I colloqui di lavoro cambiano e non solo perché la scrematura dei candidati viene effettuata ormai da tempo con appositi programmi informatici (leggasi intelligenza artificiale), ma perché la stessa AI ora può aiutare chi aspira al posto di lavoro in un’azienda a sostenere il colloquio stesso davanti al selezionatore. Ovviamente a patto che si tratti di una call o videocall. Ma ormai molte delle selezioni avvengono da remoto, quantomeno della prima fase. Ecco come ci si può far “suggerire” le risposte corrette.

AI: minaccia o risorsa?

Oggi circa 10,5 milioni di lavoratori italiani sono “altamente esposti” ai rischi dell’automazione, in particolare tra le professioni meno qualificate come artigiani, operai e impiegati d’ufficio. A dirlo sono i dati del rapporto “Intelligenza artificiale: una riscoperta del lavoro umano” della Fondazione Randstad AI & Humanities, presentato alla Camera dei Deputati. Si tratta di una fotografia sul mondo del lavoro e i cambiamenti presenti, ma anche futuri. Da un lato l’AI rappresenta una minaccia, dall’altro può creare anche nuove opportunità di lavoro soprattutto specializzato, come i data scientist, gli ingegneri di machine learning o esperti di sicurezza informatica. Nello stesso tempo è anche già uno strumento prezioso per molti che il lavoro lo stanno cercando, tramite i temuti colloqui.

Il boom dell’AI nei colloqui di lavoro

Come racconta The Atlantic, sono ormai moltissimi i video (tutorial) sulle piattaforme social che spiegano come avvalersi del “suggeritore artificiale” in fase di call, quando occorre rispondere ad alcune domande da remoto, poste dal recruiter. Il copione è sempre lo stesso: il candidato piazza il proprio smartphone sotto lo schermo del computer con cui è collegato in videocall con il selezionatore e dialoga dando una sbirciatina ai suggerimenti forniti dal chatbot aperto sul cellulare. «Quali sono le tue skills?», gli chiede l’esperto di HR. «L’adattabilità», risponde, imbeccato dall’AI.

Come l’AI suggerisce risposte nel colloquio di lavoro

In altri casi, come quello del video social che ha totalizzato in poche ore 5,3 milioni di visualizzazioni, il potenziale capo ha chiesto al candidato di condividere il proprio schermo, sul quale c’era una finestra aperta su un chatbot. Il suo interlocutore, nel panico, ha dovuto chiudere il programma di AI, con evidente imbarazzo. A qualcun altro, però, è andata meglio, dal momento che lo stesso reclutatore era un AI agents, quindi a sua volta prodotto dall’intelligenza artificiale sotto forma di avatar, per effettuare la prima scrematura tra tutti i curriculum e le candidature giunte in azienda.

Si può essere smascherati?

La domanda, comunque, è se un HR possa riuscire a capire se il candidato si avvale dell’AI: «È effettivamente possibile notare anomalie, soprattutto da parte di selezionatori con maggiore esperienza. L’AI tende a produrre risposte eccessivamente elaborate o, al contrario, molto generiche, con un vocabolario che spesso non è allineato al profilo professionale del candidato. Inoltre, i segnali non verbali sono degli indicatori importanti: ritardi nelle risposte (dovuti alla consultazione del dispositivo), uno sguardo fisso verso un punto specifico dello schermo per leggere il suggerimento e una mancanza di spontaneità nel dialogo. Questi elementi compromettono sicuramente la naturalezza della conversazione», spiega Arnaldo Carignano, Talent Director Randstad Italia.

Attenzione ai suggerimenti sbagliati

Occorre prestare attenzione, quindi, a consigli non appropriati: «Usare suggerimenti errati da parte dell’AI comporta un grande rischio per il candidato. Infatti, se l’informazione suggerita è sbagliata e l’obiettivo del colloquio è la verifica delle hard skills, il candidato rischia di essere escluso dal processo di selezione. Soprattutto però sottolineo che, se il selezionatore si accorge dell’utilizzo di uno strumento di AI, il candidato perde inevitabilmente di credibilità – sottolinea Carignano – A questo si aggiunga che il candidato perde anche la capacità di esercitare il suo pensiero critico, cioè l’abilità di cogliere, analizzare e discernere l’informazione corretta da quella non corretta in maniera autonoma».

Meno ansia da colloqui, ma a che prezzo?

D’altro canto l’idea di avere un aiutino in fase di colloquio potrebbe servire, quantomeno a livello psicologico, per ridurre l’ansia che precede l’incontro. Ma a che prezzo? Come spiega il Wall Street Journal, chi scopre questo trucco non esita a parlare di “frode” e non a caso di recente qualche azienda è tornata a fare maggiore ricorso ai colloqui in persona, anche se comportano un maggior dispendio di tempo ed energie. «L’ansia si può ridurre, ma il sollievo è falso: specie se il candidato non riesce a trovare velocemente la risposta alla domanda e se deve mantenere la “recita” durante tutto il colloquio», chiarisce l’esperto.

Il rischio di “incoscienza artificiale”

Come emerso dal report di Fondazione Randstad AI & Humanities, però, esiste anche un rischio di “incoscienza artificiale”: invece che «lavorare con l’AI e non in alternativa, aumenta la tendenza a fidarsi eccessivamente di macchine per le risposte, senza reale consapevolezza», spiegano gli esperti. Un pericolo che vale anche nel caso dei colloqui di lavoro, sia per i candidati che per i selezionatori, che potrebbero effettuare scelte “sbagliate”.

Chi si fa aiutare: l’identikit

Dato il ricorso all’AI e stando ai video su TikTok, appare evidente che i maggiori fruitori dell’assistente “artificiale” in fase di colloquio siano i giovani della Gen Z. «Sebbene tutti possano usare l’AI durante i colloqui di selezione, l’aiuto da parte dell’AI è più probabile tra i candidati più giovani (possiedono più dimestichezza con la tecnologia) e tra quelli che aspirano a posizioni in settori ad alta specializzazione tecnica (dove le risposte richiedono maggiore precisione terminologica e accuratezza dei dati). Un altro fattore che entra in gioco può essere il livello di competizione per la posizione: più ristretto è il numero di posti disponibili per la posizione, maggiore può essere la tentazione di ricorrere a un supporto esterno per ottimizzare la performance», commenta Carignano.

La Gen Z e le App specializzate

Qualche influencer lo sa bene e quindi si è specializzato nel raccomandare App specifiche nel supporto in fase di selezione con un’azienda. Un altro potenziale rischio, quindi, è anche che questi aspiranti lavoratori cadano nella trappola del marketing. Proprio su TikTok, infatti, spicca l’influencer Kazuyoshi Fujimoto, che si autodefinisce “career expert” e che suggerisce alcuni tools (rigorosamente a pagamento) dai nomi suggestivi, come “Interview Copilot” e simili. Lo stesso vale per “How to use AI to pass ANY interview”, promosso da un’altra utente della piattaforma. Stando alle visualizzazioni, l’interesse c’è, ma non è dato sapere se poi questi strumenti si siano rivelati davvero utili.