Le spie che qualcosa non va ci sono, le avvertiamo, eppure tendiamo a ignorarle, a metterle a tacere, a pensare che si tratti di un malessere passeggero magari legato a un momento “no”. Nonostante in fondo sentiamo che quel disagio è più profondo. Capita a molti over 50 e i dati lo confermano: il 64,7% delle persone convive con un problema di salute mentale per oltre 6 mesi prima di rivolgersi a un professionista. Secondo un sondaggio appena pubblicato, questa percentuale aumenta con l’età: tra chi ha superato i 50 anni supera, infatti, il 70%.
Gli over 50 non chiedono aiuto
La fotografia arriva in concomitanza della Giornata Mondiale della Salute Mentale (10 ottobre), facendo luce su un aspetto che spesso passa inosservato: oggi si parla di più del disagio giovanile, ma ancora si fatica ad affrontare il tema del benessere mentale tra gli adulti, che sono anche quelli più restii a parlare dei loro problemi. Se i giovani stanno imparando ad aprirsi, gli over 50 appartengono ancora a una generazione che vive con senso di vergogna l’eventualità di poter aver bisogno di un aiuto per affrontare una difficoltà psicologica: siamo cresciuti con la convinzione di dovercela cavare da soli, educati ad affrontare i periodi negativi con le nostre sole forze, pena l’idea di essere “fragili” o “inadatti”. Ma è davvero così?
Manca il coraggio o manca l’educazione?
Dai dati del centro medico digitale Serenis, se nella fascia di età tra i 26 e i 39 anni 6 persone su 10 attendono 6 mesi prima di chiedere un aiuto, dopo i 50 anni si passa a 7 su 10. Sulla salute mentale, infatti, pesano ancora un senso di vergogna, molti pregiudizi e uno stigma per coloro che trovano il coraggio, invece, di parlarne. Questo vale ancora di più per le donne, che sono quelle che si rivolgono con un po’ meno fatica a uno specialista, ma non prima di essere passate (spesso) dal pregiudizio. Un esempio? Come ricordano gli esperti di Serenis, quando una donna depressa dice al marito: «Non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto», lui le risponde spesso: «È perché sei ingrassata».
Superare l’analfabetismo emotivo
«Questo è un tema complesso che va assolutamente contestualizzato al giorno d’oggi. Direi che la barriera principale non è solo il costo o lo stigma sociale -nettamente ridotto tra le nuove generazioni -, ma l’analfabetismo emotivo e una diffusa illusione di autosufficienza. Secondo i dati recenti, oltre un terzo di chi sta male non chiede aiuto perché è convinto di poter gestire il problema da solo o non riconosce la gravità dei sintomi. A questo si aggiungono la vergogna della propria vulnerabilità e la difficoltà nel reperire informazioni chiare per orientarsi tra i servizi: paradossalmente in un’epoca di grande informazione non sappiamo a chi affidarci», spiega Martina Migliore, psicoterapeuta e Head of Business Learning & Culture di Serenis.
Donne più coraggiose
Intanto restano differenze nell’approccio alla cura di sé tra uomini e donne: «I dati del ministero della Salute indicano che le donne rappresentano circa il 56% degli utenti che si rivolgono ai servizi di salute mentale e mostrano una maggiore propensione a verbalizzare il disagio, quindi a parlarne – chiarisce la psicoterapeuta – Negli uomini pesa ancora una forte barriera culturale legata allo stereotipo della maschilità e all’autosufficienza, che porta a nascondere la fragilità o a esprimerla attraverso sintomi somatici o comportamenti di evitamento, ritardando la richiesta d’aiuto finché la situazione non diventa critica. In tutto ciò il contesto storico e politico attuale pesa sempre di più: il ritorno all’ideale dell’uomo forte e resistente alle emozioni sta causando un passo indietro rispetto alle conquiste degli ultimi anni».
Prendersi cura di sé non è “da matti”
«Prendersi cura della propria salute mentale può significare anche imparare a non aspettare che sia il disagio a dirci quando è giunto il momento di farlo. Dall’idea che chiedere aiuto sia qualcosa da “matti” alla convinzione che la salute mentale riguardi solo alcune categorie di persone – donne, giovani, ricchi, ecc. – i pregiudizi si insinuano ovunque», ribadiscono gli esperti di Serenis, che ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Scioglistigma”, coinvolgendo l’influencer Luca Lobuono con un’installazione in strada: un grande cartellone riporterà la frase da completare “La salute mentale è una cosa da…”, invitando i passanti a condividere liberamente i propri pensieri e a scriverli direttamente sul pannello.
Più accoglienza per chi è in difficoltà
Tra le iniziative del mese c’è anche “Aiuta chi aiuta”, che consente di donare sedute di psicoterapia ai volontari e operatori di Serenis, in collaborazione con Progetto Arca, organizzazione no profit impegnata da oltre 30 anni nell’assistenza e accoglienza abitativa a persone e famiglie in stato di povertà ed emarginazione sociale. La possibilità di offrire nuovi spazi di ascolto e cura arriva proprio mentre i dati indicano che la salute del cervello è un tema centrale. Come riporta la Fondazione Onda ETS, le stime sulle persone che convivono con una patologia in questo ambito parlano chiaro.
La salute del cervello in numeri
Le recenti rilevazioni indicano che sono oggioltre 1.430.000 gli italiani con una demenza, che potrebbero arrivare a circa 2.200.000 entro il 2050. «L’emicrania interessa oltre 8 milioni di italiani, in netta prevalenza donne, mentre circa 600.000 persone convivono con l’epilessia. Sul fronte della salute mentale, l’Istat stima che 3,7 milioni di persone (il 7% della popolazione sopra i 14 anni) hanno sofferto nell’ultimo anno di disturbi ansioso-depressivi e nel solo 2024 oltre 845.000 persone si sono rivolte ai dipartimenti di salute mentale del Servizio Sanitario Nazionale», spiegano da ONDA che ha lanciato l’(H) Open Weekend sulla salute del cervello, dall’8 all’11 ottobre.
Open Weekend sulla salute mentale
Ad essere coinvolti sono oltre 120 ospedali del network con il Bollino Rosa e i presidi dedicati alla salute mentale, «con cui vogliamo offrire ai cittadini un accesso gratuito a servizi qualificati e contribuire a costruire una cultura della salute mentale libera da pregiudizi, in cui prevenzione e diagnosi precoce diventino davvero alla portata di tutti», spiega la presidente di Fondazione ONDA ETS, Francesca Merzagora che sottolinea come esista una «distanza che separa le persone dalla cura: le nostre indagini mostrano come la scarsa informazione, la diffidenza verso i trattamenti e l’interruzione precoce delle terapie restino ostacoli concreti, alimentati da uno stigma che continua a pesare su chi convive con un disturbo mentale e sui loro familiari, spesso soli nel farsene carico».
La salute mentale non ha età
Il concetto di fondo è che non devono esistere limiti di alcun genere nell’accesso ai servizi sulla salute del cervello, che «non ha età, bisogna imparare a proteggerlo fin dall’infanzia ogni giorno della vita. Oggi nel nostro Paese le persone che soffrono di malattie neurologiche e disturbi mentali sono circa 1 su 3 (20 milioni), a conferma che la salute del cervello riguarda tutti in ogni fase della vita.
Le malattie del cervello mostrano una tendenza ad aumentare a causa dell’esposizione a diversi fattori di rischio e alla non attuazione di stili di vita corretti. Molti dei fattori di rischio sono modificabili attraverso prevenzione, interventi precoci e adottando stili di vita sani», ribadisce Claudio Mencacci, copresidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze e salute mentale presso l’ASST Fatebenefratelli – Sacco di Milano e presidente del comitato tecnico scientifico di Fondazione Onda ETS.