Come fa il “niente” a essere “tutto”? Me lo sono chiesta leggendo il tema dell’edizione 2026 del Paranoia Festival, appunto Tutto questo Niente. La risposta, in realtà, la dà chi quel titolo lo ha scelto: «Essere giovani oggi vuol dire essere tante cose insieme: vivere nel digitale, nel corpo, nello studio, nel lavoro, nel rapporto con i genitori», racconta Nicola Migone, classe 2003, cofondatore del festival. «Nel racconto pubblico questa identità viene spesso ridotta a poco, a niente. Per noi, invece, è complessissima: è tutto. E vogliamo raccontarla, urlarla al mondo».
E io lo capisco fin troppo bene: siamo abituati a stare in dieci posti insieme senza esserci mai del tutto in nessuno. Come se ci chiedessero di essere un’orchestra intera suonando da soli
Una risposta che trova eco anche nell’osservazione clinica di Marzia Targhettini, psicoterapeuta e tesoriera dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, tra le voci della tappa milanese del festival: «Dall’esterno possiamo vedere ragazzi pieni di stimoli: apparentemente hanno tutto, e invece vivono in uno spazio povero di esperienza diretta. Dentro possono sperimentare un senso di vuoto e di inadeguatezza. In studio, molti ragazzi portano proprio questo: un senso di solitudine che li pervade».
È in parte per rispondere a questo vuoto che tutto è cominciato, nel 2023, quando Nicola Migone e un gruppo di ventenni si sono fatti una domanda semplice: «Riesco davvero a chiedermi come sto?». Da lì, una riflessione personale diventata collettiva: «Abbiamo capito che non avevamo la minima idea di che spazi, che tempi, che domande servissero per trovare una risposta». Tre anni dopo, quella domanda è diventata un festival itinerante costruito da un team che ha 23 anni di media.

La salute mentale è la sfida principale dei giovani
Ansiosi. Fragili. Asociali. Le etichette con cui la Gen Z viene descritta più spesso arrivano quasi sempre da chi la osserva da fuori. Anche se poi, a guardare i numeri, qualcosa di vero c’è. Solo che il senso è diverso da quello che si crede. Nei 31 Paesi presi in esame dall’ultimo Education Monitor di Ipsos, la salute mentale è considerata la sfida principale che i giovani devono affrontare oggi (33%), più dell’economia e del costo delle case; quasi sette persone su dieci considerano gli spazi online un luogo non sicuro per chi cresce; e una persona su due (48%) pensa che il benessere mentale dei ragazzi sia precario. Leggere questi numeri fa uno strano effetto: è come vedersi in una radiografia e riconoscere finalmente da dove viene il dolore.
Numeri che, però, rischiano di essere letti nel modo sbagliato, avverte Targhettini. «Trovano un riscontro importante nell’esperienza clinica. Ma è fondamentale non leggerli soltanto in chiave clinica, come una fotografia di maggiore sofferenza, bensì come un cambiamento della consapevolezza: il segnale di una generazione che ha imparato, e sta imparando, a dare un nome al proprio malessere».
Non fragili, “solo” più esposti
Dare un nome al malessere, però, non basta a spiegarlo del tutto: bisogna capire anche da dove viene. Non fragilità, dunque, ma esposizione: «I ragazzi affrontano pressioni simultanee che le generazioni precedenti non hanno conosciuto: crisi climatica, guerre, incertezza economica, prestazioni scolastiche, relazioni mediate dai social. Sono bombardati da situazioni complesse, ed è normale che ne nasca disagio; ridurlo a un difetto generazionale sarebbe una lettura riduttiva». Anche il conflitto intergenerazionale, aggiunge, non si risolve dicendo che una generazione è più fragile di un’altra: «Ogni generazione è frutto del suo tempo. I ragazzi chiedono autonomia e fiducia, ma hanno anche un fortissimo bisogno di essere visti e ascoltati. Comunicano, ma spesso non c’è uno spazio d’ascolto degli adulti verso di loro».
Non penso che siamo di vetro. Siamo più che altro sotto una pioggia che non smette mai di battere, e tutti ci chiedono perché siamo bagnati
Eppure qualcosa, rispetto al passato, è davvero cambiato: la capacità di riconoscere il malessere e di chiedere aiuto. «Un tempo andare dallo psicologo era uno stigma. Oggi sono spesso i ragazzi a chiederlo, ed è un cambiamento culturale enorme, ma solo se incontra adulti capaci di accoglierlo. Se incontra soltanto il giudizio, rischia di trasformarsi in un ulteriore isolamento», spiega Targhettini. La sfida vera, conclude su questo punto, è trasformare la consapevolezza in capacità: «Non soltanto so che sto male, ma imparo che posso chiedere aiuto e cosa posso fare per iniziare a stare meglio».
L’ansia non è (sempre) il nemico
Tra le forme più fraintese di questo malessere c’è proprio l’ansia, che per Targhettini va maneggiata con più cura di quanta gliene venga di solito riservata: «Se ne parla tantissimo, spesso in chiave negativa: basta provare un po’ di ansia perché scatti l’allarme, e c’è il rischio di patologizzare qualcosa che, alla base, è una risposta sana. La paura serve a proteggerci e ci prepara ad affrontare le cose, così come tristezza e frustrazione fanno parte del pacchetto della vita». Il compito degli adulti, spiega, non è eliminare ogni emozione negativa, ma distinguere «il normale disagio evolutivo da una sofferenza che limita davvero la vita di una persona»: il problema comincia solo quando l’ansia diventa pervasiva.
Io la chiamo mal di futuro. Come il mal d’auto: non è che la macchina vada troppo veloce, è che il corpo continua a guardare fuori dal finestrino mentre la testa resta ferma su un pensiero. E il futuro, per me, è un tornante dopo l’altro: lo studio, il lavoro, i soldi, chi diventerò. Non c’è una sola cosa a cui penso senza sentire quella nausea leggera, quel dislivello tra dove sono e dove dovrei essere già arrivata.
Uno specchio che non si spegne mai
Un’altra cosa che complica il quadro è che la mia generazione ha più strumenti di comunicazione che mai, eppure fatica a usarli per raccontare se stessa, spesso per paura del giudizio o di non essere all’altezza: «Vorrei fare questo, vorrei fare quello, ma poi cosa succede nella realtà se lo faccio? E allora si rimane nel pensiero», racconta Targhettini di molti dei suoi pazienti.
Sui social, in particolare, questo blocco si aggrava: non sono più soltanto uno strumento esterno alla vita dei giovani, ma sono diventati spazi identitari a tutti gli effetti, i luoghi dove si costruiscono relazioni e appartenenza. Il problema nasce quando diventano «uno specchio permanente: il ragazzo non si chiede più chi sono, si chiede come appaio. L’autostima finisce per dipendere da come mi vedono gli altri, non da come mi percepisco». Un confronto perdente in partenza, perché mette a paragone una vita reale e imperfetta – «tutti abbiamo la giornata storta» – con la versione più edulcorata che gli altri scelgono di mostrare. «È una trappola: più cerco di controllare l’immagine che gli altri hanno di me, più divento dipendente dal loro giudizio». Il rapporto tra social e salute mentale, precisa comunque Targhettini, «non è semplicistico: esistono rischi e opportunità, e gli effetti dipendono dal tipo di utilizzo, dalle caratteristiche individuali e da come le piattaforme vengono progettate. Un social non è uguale a un altro».
Uno specchio che non si spegne mai è un incubo che chi non ci è cresciuto non può davvero capire. Non si tratta di vanità: immagina quale fiume di pensieri può scatenare il fatto che non esista un solo momento della giornata in cui non ci sia un paragone in corso, silenzioso, automatico, come un rumore di fondo che non riesci più a sentire ma che ti consuma lo stesso. Ti svegli e sei già in gara. Ti addormenti e la gara continua senza di te. Non è guardarsi allo specchio la mattina e basta, ma guardarsi attraverso gli occhi di tutti gli altri, tutto il giorno.
Le mille strategie per non esistere troppo
Da questa paura del giudizio nascono le «risposte preventive»: evitare di esporsi, controllare ossessivamente l’aspetto, chiedere continue conferme. Si traducono in gesti piccoli e diffusissimi, come rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, scegliere la cassa automatica al supermercato per non dover parlare con qualcuno, camminare con le cuffie per non essere avvicinati. «Non li facciamo perché non ne abbiamo voglia, ma perché non ci sentiamo all’altezza. Il paradosso è che una strategia nata per proteggerci ci impedisce di scoprire che il giudizio si può reggere, che non succede niente anche se veniamo giudicati». Solo sperimentando il rischio di sbagliare, spiega, si costruisce sicurezza: «L’autostima passa dal fare, non dal sentirsi al sicuro».
Il rischio, aggiunge Targhettini, è che questi gesti restino incompresi: spesso gli adulti vedono solo il comportamento finale – «non esce, non parla, sta sempre sul telefono» – e non il processo che lo ha prodotto. «Parafrasando un po’ Fernando Pessoa: per evitare che i giovani portino addosso le ferite delle battaglie che stanno evitando, è importante aiutarli a sperimentare che sbagliare è possibile, ed è fondamentale nella vita».
Perché serve incontrarsi di persona

È qui che entra in gioco il valore di un festival come Paranoia: uno spazio fisico di incontro, in un tempo che ne offre sempre meno, dove sperimentare che il giudizio si può reggere davvero. «La vulnerabilità ha bisogno di relazione, non di pubblico», dice Targhettini. «L’esperienza concreta produce un cambiamento percettivo ed emotivo, non solo una comprensione razionale: le persone spesso sanno cosa dovrebbero fare per stare meglio, ma non sanno come farlo. È nella relazione che scatta quella capacità». Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la connessione sociale un fattore di salute pubblica: circa una persona su cinque tra adolescenti e giovani adulti dichiara di sentirsi sola. Stare insieme fisicamente, dice Targhettini, restituisce una reciprocità che online non c’è: «Quando racconto qualcosa di me e vedo che gli altri ascoltano e partecipano, la vulnerabilità smette di essere un’esperienza individuale e diventa collettiva. E questo mi fa sentire meno sbagliato».
È quello che le succede spesso di vedere in studio, con pazienti che fanno i conti tardi con questo meccanismo. Uno, da poco trentenne, le ha detto: «Quanti anni ho perso nella paura del giudizio degli altri. E invece ho dei feedback bellissimi, e mi mangio le mani». Ci si autosabota, a volte. Ed è per questo, chiude Targhettini, che l’Ordine degli Psicologici della Lombardia ha scelto di esserci: «Sosteniamo Paranoia Festival perché porta la salute mentale, la psicologia, fuori dagli studi e dentro i luoghi della vita quotidiana, con un linguaggio accessibile e occasioni concrete di relazione. È esattamente la direzione in cui vogliamo andare: rendere la salute mentale meno stigmatizzata e più condivisa».
Paranoia Festival 2026: info pratiche
Dopo aver fatto tappa a Bergamo e prima di toccare Torino a novembre, l’11 e 12 settembre il Paranoia Festival è a BASE Milano, nel quartiere Tortona.
Il programma alterna tre formati: Talk e Panel di approfondimento, Lab (laboratori e workshop esperienziali) e Music & Art (performance live e dj set). Ecco 4 dei molti incontri in programma:
- DAL CORPO NON SI SCAPPA. Lo psichiatra Vittorio Lingiardi tiene una lectio sul delicato rapporto tra dimensione fisica e online (venerdì 11, ore 10).
- IDENTITÀ NELLE PERIFERIE. Un dialogo sul disagio giovanile: tra gli speaker, don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale per minorenni Beccaria e fondatore della comunità Kayrós, e il rapper Chicoria (venerdì 11, ore 18).
- INDIRIZZO INTERIORE. Il laboratorio di scrittura a mano condotto dalle psicoterapeute Martina Ferrari (@instasogno) e Francesca Parisi per dare voce alle emozioni (sabato 12, ore 17,30).
- PSICOLOGI DELLA NOTTE. L’iniziativa di Progetto Itaca con professionisti a disposizione per brevi colloqui gratuiti (sabato 12, in serata).
Parte del ricavato della stagione è devoluta a Progetto Itaca ETS, a sostegno del suo Progetto di Prevenzione nelle Scuole. Programma completo su paranoiafestival.com.