Chi l’ha detto che una laurea in Lettere, Filosofia o Storia non permetta di trovare lavoro? A quanto pare è tempo di sfatare un falso mito o quantomeno un’idea consolidata negli ultimi anni, durante i quali è passato il messaggio che, se un giovane vuole trovare lavoro, deve puntate su studi STEM, cioè scientifico-matematici. Oggi, invece, le lauree umanistiche pare stiano vivendo un nuovo momento d’oro, soprattutto se declinate nella versione Digital Humanities. Ecco di cosa si tratta.
Le lauree umanistiche tornano a dare lavoro
Dopo un periodo di minori iscrizioni e attrattività, ecco che il settore umanistico torna ad avere appeal e soprattutto sembra smentire l’idea che non permetta di trovare un lavoro, in una società sempre più digitale e tecnologica. A confermarlo sono i dati: secondo l’ISTAT, il 75,9% dei laureati in discipline umanistiche tra i 25 e i 64 anni ha un’occupazione. Forse anche per questa “inversione” di tendenza, aumenta anche il numero di giovani che scelgono carriere umanistiche e artistiche.
Più giovani scelgono percorsi umanistici e artistici
Sfidando lo stereotipo della laurea “inutile”, cresce il numero di giovani che decide di intraprendere un percorso che non sia scientifico-matematico-tecnologico. I dati dell’Anagrafe indicano, infatti, un aumento di iscrizioni ai corsi di arte e design nell’anno accademico 2024/2025. Naturalmente senza dimenticare le nuove competenze, in un mondo sempre più digitalizzato, tant’è che tra il 2019 e il 2023 sono aumentate del 23% le start up innovative che operano nel campo della cultura e dell’arte, che coniugano competenze umanistiche e informatiche.
Nascono professioni ibride
Insomma, il mondo della cultura e dell’arte, come quello dei musei, si sta aprendo alle nuove tecnologie, ma continuando a richiedere competenze tipiche di coloro che hanno una formazione di tipo più “tradizionale”. Il risultato è la nascita di nuove professioni ibride che fondono cultura e digitale: nella maggior parte dei casi si tratta di sfruttare soft skills come pensiero critico, capacità di comunicare e visione strategica, per veicolare dei contenuti artistici o eventi utilizzando strumenti attuali come social media o realtà aumentata. L’obiettivo è di “svecchiare” vecchi linguaggi, rendendo più attrattivi i contenuti artistici e culturali, aumentando anche il coinvolgimento e la partecipazione degli utenti nel “consumo” dei prodotti artistici stessi.
Le lauree umanistiche non sono “old fashioned”
«Una laurea umanistica oggi è tutt’altro che “old fashioned”: è un tesoro. Ti dà strumenti preziosi perché insegna a leggere la realtà, a dare senso a quello che accade, a scrivere e ad argomentare in modo efficace. In un mondo dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, queste sono competenze insostituibili: saper capire le persone, raccontare storie, interpretare i dati e orientarsi nella miriade di informazioni che riceviamo ogni giorno», spiega Irene Bosi, career coach. «Chi ha una formazione umanistica sviluppa la capacità di leggere i contesti, di porsi le domande giuste, di riconoscere i valori che guidano le scelte. Filosofia, letteratura e storia allenano a interpretare, a dare forma al pensiero, a costruire narrazioni efficaci. Sono capacità più che mai attuali e spendibili in qualunque settore», aggiunge Bosi.
Come unire arte, cultura e digitale
Viene da chiedersi se però non sia necessario aggiungere o unire, a un curriculum umanistico, una formazione digital specifica: «Non credo sia indispensabile integrare un percorso umanistico con decine di corsi tecnici dedicati al digitale o al social media management. Certo, qualche nozione pratica può essere utile per “parlare la lingua del mercato” e rendersi più immediatamente spendibili, ma non è questo che determina davvero il valore di un profilo. Le piattaforme cambiano velocemente, i linguaggi evolvono, le tendenze nascono e muoiono nel giro di mesi: inseguire ogni volta l’ultimo tool, l’ultimo corso per utilizzare l’ennesimo nuovo social, rischia di trasformarsi in una corsa infinita», spiega l’esperta.
Cosa occorre davvero
L’invito di Bosi è chiaro: «Se hai solide radici umanistiche e quindi capacità di scrittura, di analisi, di interpretazione critica, di storytelling ecc., allora imparare a usare un nuovo strumento diventa questione di poco tempo. È la stessa differenza che c’è tra chi sa suonare bene uno strumento musicale e chi impara solo a riprodurre una melodia: se hai le fondamenta, puoi adattarti a qualsiasi spartito. Il mondo del lavoro oggi non chiede persone che conoscano a memoria l’algoritmo di un social (che domani sarà già diverso), ma figure che sappiano costruire contenuti di valore, comunicare con efficacia. Per questo dico sempre che i corsi specifici possono essere un supporto, ma non sono mai la chiave. La chiave è essere in grado di approfondire, di avere senso critico e di saper interpretare il mondo: se possiedi quello, il resto lo impari sul campo».
Un esempio concreto di sbocco
In questo contesto si inseriscono realtà specializzate in content marketing nel settore artistico-culturale, come Zero Contenuti. L’agenzia è nata dalla considerazione che esiste un vuoto nel mercato italiano: «Ci sono realtà culturali come musei, gallerie, fondazioni, ma anche docenti che possiedono un patrimonio culturale enorme, ma non sanno come raccontarlo e raccontarsi online sfruttando le nuove tecnologie», spiegano dall’agenzia, che mira a creare un ponte tra il linguaggio dell’arte e quello digitale. Ogni progetto, quindi, si arricchisce di contenuti testuali e audiovisivi, che aiutano a raccontare storie coinvolgendo gli utenti.
Spazio alle Digital Humanities
«Il progetto è nato per rispondere a un’esigenza concreta: comunicare l’arte in modo accessibile e contemporaneo, senza tradire la profondità dei contenuti. Sentivamo la mancanza di un linguaggio capace di valorizzare il patrimonio culturale con semplicità, ma senza semplificazioni, integrando creatività e strumenti digitali. Il nostro obiettivo è dimostrare che una formazione umanistica può diventare impresa, coniugando sensibilità culturale e strategie professionali», spiega Flavia Scerbo Iose, founder e CEO di Zero Contenuti.
La digitalizzazione del mondo dell’arte
Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto per la Competitività ICOM, si sta assistendo a una importante accelerazione nella digitalizzazione museale in Italia, anche grazie agli investimenti del PNRR. Sempre più istituzioni culturali stanno facendo ricorso all’intelligenza artificiale alla realtà aumentata per valorizzare il proprio patrimonio e fornire agli utenti esperienze immersive. Il paradosso è che a volte manca il personale specializzato per realizzare questi progetti, oltre a fondi adeguati e difficoltà nell’interfaccia tra i sistemi esistenti e le piattaforme.
Quali altri ambiti per le lauree umanistiche
Tra le nuove figure particolarmente richieste nell’ambito delle Digital Humanities ci sono digital content curator, esperti in comunicazione culturale, archivisti digitali, cultural data analyst, UX designer per progetti museali e sviluppatori di percorsi interattivi. Esperti che, in possesso di una laurea umanistica declinata in ambito tecnologico, secondo i dati trovano lavoro dopo gli studi nell’83,8% dei casi.
Gli sbocchi nel design e nella sostenibilità
«Accanto agli sbocchi più immediati come il mondo della cultura, dell’editoria, degli eventi e della comunicazione, oggi si stanno aprendo spazi enormi anche in ambiti che fino a qualche anno fa sembravano distanti. Penso al design dell’esperienza utente, al content design, all’AI ethics, alla progettazione di strategie di sostenibilità, alla gestione delle community digitali e alla consulenza strategica. Tutti contesti che richiedono la capacità di interpretare bisogni, di costruire narrazioni, di orientare scelte: esattamente ciò che un background umanistico allena a fare», spiega Bosi.
I grandi manager con formazione umanistica
«La storia tra l’altro ci mostra che molti grandi imprenditori e leader hanno alle spalle studi umanistici. Pensiamo per esempio a Stewart Butterfield, fondatore di Slack, che ha studiato Filosofia, o Susan Wojcicki, ex CEO di YouTube e manager di Google che ha una formazione in Storia e letteratura: è la dimostrazione che la sensibilità umanistica può guidare colossi tech. Oppure Carly Fiorina, ex CEO di HP, che ha studiato Storia medievale e filosofia: un percorso che apparentemente non ha nulla a che fare con la tecnologia, ma che le ha dato strumenti mentali per guidare aziende molto complesse. Ci sono anche esempi italiani come Diego Della Valle che, partendo da studi in giurisprudenza, ha saputo trasformare un marchio familiare in un brand del lusso riconosciuto in tutto il mondo», ricorda la career coach.
Sapersi adattare a un mondo in evoluzione
Secondo Bosi, «Questi esempi mostrano che gli studi umanistici insegnano a ragionare, ad argomentare, a gestire l’incertezza. Ti preparano a qualsiasi mestiere proprio perché non ti incasellano in una sola competenza tecnica, ma ti forniscono un metodo di pensiero trasferibile ovunque. E oggi, in un mercato in cui le competenze tecniche diventano obsolete molto velocemente, questa trasferibilità è la vera garanzia di occupabilità. Un background umanistico ti permette non solo di adattarti, ma di reinventarti, di cambiare ruolo, settore, linguaggio, senza perdere il tuo valore».