Avere 80 anni, ma dimostrarne 50. È il sogno di molti, ma è anche la realtà per alcuni fortunati, che oggi hanno anche un nome: “Superagers”. Si tratta proprio di persone over 80, che dimostrano 20 o 30 anni in meno, soprattutto a livello cognitivo. Già oggetto di uno studio, ora un team di ricercatori americani ha individuato quello che sarebbe il loro “segreto”, utile in futuro per possibili interventi in chi soffre di Alzheimer.
Chi sono i Superagers e perché sorprendono la scienza
A “oniare il termine sono stati i ricercatori della Northwestern University of Chicago, in Illinois, che definiscono “Superagers” coloro che hanno “particolari caratteristiche psicologiche, ma anche neurobiologiche, diverse rispetto a quelle dei coetanei con capacità cognitive nella media”. Insomma, sarebbero più intelligenti dei pari età, tanto da poter essere paragonati ai 50enni. I benefici di avere qualche anno in meno, dunque, consisterebbero soprattutto nell’avere un cervello “più giovane”.
Avere 80 anni e dimostrarne 50
I ricercatori americani, che studiano il fenomeno già da oltre 15 anni, hanno indagato le caratteristiche del cervello dei Superagers, scoprendo come si preservi meglio rispetto al deterioramento fisiologico a cui va incontro con il passare degli anni. Per farlo hanno sottoposto a risonanza magnetica un gruppo di volontari over 80, per misurare lo spessore della loro corteccia cerebrale. È emerso che, mentre normalmente si perde circa il 2,24% di volume cerebrale, i Superagers hanno una riduzione di appena l’1,06%, cioè meno della metà. Sarebbe questo il segreto per rimanere “smart”.
Il nuovo studio: cosa si è scoperto
A confermare l’interesse verso i Superagers è una nuova ricerca, anch’essa statunitense, che mira a scoprire quale sia il motivo delle performance di chi ha un cervello che appare più giovane e, soprattutto, a mettere a punto cure per chi soffre di Alzheimer. Nel report, pubblicato sulla rivista scientifica Nature, si legge che il motivo sta nel meccanismo della neurogenesi, ossia la nascita di nuovi neuroni. «Lo studio è la prova biologica che il cervello è plastico, anche in persone di 80 anni», ha dichiarato Tamar Gefen, professore associato di psichiatria e scienze comportamentali presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine, che ha partecipato alla ricerca.
Quali cellule nel cervello
Dopo aver effettuato l’autopsia sul cervello di persone decedute tra i 20 e i 40 anni, è stato possibile individuare tre tipi di cellule: le cellule neurali staminali, i neuroblasti e i neuroni immaturi. «È un po’ come dire che le prime sono bambini, le seconde sono adolescenti e le terze sono quasi adulte», ha spiegato Orly Lazarov, professore di neuroscienze alla University of Illinois che ha guidato il lavoro. Successivamente i ricercatori hanno indagato le differenze tra Superagers, persone con prestazioni cognitive normali e pazienti con Alzheimer. Si è visto come nel primo gruppo ci sono più neuroni immaturi nell’ippocampo, anche rispetto a quelli di soggetti giovani.
Cosa c’entra l’Alzheimer
Secondo gli esperti, che hanno analizzato il motivo delle prestazioni cognitive superiori alla media della loro età nei Superagers, sarebbe soprattutto genetico. Ma l’aspetto più interessante del nuovo studio sta nel fatto che i ricercatori si sono soffermati sui possibili risvolti delle scoperte in termini di nuove cure per chi ha l’Alzheimer. Partendo dalla considerazione che questi soggetti hanno più cellule staminali neurali rispetto ai pari età, ma meno neuroblasti e neuroni immaturi, si è visto che la neurogenesi viene ostacolata e le cellule staminali neurali non riescono a evolversi e rimangono allo stesso stadio. Secondo i ricercatori, se l’ipotesi sarà confermata, si può ipotizzare di intervenire risvegliando le cellule staminali “dormienti” e dunque riattivando la neurogenesi.
Un cervello più giovane e più memoria
A conferma di come il meccanismo alla base del minor invecchiamento nei Superagers abbia a che fare con il cervello c’è però anche un altro studio, che ha analizzato le caratteristiche della corteccia cingolata, cioè un’area del cervello cruciale per la memoria, concentrazione e altre funzioni cognitive: si è visto che anche questa regione nei Superagers è più spessa e paragonabile a quella dei 50 anni. Ma se la genetica gioca senza dubbio un ruolo fondamentale, i ricercatori sono convinti che un fattore importante nel mantenere il cervello più giovane sia legato anche alla socializzazione.
Genetica, ambiente e socializzazione: i fattori chiave
«Sicuramente ci sono persone che rappresentano delle eccezioni alla norma, in biologia è normale che accada, e la genetica è importante. Però attenzione a generalizzare: è fondamentale anche la componente ambientale, che è multidimensionale, cioè abbraccia sfere diverse: lo stato di salute generale, la qualità della vita, l’alimentazione, il tono dell’umore e la dimensione relazionale. L’invecchiamento del cervello, quindi, è la risultante di tutti questi fattori», spiega Raffaele Antonelli Incalzi, past president della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia, e docente di Medicina interna presso l’Università Campus Biomedico di Roma.
L’intelligenza “sociale” dei Superagers
Proprio indagando sui fattori ambientali, si era già scoperto scoperto che i Superagers hanno una maggiore concentrazione di neuroni cosiddetti Von Economo, ossia quelli deputati all’intelligenza sociale: si tratta della capacità di saper comprendere e rispondere in un contesto di relazioni interpersonali. Include anche il concetto di empatia, l’essere in grado di ascoltare in modo attivo gli altri, di capirne i messaggi, sia verbali che del corpo. In questo caso si tratta di una abilità che può essere sviluppata e soprattutto mantenuta con una vita relazionale ricca.
Socializzazione e stimoli: il carburante per la mente
«La componente sociale e relazionale è sempre presente nelle menti brillanti, ma occorrerebbe capire quanto rappresenta uno stimolo e quanto invece non sia una conseguenza di un cervello attivo. Mi spiego: le relazioni hanno indubbiamente un forte effetto stimolante sulla mente e questo è dimostrato a livello scientifico. Ma non dobbiamo dimenticare che chi ha performance cognitive elevate è anche portato ad avere più relazioni con il mondo esterno, anche a livello di curiosità intellettiva: solitamente queste persone si aprono al mondo esterno e questa, quindi, è una conseguenza», osserva l’esperto.
Il legame mente-corpo nell’invecchiamento cognitivo
La mente, inoltre, non è “isolata” rispetto al corpo: «Ci sono casi documentati, anche a livello storico, di persone con alte performance cognitive, pur in condizioni fisiche compromesse, come nel caso di Francisco Goya: il pittore spagnolo, nonostante dovesse camminare con due bastoni, aveva una mente lucidissima e anche nei suoi scritti ha dimostrato una flessibilità logico-cognitiva notevole. È pur vero, però, che occorre preservare il corpo per mantenere giovane anche il cervello», ricorda Antonelli Incalzi.
Come cambia il cervello con l’età e come preservarlo
L’aspetto più interessante di questi studi riguarda la comprensione dei processi che permettono di rallentare l’invecchiamento cognitivo, per poterli mettere in atto anche in futuro, con “buone pratiche”, cercando di rimanere giovani quanto più a lungo. Secondo gli esperti non si tratta di puntare a una longevità in senso generale, ma di migliorare la qualità della vita. D’altro canto è proprio l’atrofia cerebrale, che si verifica in maniera fisiologica col passare degli anni, a incidere sull’invecchiamento e la perdita delle funzioni cognitive. Uno studio, condotto dalla University of California Ivine che ha coinvolto oltre 1600 over 90, ha confermato che la perdita di volume cerebrale è una delle principali cause di invecchiamento: in un 90enne il cervello pesa generalmente tra 1.100 e 1.200 grammi, 100 grammi in meno rispetto a quello di un 40enne.
Strategie per mantenere un cervello giovane
A causare la riduzione, che interessa soprattutto la corteccia prefrontale, l’ippocampo e la corteccia cerebrale (fondamentali nella formulazione del pensiero complesso) è la diminuzione dei neurotrasmettitori, che consentono la comunicazione tra neuroni, il peggioramento della circolazione sanguigna (con una minor ossigenazione) e i cambiamenti ormonali, che possono rendere più difficile la concentrazione, l’elaborazione di pensieri complessi, la memorizzazione di informazioni nuove e il ricordo di quelle vecchie. «Mantenere un buono stato di salute generale è fondamentale – conferma il geriatra – Per questo il primo consiglio è di rimanere attivi, raggiungendo l’obiettivo dei 7mila passi al giorno, pur con differenze individuali».
Avere interessi e stimoli
«La seconda indicazione è mantenere un livello di esercizio mentale adeguato, declinandolo in tutte le varietà: lavorativo, culturale, di studio, ecc. È importante preservare spazi all’interno dei quali coltivare anche interessi non lavorativi, come l’ascolto della musica. Ad esempio, è provato che quella classica ha benefici sulla mente: uno studio condotto sui ratti ha mostrato come i roditori che ascoltavano Mozart riuscivano a trovare l’uscita da un labirinto in meno tempo rispetto agli altri – spiega l’esperto – Ove possibile, sarebbe utile un piano di salute personalizzato in chiave geriatrica, con particolare attenzione alla prevenzione».