Un neogenitore su due dichiara che educherà i figli in modo diverso da come è stato educato. Il 65% di loro dice che insegnerà ai propri bambini a riconoscere e gestire le proprie emozioni. Per il 75% delle donne è addirittura prioritario, contro il 57% dei compagni. Ben venga questa volontà di educare alle emozioni, visto che è proprio questa l’impalcatura alla base di tanti episodi che ci restituisce la cronaca nera.
Il silenzio emotivo: epidemia che ha colpito tutte le famiglie
Ne è convinta Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo, in occasione della presentazione del MINDex 2026 – Il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani, realizzato dal servizio di psicologia online Unobravo insieme a Ipsos Doxa in occasione del mese della Consapevolezza sulla Salute Mentale. Una fotografia spietata del nostro malessere, facile humus su cui si innestano le tante vicende di violenza che vedono protagonisti giovani e meno giovani, soprattutto uomini. Alla base, il silenzio emotivo che abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti, e che non imprigiona solo gli uomini.
Non poter parlare delle proprie, sentirle sminuite se non stigmatizzate, essere zittiti o non compresi se ci apriamo per dire che siamo tristi, confusi o a disagio, è un’epidemia che ha colpito nei decenni tutte le famiglie. E con cui siamo cresciute anche noi donne. I danni sono evidenti, sono quelli che ci rotolano addosso dalle cronache e che raccontano di giovani, ragazzi imprigionati nelle loro emozioni, incapaci di gestirle.
Negare le emozioni le fa uscire in modo incontrollato
Emozioni che fuoriescono in modo impulsivo e rabbioso, incontrollato. «Emozioni come la rabbia e la tristezza, se represse o negate, sono alla base dei fenomeni più violenti e brutali. Ma anche di forme di dipendenze come l’alcolismo e l’uso di sostanze, in forte ascesa e più diffuse tra i maschi. Sono i ragazzi della Gen Z, infatti, le persone più in difficoltà rispetto alle proprie emozioni: solo uno su 10 dice di saperle gestire e di riflettere prima di agire» spiega De Stefano.
Analfabetismo emotivo: non saper esprimere cosa proviamo
Per i nostri ragazzi, amore e affetto sono i sentimenti più difficili di cui discutere in famiglia. Eppure, sono i temi su cui si costruisce il proprio Io futuro. Solo per il 37% degli adulti intervistati se ne discuteva a casa – ma con difficoltà. Per gli uomini, a restare inespressa è soprattutto la felicità, per le ragazze la tristezza e e la rabbia. E non poter capire cosa si prova, non poter un nome al proprio disagio, crea confusione, dolore e si trasforma in atti contro se stessi e gli altri. «L’alfabetizzazione emotiva contribuisce a mettere le basi per imparare a stare in contatto con ciò che si prova, senza evitarlo e senza esserne sopraffatti. In una società in cui la vulnerabilità è talvolta vissuta come un tabù, può essere utile restituire alla paura e alla rabbia il loro valore di segnali, favorendo una maggiore consapevolezza del proprio vissuto», spiega la dottoressa Corena Pezzella, Clinica Manager e psicoterapeuta di Unobravo.
Solo 2 su 10 siamo stati aiutati dai genitori a parlare delle nostre emozioni
Ma l’analfabetismo emotivo viene da lontano. In base all’indagine condotta su 1.800 persone dai 18 ai 70 anni, emerge che solo 2 italiani su 10 sono stati aiutati dai genitori a dare un nome alle proprie emozioni. Vuol dire che la maggior parte dei nostri genitori – a tutte le età – non ci ha chiesto come stavamo, come ci sentivamo. Anzi, il 58% di noi è stato scoraggiato dal farlo con le classiche frasi che sviano: non fare la vittima, datti una svegliata, devi essere forte. «Frasi che non aiutano quando invece basterebbe chiedere: “cosa ti succede?” E ascoltare» dice la dottoressa Pezzella.
Perché fa paura parlare delle emozioni
Ma perché i nostri genitori, e noi pure, una volta diventati genitori, non siamo capaci di accogliere le emozioni dei nostri figli e aiutarli? «Soprattutto se le emozioni sono di sofferenza, ci sentiamo tenuti a prenderle su di noi, a farcene carico. Ma questo finisce per sopraffarci, e proviamo un disagio molto forte» spiega la dottoressa Pezzella. «Invece di individuarle, e accoglierle, spostiamo l’attenzione verso altro: “Non ti preoccupare, lasci stare, passa tutto”. Ma in questo modo non legittimiamo ciò che l’altro sta vivendo e propaghiamo di generazione in generazione il silenzio emotivo».
Le più colpite dall’analfabetismo emotivo sono le Baby boomers
Dall’indagine emerge che le più colpite dal tabù delle emozioni sono le donne della generazione delle Baby boomers: a casa, dicono, si evitava l’argomento, non se ne parlava. Per fortuna oggi va un po’ meglio (ma non troppo) se appena il 9 % dice che il benessere mentale è un concetto sdoganato. Eppure sono passati 70 anni da quando nel 1949 fu istituito il mese dedicato alla salute mentale, maggio, voluto dalla Mental Health America. Ancora oggi, il 45% delle persone – quasi la metà – esiterebbe ad andare da uno psicologo, e l’11% sarebbe addirittura a disagio. Sono le donne le più aperte: il 51% andrebbe a seguire una terapia, contro il 37% degli uomini.
Almeno le donne dallo psicologo ci andrebbero
Perché ancora questo scollamento tra i generi? «Esiste un problema di legittimizzazione: molti uomini individuano la loro sofferenza ma manca il passaggio successivo, cioè ammettere di soffrire e sentirsi legittimati a chiedere aiuto» spiega la dottoressa Pezzella. «Chiedere aiuto, per molti uomini, vuol dire non farcela da soli, quindi sottrarre valore al proprio Io. Un Io costruito ancora su stereotipi duri a morire e che i neo genitori dicono che non replicheranno: “Non piangere”, “Devi essere forte”, “Non fare la femminuccia”». Espressioni che ci sembrano ormai medievali ma che invece resistono nelle generazioni. Un passaggio di testimone scomodo, che si sta cercando di sabotare spingendo proprio all’educazione emotiva, soprattutto tra gli uomini, i più restii ad ammetere di averne bisogno.
La nuova campagna Unobravo for Men
Proprio per gli uomini è pensata la nuova campagna Unobravo for Men: sui social e non solo, l’obiettivo è di abbassare le difese maschili e aprire un dialogo più vero, sensibilizzando ogni uomo a superare le esitazioni e a rivendicare i diritto di chiedere aiuto. La domanda vera da porsi è: effettivamente non serve andare da uno psicologo o è la cultura che non me lo consente?