È evidente che il lavoro segni le nostre vite (non solo dal punto di vista economico). E di fronte ai tanti cambiamenti che lo riguardano – a partire dallo smart working – riuscire qualche volta a riderci su è importante. Succede con Out of office, il nuovo spettacolo comico di Giorgia Fumo, (ex) ingegnera gestionale da tempo performer e autrice di monologhi di successo sul tema.

«Ho lavorato per un’azienda e mi sentivo fortunata. Avevo capi e colleghi meravigliosi. È solo con lo smart working, però, che ho finalmente trovato il modo per non sprecare parte delle energie e sentirmi apprezzata. Inviando le mie idee via email vedevo che finalmente ne restava traccia e non si perdevano nelle riunioni» racconta Fumo (in tournée fino ad aprile: info su teatro.it/spettacoli/giorgia-fumo-out-of-office).

Lavoro smart e nuovi equilibri

Ma con le nuove riorganizzazioni di luoghi e tempi di lavoro c’è anche chi oggi si sente un pendolo. Ne è un esempio Chiara G., impiegata 49enne anni di Bergamo e mamma di due figli, che dalla pandemia in poi ha alternato giornate in ufficio e giornate a casa. Con equilibri da funambola. «I primi due giorni volano. Il terzo inizio a togliere la tuta e metto un jeans. Il giorno dopo devo andare in ufficio e, in fondo, mi va di cambiare aria. L’entusiasmo, però, dura poco. Appena una giornata. Quando sono lì, infatti, tra colleghi e sale riunioni, vorrei essere altrove. La verità? Io a casa lavoro bene». Quella di Chiara è una modalità ibrida strutturata in base a precise policy aziendali: la formula smart più diffusa in Italia. Quel che conta, in questo sistema, è l’obiettivo concordato da raggiungere.

I numeri dello smart working

L’altra formula, presente in pochissime realtà, è quella full remote: ovvero, il lavoro è svolto sempre fuori dall’azienda. Ma quanti sono gli italiani in smart working? 3.575.000 secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano: il dato fotografa la situazione del 2024, in cui si registra una crescita rispetto all’anno precedente. «Il fenomeno riguarda la grande impresa e la pubblica amministrazione, dall’anno prossimo dovrebbe toccare anche le medie imprese. Si contrae un po’ nelle piccole, ma quello è un contesto in cui il freno è spesso perlopiù culturale. Nonostante prevalga una narrazione sul rientro in azienda, la verità è un’altra. Il saldo del lavoro ibrido è positivo e lo sarà sempre di più» dice Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio. «Quest’anno altri 3 milioni di italiani dichiarano che potrebbero effettuare almeno la metà delle loro attività da remoto con uguale o maggiore efficacia e usando tecnologie già presenti, senza insomma prevedere ulteriori investimenti».

La rivoluzione del lavoro ibrido

Il lavoro ibrido, che ha preso piede 5 anni fa, è quindi una rivoluzione ormai diffusa, ma incompleta. Gli aspetti da perfezionare non mancano. «Un lavoratore su 4 vorrebbe tornare definitivamente in ufficio. Dietro questo dato ci sono i due lati negativi della questione. Da una parte, il tecnostress legato all’iperconnessione. Dall’altra, l’overworking, ovvero lo squilibrio che porta le persone a dedicare molto più tempo al lavoro rispetto a quello che sarebbe necessario. In questo senso servono nuove regole per rendere lo smart working parte integrante di uno stile di vita sano. Una per tutte: il diritto alla disconnessione» aggiunge Corso, citando alcune realtà che nel 2024 hanno ricevuto gli Smart Working Award per la capacità di innovare le modalità di lavoro grazie ai loro progetti. Fater vince fra le grandi imprese, perché ha persino offerto ai dipendenti un sistema di ferie illimitate all’insegna della flessibilità (la decisione, in questo caso, è demandata al senso di responsabilità del singolo), ActionAid ha ritirato il premio fra le Pmi, il Comune di Padova nella categoria pubblica amministrazione.

Lavoro smart: computer e caffè

Più tutele per le lavoratrici in smart working

Siamo davanti a un fenomeno collaudato, ma anche variegato: il 36% degli smart worker sceglie in quali giornate lavorare da remoto, per il 32% decide il capo, per il 32% il team. Altri invece puntano sulla flessibilità oraria: la declinazione preferita è la settimana corta, che oggi è però presente solo nel 10% delle organizzazioni di grandi dimensioni e, in molti casi, è ancora in fase di sperimentazione. Di certo alla Gen Z piace molto. «I giovani ai colloqui chiedono subito se nel contratto sia previsto lo smart working. Nell’attrarre e trattenere i talenti ormai questa modalità è diventata fondamentale» conferma Paula Benevene, ordinaria di Psicologia del lavoro alla Lumsa di Roma. «Detto ciò, ci sono tanti problemi da risolvere. Innanzitutto, l’equazione che vede questa forma di organizzazione congeniale alle donne, che potrebbero così conciliare lavoro e vita privata. In realtà, senza adeguati servizi che le aiutino anche quando non sono in ufficio, le cose per loro non cambiano molto. Anzi, è solo un carico che si somma a quanto già si ritrovano a fare a casa. Dopo gli anni del Covid, la casa editrice accademica Emerald Publishing ha detto di aver registrato un calo del 30% nel rendimento delle sue ricercatrici in smart, dato non riscontrato invece tra gli uomini. Un simile risultato rivela quanto ci sia ancora da fare per le donne che, nonostante lo smart working, troppo spesso ancora faticano a conciliare lavoro e famiglia. Ma gli interventi necessari non riguardano solo loro. Dove sono, per esempio, nelle case degli smart worker le sedie ergonomiche e i computer con gli stessi sistemi di protezione dell’ufficio?». Flessibili va bene, ma occorre anche essere tutelati.

L’importanza della condivisione con i colleghi

«Da ricerche pubblicate sul Journal of Occupational Health Psychology è emerso che il lavoro agile fino a 3 giorni in casa funziona, dopo si ha la sensazione di perdere il contatto umano e si parla di isolamento» aggiunge l’esperta. «Un manager mi ha confidato che operando da casa è riuscito a seguire un master ed era contento anche perché la sua segretaria, anche lei in smart, non si era mai assentata. Va benissimo questa ottimizzazione di tempo ed energia, ma non dimentichiamo che gran parte di ciò che impariamo dopo gli studi lo dobbiamo al condividere il lavoro con i colleghi. Occorre proteggere gli spazi residui di socializzazione in ufficio».