Ancora conservo nell’armadio una camicetta di voile grigio perla firmata Emporio Armani, che la mia mamma mi comprò quando ero ancora adolescente per un matrimonio. Era impalpabile, con un taschino a soffietto, il collettino alla coreana e cuciture di filo d’argento. Un indumento austero e minimale eppure a suo modo romantico e molto femminile. Mi bastava infilarlo per sentirmi subito speciale, come se fosse il mantello di Superman, un capo quasi magico, coi superpoteri. Per questo l’ho conservato per anni come una reliquia, mettendolo solo in occasioni in cui davvero valesse la pena, non solo di svago anche di lavoro, se era importante fare bella figura. Terrorizzata ogni volta di sciuparlo. Mentre il mio corpo nel frattempo cambiava e il seno iniziava a lasciare aperto quel soffietto all’altezza del cuore, finché non ho potuto indossarlo più.

Le giacche che hanno cambiato il potere femminile

Poi il caso, cioè la tigna, ha voluto che andassi a lavorare nei giornali, riviste femminili. Così, altri capi di Armani sono entrati nel mio armadio. Pantaloni morbidi che cadevano a pennello, borsine e pochette da sera, una gonna a righe bianche e blu con arricciatura sontuosa, persino un completo da smoking con le spalline aguzze e il punto vita leggermente sciancrato. Ma soprattutto giacche. Comode e destrutturate, dal taglio perfetto. Il pezzo giusto quando non sai cosa mettere e vuoi essere elegante. L’indispensabile per “darti un tono” e farti ascoltare. Lui, Re Giorgio, l’aveva capito prima di tutti che era necessario creare una divisa per le future donne in carriera, ma senza ingabbiarle nelle grigie grisaglie con cui certe pioniere scimmiottavano gli uomini. Ci si poteva ispirare a uno stile maschile di comando, ma liberandolo da tutte le sovrastrutture. Le linee rigide, i volumi squadrati e muscolari. Senza saperlo ha aperto la strada a un nuovo modo, più morbido e inclusivo, di intendere il potere.

Come ricordo Re Giorgio

Negli anni, grazie al mio mestiere, che flirta e s’intreccia con la moda, ho partecipato a molte sfilate di Giorgio Armani e a tanti suoi eventi nel grande spazio espositivo di via Bergognone, l’Armani Silos. Godendo in anteprima delle sue retrospettive, mischiandomi talvolta coi suoi amici vip: Sophia Loren, Cate Blanchett, Leo di Caprio… Tutti affettuosi con lui e felici, ogni volta, di celebrarne i traguardi e il talento.

L’umanità dietro il mito

Un anno fa l’ho premiato, insieme ad altri direttori di testata, con il Chi è Chi Fashion Community Awards come Icona della Moda, intrufolandomi nel backstage del suo teatro in cui da sempre vanno in scena i défilé. Ci accolse con un sorriso e un fare sbrigativo, perché il lavoro è lavoro, e non poteva perdere tempo mentre faceva gli ultimi ritocchi sulle modelle pronte a sfilare per il secondo round di Emporio (era solito dividere il popolo della fashion week in due diversi orari, per dare spazio a tutti). Nemmeno se doveva prendere un premio. L’ho ringraziato e gli ho stretto la mano, come ho fatto altre volte, sentendo l’onore di quel semplice gesto e il privilegio di essere lì, accanto allo stilista che ha reso grande il Made in Italy nel mondo. Ma soprattutto l’uomo, che in 50 anni di carriera (li avrebbe festeggiati proprio alla fine di questo mese, nel cortile di Palazzo Brera) non solo non ha sbagliato un colpo, facendo crescere la sua azienda e i suoi affari, ma non ha mai perso il contatto con la realtà e con le persone.

Non ha mai rinunciato, malgrado l’indole intransigente e i modi spicci, a una sincera e infinita umanità. Merce rara in certi ambienti.

Nel 2020 fu il primo a capire la gravità della pandemia e a convertire parte delle sue linee produttive per la realizzazione di camici e dispositivi di protezione per il personale sanitario; l’unico nel febbraio 2022, a pochi giorni dall’invasione russa, a far sfilare la sua collezione in silenzio, senza musica, per manifestare il suo disappunto e far fermare il circo della moda in segno di rispetto e vicinanza al popolo ucraino.

Il biglietto che non ho mai dimenticato

Dei vari bigliettini di ringraziamento e auguri che mi ha inviato in questi anni per progetti speciali e feste comandate, uno mi è particolarmente caro. È quello in cui mi fece in bocca al lupo quando lasciai la redazione di Elle. Mi commosse. Perché era un momento in cui ancora non sapevo bene cosa ne sarebbe stato di me, cosa avrei fatto. Ma a lui non importava. La persona dietro al ruolo. L’impegno e i risultati dietro ai numeri. L’etica del lavoro e del merito valeva non solo per sé ma per tutti, era il suo metro di giudizio. Mai come allora pensai che era un signore.

In fila con chi lo amava

Per questo mi sono messa in fila, come tanti – in soli 2 giorni, più di 10mila – per dargli l’ultimo saluto alla camera ardente. Una lunga coda ordinata, che non ho voluto saltare col mio tesserino da giornalista, anche se potevo, perché so che lui avrebbe fatto lo stesso. Nessuna scorciatoia. E perché mi piaceva stare in mezzo a chi lo amava. Ascoltare aneddoti e ricordi sottovoce o anche solo il silenzio interrotto dai piccoli passi sul selciato. Che fosse un buyer, una modella, un addetto stampa o una persona comune, Re Giorgio li ha uniti tutti. La ragazzina con la sua prima camicia firmata, come la me di tanti anni fa, e la grande direttrice, quella che uscendo ho incontrato quasi a fine coda. Mi ha ricordato gli anni in cui lei e lo stilista pranzavano insieme. La golden age delle super top e delle riviste patinate. Un mondo che oggi non esiste quasi più, mangiato dai social e dal business senza creatività e senza cuore, che insegue solo i fatturati.

L’eredità di Giorgio Armani

In quella camera ardente, tra le lanterne di carta e la grande foto di Armani dietro al feretro bianco, con una scritta che recitava: “Il segno che spero di lasciare è fatto di impegno, rispetto e attenzione per le persone e per la realtà. È da lì che tutto comincia” ho pensato che è questo che deve tornare a fare la moda. Parlare alla gente. Non solo a pochi, a tutti. Ridare senso e sostanza ai sogni. Affidare a una cosa che sembra frivola, e non lo è, i vestiti, il potere di raccontare e cambiare il mondo. Lui l’ha fatto. Si può fare. Buon viaggio, Re.