Non bastava il looksmaxxing come fenomeno digitale, che porta con sé una serie di rischi anche per la salute psicofisica dei giovani. Adesso arriva anche il solo-maxxing che conquista TikTok e i social in generale, dove la Gen Z spiega di preferire la condizione di single a quella di coppia. Ma se il numero di single è in aumento già da qualche tempo, la novità è che a ostacolare il primo passo verso la vita a due sia il dating: troppo impegnativo (e costoso) prepararsi al primo appuntamento.
Cos’è il solo-maxxing
Con questa definizione si indica la tendenza che ha preso piede sui social, nell’indicare la propria preferenza per la condizione di single, soprattutto da parte degli under 30. La Gen Z, infatti, sembra non avere dubbi sul fatto che stare da soli sia la condizione migliore, piuttosto che cercare una fantomatica anima gemella, a furia di primi appuntamenti che richiedono grande impegno. A spiegare i dettagli del fenomeno è stato di recente il giornale inglese Guardian, che a sua volta ha ripreso i risultati di alcune indagini condotte negli Stati Uniti.
Quanto costa un appuntamento
A colpire sono le motivazioni della Gen Z: come spiega il sito Fortune, infatti, un appuntamento con un “lui” o una “lei” con cui – presumibilmente – poi fare coppia costa a 189 dollari, con un aumento continuo: nello specifico, +12,5% rispetto allo scorso anno, quando ci si fermava (si fa per dire) a 168 dollari. Colpa di voci di spesa come cena, drink, trasporti per raggiungere ristoranti o locali, ossia i parametri presi in considerazione dal rapporto del Real Financial Progress Index 2026 della Bank of Montreal, realizzato a inizio 2026. Il “prezzo” per cercare la propria dolce metà, però, può salire ulteriormente al variare dell’età, includendo trattamenti estetici, per esempio i Millennials arriverebbero a 252 dollari per uscita (+32% rispetto al 2025). Considerando che per una relazione stabile si calcola che occorrano almeno una decina di uscite, si potrebbe arrivare a un investimento di 4.000 dollari.
È davvero questione di soldi?
I costi, dunque, sarebbero un freno al tentativo di diventare una coppia, almeno secondo gli under 30: «Possono pesare, certo, ma non nel modo in cui si racconta in genere», commenta Chiara Berrettini, Antropologa e Consulente Familiare. «Nel mio studio vedo, per esempio, soprattutto ragazze. E quello che osservo non è semplice voglia di apparire nella versione migliore di sé, che sarebbe comprensibile e sano. È qualcosa di diverso: una cura al dettaglio talmente intensa, talmente carica di aspettative, che l’incontro reale non può che deluderla. Si arriva all’appuntamento dopo ore di preparazione, con un’immagine di sé costruita con precisione. E poi c’è una persona dall’altra parte che è imprevista, imperfetta, imprevedibile. Il divario, quindi, è insostenibile».
La differenza tra immaginazione e realtà
Per Berrettini, «Il problema non è il costo del rossetto. È che il dating è diventato un’altra performance da ottimizzare prima ancora che un incontro da vivere. Si investe così tanto nell’apparire che non rimane energia per essere presenti. Il filosofo Alain De Botton, fondatore della School of Life, ha osservato che siamo stati educati a credere che le emozioni intense siano prova di autenticità. Se non si sente abbastanza, si amplifica. Si spende di più, si appare di più. Non per vanità, ma per colmare uno spazio emotivo che non si riesce a raggiungere dall’interno».
L’economia del dating
Di fatto, quindi, si è creata una vera «economia del dating, che è un sintomo di questo stato d’animo, la cui causa sta nel fatto che l’incontro con l’altro è diventato un’occasione di valutazione invece che di conoscenza». Esiste, poi, anche un altro fattore da considerare: la scelta di rimanere single non è una novità assoluta. I dati confermano l’aumento di chi vive da solo, di fronte a un calo generalizzato di chi invece continua a pensare di metter su famiglia. «Il fenomeno, infatti, non è nuovo: il single è sempre esistito. Monaci, zitelle, scapoli d’oro: ogni epoca ha avuto le sue figure di chi stava fuori dalla coppia. Quello che è nuovo è la glorificazione», osserva Berrettini.
La “glorificazione del single”
«Il single non è più chi non ha trovato l’amore – chiarisce l’antropologa – È diventato un’identità da costruire e ottimizzare. Ci siamo addirittura inventati un nome, che è appunto il solo-maxxing. Per la Gen Z c’è un tratto specifico. È la prima generazione cresciuta dentro relazioni digitali prima ancora di avere relazioni reali. Sa gestire venti conversazioni in parallelo e fatica a stare dentro una sola conversazione difficile con una persona fisica. La coppia, invece, chiede qualcosa che le altre relazioni non chiedono: di mettere in gioco le proprie fragilità, di lasciarsi scapigliare dall’altro».
L’amore rompe gli equilibri individuali
Per la consulente familiare, «L’amore non funziona con la testa sola. Richiede di essere disturbati, portati fuori dal nostro equilibrio. Questa parte, quella in cui si smette di controllare, è esattamente la parte che oggi molti giovani adulti non riescono a raggiungere. Non è paura dell’impegno. È difficoltà a tollerare emozioni forti, quelle che non finiscono con uno swipe». A proposito di dimensione social, le piattaforme e il mondo digitale hanno anche cambiato l’approccio agli appuntamenti, quando questi avvengono.
L’esigenza di esibire e simulare
Qui entra in gioco il concetto di simulazione: «La simulazione oggi è ha un nesso con il sistema sociale, che non si limita a produrre persone incapaci di “sentire” davvero: le premia quando simulano bene. I social premiano l’emozione esibita, non quella vissuta. Il dating è diventato una performance da ottimizzare prima ancora che un incontro. Vedo quotidianamente ragazzi che sanno costruire un profilo perfetto e si bloccano davanti a una conversazione imbarazzante, silenziosa, imprevista», conferma Berrettini: «Inoltre il contesto chiede di fingere di sentire e fornisce gli strumenti per farlo bene: filtri, format, linguaggi pronti. Un intero repertorio di simulazione a disposizione».
Una vita in formato “maxxing”
Di certo il suffisso -maxxing caratterizza ormai anche altre tendenze, tutte accomunate dalla tendenza all’eccesso e alla perfezione: il looksmaxxing (l’apparire perfetti), lo sleepmaxxing (il sonno perfetto), il nonnamaxxing (lo stile di vita semplice, preso a modello ideale) o che dire del chinamaxxing: un insieme di indicazioni alimentari, attività ed esercizi che si ispirano alla medicina tradizionale cinese e che rappresenterebbero, ancora una volta, la strada da seguire per uno standard considerato ottimale. «Il suffisso viene dal gaming. Nei giochi di ruolo si “min-maxava”: si portavano al massimo i tratti desiderati, si azzeravano quelli inutili, ottenendo un personaggio ottimizzato, non una persona».
Cosa accomuna i maxxing
«È la stessa struttura mentale applicata a contenuti diversi. In tutti i casi il punto non è vivere, è ottimizzare il vivere. Da antropologa leggo qui qualcosa di preciso: quando una cultura non riesce più a offrire identità stabili, le persone le costruiscono da sole, tratto per tratto. Il sé diventa un personaggio da livellare. Come osserva Massimo Recalcati, questa dinamica produce godimento compulsivo: la sensazione deve essere sempre più intensa per essere sentita davvero. Il sistema ha deciso che l’emozione autentica, quella che non si controlla, non è comunicabile. E quello che non è comunicabile oggi fatica a esistere», osserva Berrettini.
I rischi della tendenza
C’è, però, un rischio evidente in tutti questi comportamenti: «Lo vedo concretamente nel mio lavoro con i giovani adulti – conclude Berrettini – Chi cresce ottimizzando ogni aspetto di sé, dall’aspetto fisico al modo di dormire, dal profilo da presentare al primo appuntamento all’identità da esibire sui social, costruisce un sé sempre più raffinato verso l’esterno e sempre più inaccessibile verso l’interno. A un certo punto non sa più cosa sente davvero. Non perché sia superficiale. Perché non ha mai avuto lo spazio, né il permesso culturale, di fermarsi a scoprirlo».