In Italia si soffre ancora tanto (troppo) di tristezza lavorativa. Andare in ufficio e svolgere le proprie mansioni, in generale, ha un peso non trascurabile. Colpa di richieste molto pressanti e ritmi spesso insostenibili, a fronte di retribuzioni ritenute non adeguate. A fotografare la situazione è un’indagine di Gallup, che colloca il nostro Paese al terzo posto tra quelli meno soddisfatti delle condizioni lavorative. Ma si può essere “felici” al lavoro o è un’utopia?

Italiani ancora troppo infelici sul lavoro

Pur con alcune variazioni, l’Italia si conferma dunque sul podio, al terzo posto, in quanto a tristezza lavorativa. «Purtroppo è un dato strutturale, non un caso. Da anni Gallup fotografa la stessa anomalia: circa 1 lavoratore su 4 dichiara molta tristezza nella giornata precedente (intorno al 25%, dietro solo a Regno Unito e Cipro), accoppiata a un engagement – cioè un grado di soddisfazione – a una cifra, tra i più bassi al mondo, meglio solo della Francia», commenta Luciano Canova, economista e divulgatore scientifico, docente di Economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei e docente a contratto presso l’Università di Pavia.

Tristezza o rassegnazione?

Prima di cedere allo sconforto, però, occorre una precisazione: «La tristezza qui è un singolo item (“ieri ho provato molta tristezza”), che viene preso in considerazione su media triennale, non un indice di odio per il proprio lavoro – sottolinea Canova – Potremmo dire senza generalizzare che in Italia c’è malessere, pur senza conflitto: i lavoratori, quindi, sono tristi e stressati, ma poco arrabbiati, il che potrebbe anche tradursi in rassegnazione».

Tristezza lavorativa in aumento

Di sicuro il rapporto Gallup State of the Global Workplace sulla tristezza lavorativa non lascia dubbi: i dati generali indicano che il 64% dei lavoratori si dice «non engaged», cioè psicologicamente distaccato, che dunque tende a fare il minimo indispensabile. Nel 19% dei casi si tratta di uomini, contro il 21% di donne. «È una differenza minima anche alla luce del dato sulla tristezza vera e propria (donne 24%, uomini 23%). Significa che il gap di genere esiste sui grandi numeri ma è piccolo e non racconta affatto “uomini più infelici”. Le possibili spiegazioni sono da cercare nella segregazione occupazionale, in tipi di mansione diversi, in differenze nell’esprimere il disagio, ma la chiave è ammettere che si tratta di una differenza marginale», chiarisce Canova.

Soffrono soprattutto gli over 35

Il report indica anche che il 19% di chi prova tristezza lavorativa è under 35, rispetto al 21% dei più giovani. «In questo caso si osserva che i più giovani sono un po’ meno coinvolti dei più maturi, mentre sulla tristezza sono quasi identici (under 35 al 23%, over 35 al 24%). Quindi il dato solido è che i giovani sono meno engaged, non più tristi. Si tratta di fenomeni complessi, per i quali i motivi possono coinvolgere ruoli d’ingresso e precarietà degli under 35, scarto tra aspettative e realtà, meno autonomia e senso di scopo a inizio carriera, ma anche iperconnessione che caratterizza le modalità di lavoro oggi – riflette l’esperto – Comunque la disaffezione appare trasversale».

Le differenze di mansione

Colpisce anche che il maggior livello di coinvolgimento nel proprio lavoro, e dunque di potenziale soddisfazione, si registri negli Stati Uniti e in Canada (31%), mentre il più basso nella top ten va all’Europa (12%), alle spalle di Sud America, Asia e Medio Oriente. «Questo aspetto è molto interessante. Ci sono due livelli di lettura: in parte è reale e dovuto a una cultura manageriale, a feedback frequenti e alla mobilità del mercato, tipici del mondo del lavoro negli USA; in parte è l’effetto culturale di risposta. Il nordamericano, per esempio, vive il lavoro come identità e risponde con entusiasmo alle domande; l’europeo, invece, è più sobrio e critico, e tiene il lavoro come una parte della vita».

Chi lavora più felicemente

Significa, quindi, che si lavora meglio negli Stati Uniti? Secondo Canova occorre prudenza: «Il dato non va sovra-interpretato: l’Europa va peggio sull’engagement, ma meglio su solitudine e su alcuni indicatori di benessere. La deduzione è che gli europei sono sì meno coinvolti, più distaccati, ma non necessariamente più disperati». Per quanto riguarda il livello di impiego, non appaiono sostanziali divari (22% manager, 19% altri impiegati), segno anche in questo caso che una certa disaffezione al lavoro non risparmia nessuno. Ma viene da chiedersi: si può essere “felici” lavorando o è un’utopia?

Troppo stress da lavoro

Un altro aspetto centrale è lo stress legato al lavoro. Se il 56% dei lavoratori vive con problematicità il rapporto con il proprio lavoro, per il 9% questo è persino fonte di sofferenza. Colpa del troppo stress che si porta dietro o che genera direttamente: si è passati, infatti, dal 31% di persone che nel 2009 affermava di sentirsi troppo sotto pressione a causa del proprio lavoro, al 40% del 2025. Ma si può lavorare senza stress? «Qui va fatta una premessa: si può essere appagati nella vita senza essere engaged, ed essere engaged, ma stressati. La felicità al lavoro non è utopia, ma non è nemmeno il default: è soprattutto un problema di condizioni di contesto, non di carattere», spiega Canova, puntando l’attenzione sul tipo di organizzazione del lavoro.

Quanto contano le politiche aziendali

«Per essere chiari, pensiamo al dato più citato nel rapporto: circa il 70% delle differenze nel coinvolgimento di un team dipende dal manager. Quindi non è questione di fortuna o indole, ma di design organizzativo. Per evitare il distacco dei lavoratori occorrono quindi chiarezza, riconoscimento, autonomia, un capo “decente” e la sensazione che ciò che tu fai conti davvero – sottolinea Canova – Le mosse individuali, come porsi dei confini, delle priorità, dei momenti di recupero e dunque “staccare”, aiutano ai margini. Ma l’evidenza dice che la leva grossa è strutturale. Carichi di lavoro, autonomia, aspettative chiare, qualità del management incidono di più».

Lavorare a stress zero si può?

«Il report fornisce una fotografia corretta: lo stress quotidiano, come visto, è salito dal 31% del 2009 al 40% del 2025, e sul fronte benessere il 34% prospera, il 56% arranca e il 9% soffre. Lavorare a stress zero non è il vero obiettivo né è sano – conclude Canova – Una quota di pressione è fisiologica anche a un buon funzionamento come persona: il problema è semmai lo stress cronico e non gestito. Forse starei attento a scaricare tutto sulla “resilienza” del singolo, perché spesso è un modo elegante di trasferire un problema organizzativo sulle spalle del lavoratore».