Uno dei fraintendimenti più diffusi sull’amore (ne abbiamo a dozzine, l’amore è complicato!) è che una coppia resista nel tempo perché le persone che la abitano rimangono uguali. In realtà è vero il contrario perché nessuno resta identico a se stesso. Eppure, nei casi più fortunati, il motore gira sempre a meraviglia, le cose funzionano. Anche se gli anni, gli incontri, i successi, le delusioni, persino i fallimenti modificano il nostro modo di guardare il mondo.
Così una lunga relazione non è la storia di due persone che si sono trovate una volta per tutte, ma di due persone che continuano a ritrovarsi mentre cambiano. “Dimmi che ami quello che di me cambia di continuo, e io potrò continuare a darti quello che di me davvero non cambia: la voglia di sceglierti ogni giorno in modo differente”. Bastano forse queste parole di Michela Murgia per raccontare uno dei più grandi paradossi dell’amore. Cerchiamo qualcuno con cui costruire qualcosa che duri nel tempo, ma dimentichiamo che il tempo, per sua natura, cambia tutto. Cambia i corpi, i desideri, le paure, le priorità. E che noi, come dice il poeta, “conteniamo moltitudini”.
La stessa persona? Sì, ma in evoluzione
Riccardo Vedovato, antropologo e autore del libro Questi strani esseri umani, parte da qui per cercare di svelare l’arcano. «Sì, credo che Walt Whitman abbia colto una verità profonda: non siamo identità monolitiche, siamo esseri in divenire. L’antropologia ci insegna da tempo che la persona non esiste mai da sola, come un nucleo chiuso e definitivo; prende forma nelle relazioni, nei passaggi di vita, nei contesti sociali», spiega. E aggiunge: «L’antropologa Marilyn Strathern conia il termine di “dividualità”, per indicare come noi non siamo mai sempre la stessa persona, ma persone diverse in ogni singolo contesto in cui veniamo a trovarci. Siamo una persona al lavoro, un’altra persona con gli amici, una persona con il nostro partner, una persona con uno sconosciuto con cui parliamo per la prima volta. Tutte persone diverse raccolte nello stesso corpo. Persone che cambiano in funzione del mondo che ci circonda». Se ti senti improvvisamente “spezzettata” niente paura, è tutta vita.
Come si cambia, per non morire
Forse è proprio questa la scoperta più difficile da accettare quando una storia dura molti anni. Ci si innamora di un ragazzo spensierato e ci si ritrova accanto un uomo segnato dal lavoro. Di una donna libera e imprevedibile che, dopo una maternità, una malattia, un lutto o un nuovo sogno, guarda il mondo con occhi completamente diversi. Ogni stagione della vita impone un nuovo incontro. E amare significa anche accettare di conoscere più volte la stessa persona. Questo processo può entusiasmare, ma anche spaventare, giusto? «Assolutamente sì. È affascinante perché l’altro continua a sorprenderci, ma è anche disorientante perché ogni cambiamento contiene una piccola perdita: perdiamo la versione dell’altro a cui ci eravamo abituati», riflette Vedovato.
Tutte le cicatrici che modificano la stessa persona
«Il disorientamento non è il segno che l’amore sta finendo; molto spesso è la cartina tornasole del fatto che il rapporto è vivo e non fossilizzato» spiega l’antropologo. È una prospettiva che ribalta molte convinzioni. Non è il cambiamento a minacciare la coppia. Semmai lo è la pretesa che nulla cambi. «Naturalmente esistono trasformazioni che lasciano segni profondi. Alcune sono visibili, altre meno. Diventare genitori, ad esempio, ridefinisce il tempo, il corpo, le priorità, gli equilibri. Ma anche non diventarlo può incidere profondamente sul modo in cui ciascuno costruisce la propria identità». Vedovato qui però evita di fare classifiche.
Una trasformazione che ci moltiplica
«Dipende dalla storia personale di ciascuno e dal contesto sociale. Le metanalisi mostrano che la soddisfazione di coppia tende a calare nel passaggio alla genitorialità, almeno nei primi due anni, e sappiamo anche che su questa fase pesano forti diseguaglianze nel lavoro di cura e nel carico mentale. Detto questo, anche la non-genitorialità può lasciare segni potentissimi, soprattutto perché in molte società viene ancora letta come deviazione, mancanza o questione da giustificare». Le coppie che attraversano questi passaggi senza smarrirsi sembrano dotate di una qualità rara: la curiosità. Non danno mai per scontato di conoscere definitivamente chi hanno accanto. Continuano a fare domande, ad ascoltare, a lasciarsi sorprendere.
La stessa persona cambia, ti va di scoprirla di nuovo?
«La curiosità è una caratteristica umana fondamentale, ma non la penserei come un dono innato che c’è o non c’è», precisa l’antropologo. «Se una persona non è “curiosa di natura”, può comunque coltivare una disciplina dell’attenzione: fare domande meno automatiche, lasciare all’altro il diritto di non coincidere con l’immagine che ne abbiamo, cercare esperienze condivise che allarghino il senso del noi. L’intimità si ravviva quando la relazione smette di essere puramente ripetitiva e lascia la porta aperta alla scoperta». Ma sarebbe un errore pensare che una relazione felice debba vivere soltanto di continue rivoluzioni. Anche le abitudini hanno un valore. I rituali condivisi sono una casa confortevole, ciò che conta è non trasformarli in una prigione.
I rituali, le abitudini che fortificano
«Una coppia non vive di sola esplorazione», rassicura Vedovato: «Vive anche di rituali, abitudini, memorie condivise, affidabilità. Quello che danneggia il legame non è la calma, ma la rigidità: l’incapacità di rinominare i ruoli, di rinegoziare i bisogni, di modificare le aspettative quando la vita cambia». Gli “immobili” non sono condannati se per immobilità intendiamo solidità. «Lo diventano se immobilità significa durezza, mutismo o rifiuto di apprendere». Forse il vero segreto delle relazioni che durano consiste nell’accettare che quella persona continuerà a trasformarsi. E che noi faremo lo stesso. Alcuni cambiamenti ci entusiasmeranno, altri ci costringeranno a salutare una versione dell’altro che amavamo. Ogni perdita insomma può aprire uno spazio nuovo e una sofferenza, come affrontare queste perdite?
Amplia la tua idea di intimità
Ogni passo di crescita è un piccolo strappo, si sa. «Occorre imparare a soffrire senza trasformare ogni perdita in smentita del rapporto», suggerisce ancora Vedovato. «Si sta meglio quando si smette di misurare il presente con il metro di un passato irrecuperabile. Non si tratta di negare la perdita ma di ampliare la definizione di intimità, di maturare un nuovo modo d’essere della coppia, lasciando andare i fantasmi romanticizzati che spesso sono propri solo di un periodo specifico e limitato nella vita di una relazione» puntualizza. Forse l’amore non è promettere di restare sempre gli stessi. È avere il coraggio di dire all’altro: cambia, diventa chi devi diventare. Io proverò a conoscerti ancora. E, se ci riusciremo, ci sceglieremo un’altra volta.