Lo smart working in Italia ha smesso da tempo di essere una misura emergenziale, per diventare parte stabile del mondo del lavoro: oggi nel nostro Paese il 12% degli occupati lavora abitualmente da casa (nel 2019 era solo il 3,6%). Diffusosi come risposta all’allarme sanitario legato alla pandemia di Covid-19, si è progressivamente trasformato in una modalità consolidata in molte aziende. I dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano lo dimostrano: entro la fine del 2025 i lavoratori agili saranno circa 3,75 milioni, con una crescita del 5%. Può sembrare un aumento modesto, ma se si considera che nel 2017 erano appena 250mila, il salto è enorme. Ed è difficile pensare di poter tornare alla situazione precedente: il 73% dei lavoratori agili si opporrebbe se l’azienda eliminasse questa possibilità; quasi un terzo cambierebbe lavoro.
Le differenze fra grandi aziende e PMI
Lo smart working cresce nelle grandi aziende ma rallenta nelle PMI. Negli ultimi dodici mesi, quasi 2 milioni di dipendenti delle grandi imprese hanno lavorato da remoto, mentre nelle piccole e medie si è passati da 570mila a 520mila lavoratori agili. Il motivo: le grandi aziende hanno investito in tecnologia, ripensato gli spazi (il 78% offre postazioni prenotabili) e tagliato i costi (affitti, utenze, pulizie, mensa). Le PMI, invece, faticano: mancano risorse e persiste una cultura del controllo che frena l’innovazione. Oggi chi lavora da remoto lo fa in media nove giorni al mese nelle grandi imprese, sette nella Pubblica Amministrazione e 6,6 nelle PMI. E il 35% delle grandi aziende punta a mantenere questa formula anche in futuro.
Smart working: flessibilità e autonomia
Tra smart working e telelavoro, due modalità di lavoro flessibile che spesso vengono confuse, le differenze sono sostanziali. Il telelavoro tradizionale prevede la possibilità di lavorare da casa, ma con orari rigidi e costi sostenuti dall’azienda, come attrezzature e connessione. Si tratta di un modello molto strutturato, pensato per riprodurre a distanza le regole dell’ufficio. Lo smart working, invece, è flessibile e basato sui risultati: la persona sceglie quando e dove lavorare, gestendo autonomamente il proprio tempo, purché vengano raggiunti gli obiettivi concordati con l’azienda. Questa libertà lo rende molto apprezzato dai dipendenti, ma comporta sfide per le imprese: servono strumenti digitali avanzati, processi chiari e una cultura organizzativa matura, capace di monitorare i risultati senza controllare ogni dettaglio del lavoro quotidiano. In sintesi, il telelavoro riproduce a distanza l’ufficio, lo smart working trasforma il modo di lavorare.
Benefici per dipendenti e aziende
Per chi lavora da casa, lo smart working ha costi e benefici ben definiti. Secondo Altroconsumo, chi sta in smart working due giorni a settimana spende circa 150 euro in più all’anno tra luce e gas, mentre una coppia che lavora da remoto tutti i giorni arriva a 365 euro. Dall’altro lato, però, si guadagnano vantaggi concreti: fino a 900 euro risparmiati sui trasporti e circa 80 ore di vita recuperate ogni anno. Per molti pendolari delle grandi città il bilancio resta quindi positivo. Le aziende, invece, beneficiano in modo diretto: risparmiano tra 500 e 2.500 euro per dipendente all’anno, aumentano la produttività del 15-20% e riducono le assenze.