Marcela Turati

Marcela Turati: «Cerco la verità»

Reporter pluripremiata, Marcela Turati da oltre 20 anni indaga sui desaparecidos del suo Paese, il Messico. E per l’inchiesta sulla scomparsa di una guerrillera ha vinto il Premio Inge Feltrinelli, dedicato alle donne coraggiose che combattono per i diritti civili

Marcela Turati, 50 anni, è una reporter messicana. Una di quelle donne che rischiano la vita per cercare la verità. Che va a fondo, tenace, silenziosa. Esperta di narcotraffico, si è occupata dei cartelli di Ciudad Juárez e nel 2007 ha fondato Red de periodistas de a pie, la Rete dei giornalisti a piedi, un’associazione composta prevalentemente da giornaliste impegnate nel sociale e nella promozione di un giornalismo di qualità che fa parte del Global Investigative Journalism Network. È tra i 100 giornalisti più influenti che si occupano dei conflitti armati nel mondo per Action on Armed Violence, così come è stata riconosciuta nelle liste delle riviste Who, Líderes e American Quarterly. La incontro per il Premio Inge Feltrinelli, dove ha vinto nella sezione reportage con un’inchiesta uscita sul sito di Quinto Elemento Lab, un’organizzazione indipendente di giornalisti che credono in una società più giusta, anche questa co-fondata da lei.

Marcela Turati fa inchieste sui desaparecidos degli anni ’70

La sua inchiesta si intitola Los Vuelos de Alicia I voli di Alicia – e fa luce sugli omicidi dei dissidenti nel Messico degli anni ’70. Alicia De los Ríos Merino, nota anche come Susana, è una “desaparecida”: militante comunista, è scomparsa nel gennaio del 1978. E sua figlia – Alicia come la madre, soprannominata Lichita – non ha smesso di cercarla, convinta che sia una delle vittime messicane gettate in mare dagli aerei durante la cosiddetta “guerra sporca”, quando anche in Argentina, Uruguay e Cile chi dava fastidio veniva fatto sparire. Marcela si imbatte nella sua storia, vuole saperne di più, raccoglie documenti, cerca resoconti fra i testimoni e le organizzazioni per i diritti umani. Torna nei luoghi che Alicia ha frequentato, accompagna Lichita persino da medium e sciamani.

Marcela Turati racconta la tragedia collettiva vissuta dai Paesi del Sud America

Vuole registrare e raccontare attraverso l’esperienza di Lichita una tragedia collettiva che riguarda i Paesi latinoamericani e capire fino a che punto una figlia sia capace di arrivare per scoprire il destino di sua madre. Quella di Alicia è per Marcela una storia che parte da lontano. «Nel 2000, quando ho iniziato a lavorare come giornalista in Messico, ho scelto di occuparmi di questi argomenti e non ho più smesso. Ancora oggi, ci sono tantissimi desaparecidos, quasi 100.000, molti a partire dal 2006 (quando l’allora presidente Felipe Calderón ha lanciato la guerra alla droga e adottato un modello militarizzato di pubblica sicurezza, ndr). Negli anni ’70 sparivano durante la cosiddetta “guerra sporca”, ma il governo non ha mai riconosciuto il problema e la loro sparizione è ora in secondo piano. Ci sono problemi e sparizioni più urgenti» mi dice. «Così queste persone sono diventate invisibili».

Marcela ha aiutato una ragazza, Alicia, a ricostruire la storia di sua madre desaparecida

Lo scorso luglio Marcela Turati ha protestato davanti al ministero degli Interni a Città del Messico per chiedere giustizia per la scomparsa e l’omicidio di alcuni colleghi giornalisti.

La madre di Alicia era una guerrillera fatta scomparire

Nel 2001 Marcela incontra Lichita. «Venivamo dalla stessa città, Chihuahua. Lei stava indagando su sua madre, cercava la verità e io le dissi: “Devo scrivere un libro o un articolo sulla tua storia perché è importante, perché può aprire una porta e dare speranza ad altre persone che cercano i propri parenti scomparsi”». Lichita si era laureata in Legge e Storia, aveva recuperato i documenti, era andata da alcuni zapatisti a chiedere se sapevano qualcosa sulle sorti di sua madre. «Ogni volta qualcuno le dava una speranza: “Ho visto tua madre in Nicaragua” oppure “L’ho vista a Cuba” o ancora “Hai una sorella, perché tua madre ha partorito mentre era in prigione”. E lei cercava, cercava. Aveva anche avuto una risposta negativa dalla Corte di giustizia. Nessuno in realtà sapeva rispondere alle sue domande. Finché ha trovato che il suo nome era in una lista dei “voli della morte”». Alicia, la madre, era una “guerrillera”, aveva imbracciato le armi contro il regime, e Marcela dice che tutto fa pensare che sia stata torturata e giustiziata. «In quel periodo furono più di 500 le persone scomparse, alcuni dicono addirittura 1.000, durante quella che il Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa chiamò la “dittatura perfetta”, il periodo che va da metà degli anni ’20 fino al 2000 sotto la guida del Partito Rivoluzionario Istituzionale, perché nessuno alzava la testa, dato che da una parte si assecondavano le richieste più urgenti del popolo e dall’altro si uccidevano gli oppositori. Il governo aveva promesso che avrebbe fatto luce sui crimini del passato ma niente è stato fatto».

Molti giovani in Messico chiedono la verità sui loro parenti scomparsi

Dopo 20 anni, la Corte di giustizia di Città del Messico ha preso in mano il caso di Alicia. La figlia, che ora ha quasi 50 anni e che «da quando era piccola andava in manifestazione con i nonni», ha avuto accesso ad altri documenti «e poi ha scoperto i “voli della morte” intervistando i parenti di altre vittime o persone sopravvissute». Ancora oggi le nuove generazioni fanno manifestazioni chiedendo la verità sui familiari “desaparecidos”. «Ma mentre prima le donne sfilavano in abiti neri, adesso i giovani fanno baccano, con cartelli e tamburi». Marcela ha accompagnato Lichita e l’ha seguita nelle sue ricerche fino a oggi. «Ogni volta che scopriva qualcosa di nuovo o andava da qualche parte le chiedevo di avvisarmi» ricorda. In Messico, mi spiega, delle sparizioni non si parla, anche perché c’è molta corruzione. «E alcune persone non conoscono nemmeno il passato che abbiamo avuto».

Con la sua associazione Marcela Turati supporta i giornalisti in zone a rischio

«Nella mia famiglia non ci sono persone scomparse» risponde quando le chiedo cosa abbia spinto lei a fare queste ricerche. «Ho deciso nel 2000 di darmi al giornalismo investigativo e di dedicare i miei articoli e il mio lavoro ai crimini del passato e alle vittime, ma nel 2006, quando è iniziata la guerra della droga tra i cartelli messicani ho cominciato a occuparmi di questa nuova violenza: la violenza dei narcos. Sono stata nei luoghi più pericolosi, come Ciudad Juárez, al confine con El Paso, in Texas, dove sono state uccise molte persone e molte altre sono scomparse. Dal 2008 mi occupo prevalentemente di questi casi e ho creato un sito che si chiama A dónde van los desaparecidos». Con l’associazione Red de periodistas de a pie, «forniamo supporto ai giornalisti che sono in pericolo, in zone a rischio. Il mio focus sono i diritti civili: con Quinto Elemento Lab scriviamo articoli, inchieste e le nostre storie hanno portato all’arresto di presunti membri di una mafia internazionale e funzionari corrotti».

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