Un disegno di legge per combattere il part time involontario, fenomeno che colpisce in maggior parte le donne e che negli ultimi anni è aumentato in modo preoccupante in tutti i Paesi europei (tranne che in Francia): dal 2004 al 2023, in Italia si è passati dal 36,5 per cento di persone che svolgono un lavoro part-time senza averlo scelto, al 54,8 per cento. Tradotto in quantità, vuol dire che in Italia esistono 2 milioni e 200mila persone che lavorano part-time senza volerlo, e di questi un milione e 500 mila è rappresentato da donne.

Part-time involontario: perché un ddl

Il disegno di legge, depositato in Senato a prima firma della senatrice Susanna Camusso, vuole riportare il part-time a un diritto, quindi una scelta della persona, anche revocabile nel tempo. Ciò che accade, invece, è che in molti casi il part-time venga imposto dalle aziende per motivi organizzativi (spesso fasulli), che sia difficilmente revocabile e che – in altri casi, i peggiori – sia contrattualizzato come tale, salvo poi diventare nei fatti un lavoro a tempo pieno, pagato però come part-time.

Il part-time involontario è soprattutto femminile

Il fenomeno riguarda il più delle volte le donne. Andrea Borghesi, segretario generale NidiL Cgil (Nuove identità di Lavoro, la categoria della Cgil che rappresenta le lavoratrici e i lavoratori atipici), commenta così l’ultimo rapporto Randstad sul part-time involontario in Italia: «Se si volesse fare un identikit rispetto ai dati forniti, si potrebbe dire che il prototipo è quello di donna, straniera, con contratto a tempo determinato, del sud e a bassa scolarizzazione: chi ha un contratto a tempo indeterminato, infatti, ha molte meno probabilità di avere un part-time involontario». Il part-time involontario diventa quindi uno strumento di ricatto su fasce di lavoratori deboli, quindi prevalentemente donne di cui, certo, alcune scelgono di lavorare meno ore, altre invece questa scelta la subiscono. Parliamo di tante donne anche più istruite e qualificate degli uomini, molte volte spinte al part time perché strette nella morsa tra lavoro e impegni di cura: il part-time può essere involontario anche in questo senso.

Part-time: con l’età aumenta quello femminile

Infatti, il part time è una “scelta” tipicamente femminile che, guarda caso, si accentua con l’età. Secondo l’Istat, aumentando l’età, l’incidenza del part time diminuisce tra gli uomini, mentre aumenta tra le donne: i padri part time tra i 25 e i 54 anni sono il 4,6 per cento, contro il 36,7 per cento delle madri. Donne che, in larga parte, vorrebbero poter lavorare di più. «Questa proposta – spiega la senatrice Camusso, ex leader della Cgil – intende colmare un doppio vuoto: uno che riguarda la scelta che spesso una lavoratrice o un giovane può fare di passare una parte della sua vita lavorativa part-time invece che a tempo pieno, per affrontare temi di cura, di studio, di formazione e che invece si affrontano con molta difficoltà. L’altra che riguarda gli oltre tre milioni di lavoratori, soprattutto lavoratrici, che hanno invece un part-time involontario, ovvero passano la loro vita in una condizione di lavoro povero e spesso anche non programmato e non programmabile, che invade completamente la loro vita e quindi anche la possibilità di supplire con altre attività o di organizzare meglio la vita familiare. Questo doppio vuoto – conclude l’ex leader della Cgil – va colmato riconducendo innanzitutto il part-time a una scelta volontaria, e dall’altro ridandogli caratteristiche di transitorietà o comunque di orario che sia programmato e quindi gestibile».

La prevalenza nei servizi

Ma perché il part time involontario riguarda soprattutto le donne? «Innanzitutto per la questione culturale per cui il lavoro di cura spetta per la maggior parte alle donne, che quindi possono sacrificare la loro carriera. Esiste infatti ancora il concetto del capofamiglia che porta lo stipendio più sostanzioso, mentre quello delle donne può essere accessorio» sintetizza così Giovanna Badalassi, ricercatrice indipendente, autrice con Federica Gentile del blog ladynomics.it e del libro Signora economia (le plurali). «Le donne quindi diventano lavoratrici più fragili, più ricattabili, impiegate nei settori che più si prestano al part time, cioè i servizi alle famiglie, alberghi e ristorazione. Si tratta di settori generalmente a basso valore aggiunto con basse retribuzioni, che espongono le donne all’instabilità e precarietà, a retribuzioni insufficienti e bassa contribuzione previdenziale. Ricordiamoci che meno contributi vuol dire meno diritti su malattia, maternità e infortunio, ma anche meno indennità (la Naspi) in caso di cessazione del lavoro». Il Rapporto Ranstad sottolinea la questione di genere: ben il 38% delle occupate donne appartenenti alla categoria delle professioni non qualificate ha un part time involontario (contro il 13% degli uomini).

La differenza tra grande e piccola azienda

C’è anche un altro divario: «Quello tra privato e pubblico (dove il fenomeno non esiste), e tra chi lavora nelle grandi aziende e chi nelle piccole» prosegue Badalassi. «Le prime sono sindacalizzate e tutelate, hanno cioè all’interno dei meccanismi che proteggono i lavoratori, offrendo più strumenti per concordare e negoziare i contratti. Nelle seconde invece, quelle padronali e con pochi dipendenti (che raopprsnetano poi il pezzo forte dell’economia italiana), esiste una certa criticità proprio per la debolezza contrattuale, che espone le persone a ricatti maggiori».

Part-time involontario: al Sud più che al Nord

Poi c’è la questione territoriale: «Il part time involontario trova tanto più spazio in quelle regioni dove i lavoratori e le lavoratrici hanno poca scelta. Se si vive in Emilia Romagna, per esempio, è più difficile essere costretti ad accettare il part time perché esistono meno lavoratori poco qualificati, ma soprattutto più alternative di occupazione» spiega la dottoressa Badalassi. Nel rapporto Randstad, la polarizzazione tra Nord e Sud Italia è evidente: Rispetto al totale dei part time involontari, ai primi posti troviamo Sicilia e Sardegna (14% entrambe), Puglia e Basilicata (11% entrambe) mentre agli ultimi Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna (6% entrambe). Per le donne ai primi posti sempre Sardegna (24%) e Sicilia (22%) seguite da Puglia, Basilicata e Molise (19% tutte e tre), agli ultimi posti invece Trentino Alto adige (10%), Emilia Romagna, Lombardia e Valle d’Aosta (11% tutte e tre).

Donne italiane vittime, e colonna sociale del sistema

«I dati drammatici sulla involontarietà nel part time» conclude Borghesi nel rapporto Randstad «suggeriscono che le donne italiane si sobbarchino, in assenza di opzioni altre, anche delle esigenze (in realtà in molti casi non reali) di flessibilità delle imprese: obtorto collo, infatti, rispondono positivamente a una richiesta di mercato senza, peraltro, sostegni adeguati sul versante del welfare. Insomma, pur “vittime” del sistema, appaiono esserne la colonna sociale.”