Sei anni sono passati dalla violenza sessuale il 16 luglio del 2019 nella villa Grillo di Porto Cervo, tre anni e mezzo solo per il processo di primo grado. Fin dall’inizio, discussioni, polemiche, articoli di giornale, pure l’intervento sui social nel 2021 in prima persona di Beppe Grillo – fondatore del Movimento 5 stelle – contro la vittima, colpevole, il giorno dopo, di essere stata in kitesurf. «Non è vero che c’è stato lo stupro, arrestate me» diceva Grillo. I ragazzi «non sono stupratori», mentre la presunta vittima «viene stuprata la mattina, il pomeriggio fa kitesurf e denuncia dopo 8 giorni».
35 ore di interrogatorio alla vittima
Proprio sulla vittima, che con coraggio denunciò il 6 agosto 2019, una pioggia di 1.675 domande e 35 ore di interrogatorio per accertare che davvero quella sera fu violenza di gruppo. Che davvero lei non volesse: ma come, non ha detto «No»? Già, perché in Italia manca ancora una legge sul consenso, una legge che dica che sia sempre il «NO» a essere presunto, non il «Sì». Eppure la requisitoria del procuratore capo nel processo non lascia molti dubbi: «La ragazza fin da subito, dopo la violenza, fa i nomi di tutti. Sente dire a uno di loro: “Prendila, adesso tocca a me»”. È lei a dire: «Ricordo che tutti parlavano con tutti, li sentivo tutti attorno a me, vedevo con la coda dell’occhio anche le gambe».
Oggi come nel 1979
Per tutto questo, non sembrano trascorsi 46 anni dal famoso Processo per stupro, film del 1979 realizzato da Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini. «Lo girammo nel 1978 dentro il tribunale di Latina, venne trasmesso la prima volta il 26 aprile del 1979 e seguito da tre milioni di spettatori, poi di nuovo ad ottobre dello stesso anno e i telespettatori salirono a nove milioni. Per molti il documentario fu uno choc» raccontava nel 2023 Loredana Rotondo in un’intervista a Maria Novella De Luca per Repubblica. «Vedere e filmare la ferocia di un processo per violenza sessuale fu sconvolgente anche per noi. Ma forse è ancor più sconvolgente constatare che le domande, brutali, fatte dagli avvocati dei violentatori alla vittima di allora, sono identiche a quelle poste alla vittima di oggi nel processo contro Ciro Grillo e i suoi amici». Tutto ciò si ripropone con lo stesso copione 46 anni dopo.
Le condanne
Dopo tre anni e mezzo dunque il collegio del Tribunale di Tempio Pausania ha condannato in primo grado a 8 anni di reclusione i presunti responsabili di quella violenza: Ciro Grillo, figlio di Beppe, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria. Invece 6 anni e 6 mesi per Francesco Corsiglia, che non appare nei video e nelle foto considerati decisivi per l’inchiesta. In quei video e in quelle foto, per i giudici c’è violenza di gruppo. I tre sono stati quindi condannati in primo grado ma, come sappiamo, fino alla sentenza definitiva non sconteranno un giorno di carcere.
Le pene sono esigue?
«Accogliamo con soddisfazione il fatto che la vittima sia stata creduta» ha dichiarato Cristina Carelli, presidente della rete D.i.Re . «Ma ci sono voluti sei anni per arrivare a una sentenza di primo grado: un percorso doloroso e infinito per chi ha avuto il coraggio di denunciare». L’aspetto mediatico di questo caso ha sicuramente pesato sull’intero processo: «Anche se le pene inflitte possono apparire contenute rispetto alla gravità del reato, rientrano nei limiti edittali previsti dalla norma, soprattutto alla luce delle attenuanti generiche riconosciute agli imputati. Tuttavia, non si può ignorare l’eccessiva durata del procedimento» commenta l’avvocata Luana Sciamanna, avvocata penalista, responsabile dell’ufficio legale dei Centri Antiviolenza dei Castelli romani, divulgatrice sul tema della violenza psicologica e Presidente e fondatrice dell’associazione di Promozione sociale Crisalide Donne per le Donne. «Sei anni dai fatti alla sentenza costituiscono un arco temporale particolarmente ampio, aggravato dalla rilevanza mediatica del caso. In questo periodo, le persone offese sono state esposte a una continua riesposizione pubblica e processuale del trauma, dovendo fronteggiare spesso narrazioni colpevolizzanti. Si tratta di un evidente caso di vittimizzazione secondaria, un fenomeno ancora sottovalutato nel nostro sistema giudiziario, che coinvolge molte vittime di reati sessuali, acuite dalla lentezza del processo e dalla scarsa regolazione della comunicazione esterna».
La fragilità del nostro sistema giudiziario
Una lentezza implementata anche dalle fragilità del nostro sistema giudiziario, tra il mare mosso che rallenta i legali, un magistrato trasferito e poi riesumato, fino al tragico lutto del giudice Marco Contu, presidente del Collegio del Tribunale di Tempio Pausania, il cui figlio 22enne si suicida sotto un treno nella metropolitana di Roma. Un padre che perde un figlio e che deve giudicare altri figli.
Le vite di tutti in pasto ai media
Come ha detto il procuratore Gregorio Capasso al termine dell’udienza: «È stato un processo difficile al di là della complessità del caso, perché abbiamo sentito decine di testimoni, tre anni di dibattimento, ma è stato difficile perché ha coinvolto sei ragazzi». In questi anni, le vite di tutti, la vittima che ha denunciato ma anche i presunti colpevoli, sono state date in pasto ai media, alimentando talk show, dibattiti sui social e trasmissioni tv. Solo in Italia la cronaca nera interessa così tanto.
Di fronte ad anni di interrogatori, rinvii, polemiche, attese, confronti, forse colpisce l’esiguità della pena: «Non è la quantità della pena che ci interessa, ma il riconoscimento della violenza» dice Cristina Carelli. «La giustizia deve diventare accessibile, tempestiva e rispettosa dei diritti delle donne». È questo ciò che conta di più, come sottolinea anche l’avvocata Sciamanna: «La sentenza sollecita una riflessione non solo sull’adeguatezza della risposta punitiva, ma soprattutto sulla capacità del processo penale di garantire tutela effettiva a chi denuncia. Il principio di pubblicità è fondamentale, ma nei procedimenti per reati sessuali è necessario un controllo rigoroso sulla diffusione delle informazioni, per evitare che il processo stesso diventi una forma di ulteriore violenza per la vittima».