noi, attraverso gli aneddoti. Non sarà lui, è vero, ma non sarà nemmeno niente.
Fino alla prossima onda
Penso che ogni persona che ha attraversato un lutto abbia le sue perdite secondarie, i suoi cerchi sulla superficie dello stagno: la sorella maggiore che non c’era quando la minore ha firmato il primo contratto di lavoro, il marito che non ha fatto in tempo a vedere finita la casa scelta insieme, l’amica che non farà da madrina al nipote acquisito, la mamma a cui non si potranno mai chiedere consigli su coliche e svezzamento. Forme che io nemmeno posso immaginare, ma posso capire. Tocca a noi, noi che siamo rimasti, dare un senso al tempo che continua a scorrere, quello che a volte ci sembra impietoso e altre lenitivo.
Probabilmente oggi 2 ottobre guarderò le foto degli altri, metterò qualche cuore, penserò a mio papà un po’ più del solito e concederò a questa malinconia punteggiata d’invidia di attraversarmi. Poi il 3 tornerò alla mia nuova normalità. Fino alla prossima onda, sì, ma con una consapevolezza che conforta: quello che ho perso non cancella quello che resta. Fuori e dentro di me.