Il popolo di Gaza ha fame. Ha fame da quasi vent’anni, visto che in seguito all’istituzione del blocco israeliano la Striscia non è in grado di autosostentarsi ed è dipendente totalmente dai corridoi umanitari. Una situazione già grave, ma che oggi rischia di sfociare senza eufemismi in una carestia. Ce lo ha spiegato in quest’intervista Alessia Borzacchiello, delegata regionale per il Nord Africa e Medio Oriente per Croce Rossa Italiana.

Dopo 5 anni sulla Striscia, conosce perfettamente la realtà che le organizzazioni umanitarie vivono ogni giorno. Ha vissuto sulla sua pelle l’ansia costante, la perdita di amici e colleghi e gli sguardi di cittadini che vivono tra miseria e distruzione. Sa quali sono i fatti, che spesso vengono manipolati, e quali sono i reali bisogni della popolazione e degli operatori. E soprattutto, quanto è importante partire da noi che siamo qui, lontani: per non lasciare che si rimanga, anche solo per un giorno, in silenzio su Gaza.

Gaza, gli ultimi dati e la minaccia di una carestia

Secondo i dati di Medici Senza Frontiere, il 25% dei bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni e di donne incinte e che allattano sono malnutriti. Solo nella clinica dell’associazione a Gaza City, il numero di persone affette da malnutrizione è quadruplicato da maggio. Ogni giorno 25 nuovi pazienti vengono ammessi, con tassi di malnutrizione grave nei bambini (specie sotto i 5 anni), casi triplicati nelle ultime 2 settimane. Gli aiuti dei volontari sono l’unico modo che hanno i cittadini per sopravvivere, ma il governo israeliano – guidato dal premier Netanyahu che continua a negare la crisi – non fa che aumentare gli ostacoli.

Al momento i corridoi umanitari sono quasi del tutto bloccati, situazione che di fatto impedisce alla popolazione di Gaza di sopravvivere. La carestia che si sta per verificare sarebbe quindi a tutti gli effetti indotta, la scelta di un popolo che infierisce senza pietà su un altro, sotto gli occhi del mondo. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

Intervista ad Alessia Borzacchiello: Croce Rossa Italiana a Gaza

Come Croce Rossa, da quanti anni siete in Palestina e in che zone operate?

«In Palestina abbiamo una delegazione stabile dal 2006, aperta a seguito dell’autorizzazione da parte dell’autorità locali affinché il nostro partner, la Mezzaluna Rossa Palestinese, potesse avere una registrazione legale all’interno dei territori occupati. L’obiettivo era creare un comitato nazionale, ovvero una sede da dove poi vengono supervisionati tutti i comitati locali. Al momento infatti il nostro ufficio èe presso l’headquarter della Mezzaluna Rossa Palestinese a Ramallah, mentre prima del 2006 eravamo a Gerusalemme».

Prima dello scoppio del conflitto la situazione com’era?

«ll contesto dei dei territori palestinesi occupati è unico al mondo, su base quotidiana si vive e si capisce che cosa vuol dire vivere sotto un’occupazione militare a 360°. Il pugno di ferro influenza anche noi operatori, nonostante i nostri privilegi: dobbiamo seguire regole strettissime e spostarsi da una parte all’altra della Cisgiordania o verso Gerusalemme è difficilissimo. La situazione della Striscia, che da anni quasi irraggiungibile, è un ulteriore capitolo».

I Territori Palestinesi, non solo la Striscia

Come sono organizzati i Territori Palestinesi?

«Diciamo che la Cisgiordania è divisa in tre aree fondamentali: l’Area A, l’Area B e l’Area C. Oggi di fatto l’Area A è palestinese solo in una piccolissima percentuale. L’Area B invece è una zona in cui c’è un un controllo congiunto tra l’autorità palestinese e il COGAT, l’istituzione dell’autorità israeliane che si occupa di tutti gli affari all’interno dei territori occupati. In ultimo invece viene la situazione nell’Area C, dove si trovano i territori quasi completamente occupati dagli israeliani, un’area che aumenta sempre di più, e ad oggi è praticamente la parte principale.

Poi viene la Striscia, una zona completamente a sé stante: è un lembo di terra chiuso per via aerea, marittima e terrestre. I confini sono gestiti da Israele, che ha il controllo sia sull’entrata di persone che di beni, questo anche prima del del conflitto (a partire dal 2005, ndr). La Striscia non è autonoma, non si può neanche auto sostenere: cibo, medicinali, equipaggiamenti tecnologici logici o equipaggiamenti sanitari ovviamente non non sono mai state disponibili o reperibili nella striscia. Tutta l’economia è unicamente legata all’import dall’estero, sotto approvazione e controllo israeliano».

La situazione nella Striscia, raccontata da chi l’ha vissuta

Oggi avete ancora qualcuno che opera nella Striscia?

«Abbiamo una delegata a Ramallah, ma al momento non ci è permesso entrare nella Striscia per attività di monitoraggio, coordinamento o implementazione. Nonostante questo continuiamo ad avere la maggior parte dei nostri interventi a supporto della Mezzaluna Rossa Palestinese che implementa e realizza le attività, essendo loro presenti in prima in prima linea».

In che situazione operano le persone presenti?

«Dall’inizio del conflitto abbiamo perso oltre 40 operatori (solo come CRI, mentre tra gli operatori in generale le vittime salgono a più di 400, ndr). Parliamo di paramedici, volontari, ma anche staff, direttori di dipartimenti o di unità. La nostra ferita è ancora molto, molto aperta.

L’ultimo episodio a cui abbiamo assistito è stato a fine marzo: il ritrovamento di otto corpi di paramedici della Mezza Luna Rossa Palestinese, sei della Protezione Civile Palestinese e due dello staff delle Nazioni Unite. Sono stati trovati ovviamente morti, insabbiati insieme alle ambulanze inviate per per soccorrere i feriti a seguito di un bombardamento».

La carestia a Gaza: le vittime sono soprattutto donne e bambini

Oggi si parla di una carestia, che però media e politici negano. Voi confermate?

«Le conseguenze umanitarie che ci troviamo a gestire nella Striscia di Gaza sono enormi e sono catastrofiche. Qualunque parola si possa usare non renderebbe giustizia alla realtà di quella parte di mondo. Il rischio di carestia è molto alto: non lo diciamo solo noi di Croce Rossa Italiana, ma lo dicono agenzie internazionali preposte, organizzazioni internazionali, anche le Nazioni Unite. Gli ultimi gli ultimi dati in nostro possesso parlano di almeno 150 persone morte di malnutrizione di cui più o meno 80-90 erano bambini. Questa è la realtà».

Avete assistito ad esempi di malnutrizione?

«Certo, numerosi. Dal signore anziano in fila per le provvigioni che muore in attesa di essere nutrito ai bambini costretti a bere da fiumi pericolosamente inquinati, o che entrano nei nostri Feed Hospital letteralmente pelle e ossa, già quasi impossibili da salvare. È in particolare per i bambini che la malnutrizione ha rischi gravissimi: nelle prime fasi della vita possono esserci conseguenze sul lungo termine, con problemi al sistema nervoso centrale, al cuore e alla respirazione.

Dobbiamo preoccuparci della situazione di ora, ma anche dell’impatto che avrà su un intero popolo per anni, per generazioni. I meccanismi che sono stati messi in piedi all’interno della Striscia di recente (a seguito della prima fase del fuoco terminata a marzo 2015) non riescono a garantire accesso e distribuzione di cibo in maniera sicura per per la popolazione civile, ma anche per staff e volontari delle organizzazioni delle organizzazioni umanitarie».

Il futuro di Gaza

È pensando al futuro che non si può fare a meno di chiedersi: qual è la speranza per questa popolazione?

«I Palestinesi in questo momento hanno bisogno di tutto: prima di parlare del futuro, dobbiamo concentrarci su quello che possiamo fare adesso affinché questa popolazione continui a vivere in condizioni dignitose e nel rispetto dell’umanità. Il primo passo deve essere un’apertura indiscriminata dei confini via terra: ci sono stati aiuti in questi in questi ultimi due giorni, lanciati per via aerea. Ovviamente le intenzioni sono buone, ma questi interventi non riescono a raggiungere la popolazione, più di 2 milioni di bisognosi. Questo non è un metodo efficace: crea feriti, distribuisce viveri in zone fuori accesso, spreca risorse.

Per quanto riguarda il futuro, ovviamente, tutti guardiamo al domani con preoccupazione. In questa parte di mondo le cose possono veramente cambiare da un momento all’altro, quindi fare qualunque tipo di speculazione politica sarebbe sarebbe relativo. Bisogna innanzitutto capire che cosa ne sarà della Striscia, perché sicuramente avrà bisogno di una ristrutturazione totale, fornitura di di shelter, abitazioni, mezzi di assistenza e sussistenza primari. Il sistema sanitario è al collasso, e i trattati che assicurano la protezione anche degli operatori non sempre vengono rispettati. È una delle delle delle situazioni umanitarie più complesse della Storia, mette a dura prova anche la capacità e la posizione delle organizzazioni umanitarie che cercano sempre di essere tempestive e di aiutare la popolazione nel miglior modo possibile».

Croce Rossa Italiana a Gaza: «Se credi nell’umanità, non puoi mollare»

Come si fa a lavorare in questa parte di mondo senza perdere la speranza?

«È una situazione sofferente, straziante. Io sono sempre stata molto legata alla Striscia di Gaza, ai nostri colleghi. Ho tanti amici e conoscenti che purtroppo si trovano ancora lì, in una situazione descritta come “un Inferno in Terra”. Il coinvolgimento emotivo è difficile da controllare: non si può restare indifferenti a questa a questa miseria, a questa sofferenza».

Come operatori umanitari noi tutti siamo mossi dai principi in cui crediamo: se credi nell’umanità, non ti puoi arrendere. E la forza te la danno soprattutto le persone che rischiano la vita ogni giorno, sotto i bombardamenti. Se ce la fanno loro, allora ce la puoi fare anche tu

Avete accesso ad aiuti per prendervi cura anche della vostra salute mentale?

«Nello specifico come Croce Rossa Italiana abbiamo accesso a supporto psicologico e psicosociale, fornito su richiesta dai nostri nostri colleghi che si trovano nella sede centrale, così come altre altre attività di counseling offerte anche dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezza Luna Rossa.

Da questo punto di vista c’è sempre un’attenzione al benessere degli operatori: del resto, fare questo tipo di carriera o fare questo tipo di vita resta comunque una scelta. Sicuramente ci sono persone che riescono a sviluppare dei meccanismi per cui più facilmente possono gestire queste situazioni, altri che fanno più fatica.

Un’altra cosa importante per prenderci cura di noi stessi, che spesso ci dimentichiamo quando lavoriamo in queste zone, è la solidarietà. È necessario cercare di dare sostegno e mostrare vicinanza a i colleghi che vivono situazioni ancora più più pericolose delle nostre, solo così ci si aiuta tutti».

Gaza non è così lontana: cosa possiamo fare da qui

Noi, da qui, cosa possiamo fare?

«Lo sforzo collettivo è imprescindibile: quello che succede in questa parte del mondo è anche una nostra responsabilità. È importante che ci uniamo tutti quanti nel promuovere il rispetto del diritto internazionale umanitario, le Convenzioni di Ginevra, la protezione di staff, volontari e popolazione civile. Assicurare i corridoi umanitari per coloro che hanno bisogno di cure che non sono presenti in Palestina o nella Striscia è oggi l’assoluta priorità. Attraverso attività ovviamente di advocacy, di sensibilizzazione, di informazione: dobbiamo fidarci delle organizzazioni che sono presenti, dei dati che condividono. Chi lavora a Gaza vede com’è la situazione, la loro reputazione non deve non deve essere mai messa in discussione.

Noi come Croce Rossa Italiana continuiamo il nostro il nostro supporto nella Striscia, nonostante le difficoltà. Continuiamo ad essere sempre sempre operativi e ci concentriamo principalmente nell’ambito sanitario, ovviamente con un’attenzione particolare anche ai servizi di supporto psicosociale ed emergenza sanitaria sanitaria. Anche con l’aiuto di Mobile Clinic, che riescono più facilmente a spostarsi in zone della Striscia difficili da raggiungere.

Abbiamo una raccolta fondi aperta e diverse diverse iniziative mosse a livello locale: attività di sensibilizzazione, di raccolta di raccolta fondi. La Croce Rossa è sempre attiva: non nascondiamo le difficoltà operative, ma le possibilità per per aiutare e per assistere la popolazione ci sono. Dobbiamo solo avere garantito l’accesso: poi ci saremo, sempre».