Certo che la moda è proprio strana. Mentre in passerella ci mostra una miriade di stili e abbinamenti diversi (gli ultimi li abbiamo visti a Parigi dove hanno sfilato le collezioni Autunno-Inverno ’26/’27), ci indica un’altra via. Quella dell’uniform dressing, ovvero la pratica di replicare all’infinito un’unica formula vincente. Da una parte c’è la creatività più prolifica, dall’altra un’apparente noia misurata. Non illuderti, la seconda strada potrebbe essere più difficile di quella all’insegna della sperimentazione.
L’uniform dressing piace da sempre agli stilisti
Scegliere di far combaciare il proprio stile personale con un’uniforme potrebbe sembrare una scelta in contraddizione con la natura mutevole e transitoria del sistema moda. Ma com’è che gli stessi protagonisti del fashion system ne sono gli ambassador più celebri? Se la memoria corre al Signor Armani che saluta al termine delle sue sfilate in pantalone sartoriale+T-shirt rigorosamente blue navy o a Miuccia Prada con le sue mille gonne midi e i pullover in cachemire. Anche molti stilisti millennial optano per l’uniform dressing.
Infatti, Matthieu Blazy e Jonathan W. Anderson, i messia del nuovo volto rispettivamente di Chanel e di Dior, sono noti anche per la ripetitività dei loro outfit. Il primo alterna i jeans ai pantaloni in lana con T-shirt e pull in cachemire con mezza zip (del resto è uno dei suoi pezzi cult), l’altro ha fatto dello stile casual la propria bandiera: non abbandona mai denim (preferibilmente in lavaggi non troppo scuri) camicie, felpe e le immancabili sneakers (spesso Salomon) ai piedi.
E poi c’è lei. Chemena Kamali che da Chloé mixa aura bohémien e anni ’80, ma non rinuncia ai suoi pantaloni palazzo con blusa. E quindi chi è strano? Questi creativi o noi che ogni mattina cerchiamo l’outfit che spacca rimestando nell’armadio?
Gli (indiscutibili) vantaggi del vestirsi secondo uniforme
Una risposta univoca non c’è. Però, bisogna ammettere che l’uniform dressing ha numerosi vantaggi. Uno su tutti è che vestirsi diventa davvero facile e veloce e il tempo risparmiato si traduce in più energie da declinare altrove. Blazy, Anderson, Miuccia &Co. non corrono il rischio di raschiare il fondo della loro creatività perché serve tutta per il nostro stupore.
Quanto a noi comuni mortali con vite ordinarie, è vero che non dobbiamo partorire 18 collezioni all’anno, ma l’uniform dressing ci viene comunque in aiuto. Se il Covid ci ha fatto diventare più essenziali nei nostri bisogni scoprendo quali sono i capi che raccontano la nostra personalità, per capire che troppi vestiti non ci servono ci è voluto del tempo, un po’ di consapevolezza in più sulla sovrapproduzione che affligge il fashion system, qualche no buy challenge per smetterla con gli acquisti compulsivi e un po’ di indottrinamento sul guardaroba capsula (pochi pezzi per creare outfit differenti).
Il risultato sono tutti i vantaggi del vestirsi consci dei fit che più ci donano: evitare lo shopping guidato dalle tendenze con conseguente risparmio, più spazio nel guardaroba e scelte mirate. L’ultimo vantaggio è identitario. Infatti, l’uniform dressing presuppone un’elevata conoscenza di sé e se tu sei la prima ad avere le idee chiare, anche la tua immagine sarà filtrata con più precisione al mondo.
Un modus vivendi modaiolo non semplice
Facile dirai. Affatto. In primis perché capire quali sono forme, volumi e proporzioni più adatte a noi non è immediato. E poi ci vuole una creatività anche per mutare senza cambiare mai, scovando tutte le variazioni del caso. Sì, parliamo con te che fai il pieno dello stesso capo in colori diversi. Infine, non meno importante per rendere unica la tua formula serve personalità. Infatti, cambiare spesso il mood del proprio stile potrebbe sembrare indice di poca fermezza.
È un processo a volte naturale, che richiede tempo, pazienza e in un primo momento anche un po’ di sperimentazione. E ascoltare il proprio istinto è fondamentale: se quando indossi un determinato colore o una combo speciale ti senti particolarmente a tuo agio, forse la strada da percorrere è proprio quella. Quindi, abbassa un po’ il volume delle tendenze e mettiti in ascolto dei tuoi vestiti: quali parlano la tua lingua?