Italia, triplicati i bambini in povertà assoluta

Il nostro non è un Paese per minori: l'ultimo rapporto di Save the children fotografa un'Italia dove la povertà dei bambini non è più un'emergenza, ma una condizione strutturale. Ecco le ragioni, le possibili vie d'uscita, la campagna per il contrasto della povertà educativa

Emergenze abitative. Sfratti. Diseguaglianze economiche. Dispersione scolastica. Alimentazione e cure inadeguate. L’Italia è un paese “vietato ai minori”, che negli ultimi dieci anni ha perso di vista il suo patrimonio più importante: i bambini. Impoveriti, fuori dall’interesse delle politiche pubbliche, costretti a studiare in scuole non sicure e lontani dalle possibilità degli altri coetanei europei.

Negli ultimi dieci anni il numero dei minori che vivono in povertà assoluta, senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, è più che triplicato, passando dal 3.7% del 2008 al 12.5% del 2018. In numeri assoluti, sono 1 milione e 200mila (un bambino su 8) i minori condannati ad uno stato di sopravvivenza quotidiana, privo delle garanzie di base. Bambini in povertà assoluta, una condizione in cui diventa complicato procurarsi beni di prima necessità come acqua, cibo, vestiti e abitazione. Vittime di un complesso insieme di fattori esterni, dove sulla crisi mondiale si sono inserite gravi miopie amministrative: dal cieco affidamento all’austerità alla cattiva gestione delle risorse da parte dei comuni.

Mancano investimenti nell’infanzia

La denuncia viene dal X Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children: uno spietato bilancio della condizione di bambini e adolescenti in Italia negli ultimi dieci anni che getta luce sui numerosi e complessi fattori alla base delle profonde contraddizioni di uno dei Paesi più evoluti del mondo occidentale. L’Italia resta uno dei paesi europei che investe meno nell’infanzia, con divari tra le diverse regioni nel reale accesso ai servizi per i bambini e le loro famiglie. Basti pensare che a fronte di una spesa sociale media annua per l’area famiglia e minori di 172 euro pro capite per interventi da parte dei comuni, la Calabria si attesta sui 26 euro e l’Emilia Romagna a 316».

Per questo Save the children, in attesa di una legge di bilancio che possa invertire la rotta, rilancia la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, con centinaia di eventi e iniziative in tutto il Paese, da nord a sud. E chiede – attraverso una petizione - il recupero di tanti spazi pubblici oggi in stato di degrado, da destinare a scuole sicure e ad attività extrascolastiche gratuite per tutti.

L’austerità ha aumentato le disuguaglianze

Il ritratto che emerge dall’analisi è di un Paese che non ha gli strumenti per incrementare gli investimenti e la spesa pubblica, deprivato delle risorse per sviluppare il territorio nazionale e «sprovvisto - scriveva Save the Children già nel 2010 - di un Piano nazionale per l’infanzia» cioè del «documento strategico con le linee fondamentali e gli impegni concreti del governo in materia di infanzia e adolescenza». La conseguenza di queste mancanze, continua la relazione, «è quella di non poter garantire un monitoraggio attendibile della spesa sociale» e di «vedere approfonditi, nei prossimi anni, i divari e le disparità di accesso ai servizi». Una situazione, questa descritta da Save the Children, decisamente aggravata dalle politiche di austerità e di contrazione della spesa pubblica realizzate negli ultimi anni.

La povertà è strutturale, non un'emergenza

«Negli anni più duri della crisi economica, tra il 2011 e il 2014, il tasso di minori in condizioni di povertà è passato dal 5 al 10%, trasformando un fenomeno circoscritto in una vera e propria emergenza. Nell’ultimo decennio insieme alle diseguaglianze intergenerazionali, si sono acuite le diseguaglianze geografiche, sociali, economiche, tra bambini del Sud, del Centro e del Nord, tra bambini delle aree centrali e delle periferie, tra italiani e stranieri, tra figli delle scuole bene e delle classi ghetto. Si sono divaricate le possibilità di accesso al futuro» spiega Valerio Neri, Direttore generale di Save the Children. «La povertà oggi è un problema strutturale e non un’emergenza. Sono circa 500mila i bambini e i ragazzi sotto i 15 anni (il 6% della popolazione di riferimento) che crescono in famiglie dove non si consumano regolarmente pasti proteici e 280.000 sono costretti ad un’alimentazione povera sia di proteine che di verdure. Nel 2018, 453mila bambini di età inferiore ai 15 anni hanno beneficiato di pacchi alimentari».

I danni del federalismo fiscale

Save the Children individua una delle cause della distribuzione della povertà assoluta non solo nel passaggio devastante di una crisi economica epocale, ma anche nel fallimento del federalismo fiscale. Lo Stato si è progressivamente allontanato da coinvolgimenti diretti in materia di politiche sociali «potenziando il ruolo dei Comuni», ma in questo modo ha contribuito a creare «profondi squilibri in termini di spesa e servizi per l’infanzia tra le diverse Regioni, Province e Comuni».

In pratica, lo schema è questo: risorse locali diverse – diversi servizi garantiti – diverse condizioni di vita. E quando lo Stato non garantisce risorse economiche fondamentali, necessarie per colmare il gap tra le diverse regioni, succede che il Paese si divida irrimediabilmente in territori in cui è possibile vivere con serenità ed altri in cui anche la sopravvivenza diventa complicata. La conseguenza immediata di tale diseguaglianza economica è la migrazione interna (anche sanitaria) che a sua volta porta con sé lo svuotamento delle regioni più fragili e la perdita delle risorse intellettuali e produttive che fuggono via, oltre al logoramento di quelle che restano, in particolar modo i bambini

Sempre meno bambini e con genitori più anziani

La crisi economica ha avuto un impatto anche sull’aumento della denatalità. Nel 2008, in Italia i minori rappresentavano il 17.1% della popolazione residente, mentre nel 2018 sono ridotti al 16.2%. Un fenomeno che si è sviluppato in maniera non uniforme, ma si è concentrato in particolare nel sud e nelle isole – che hanno perso 1 minore ogni 10 –mentre al centro e al nord è stato meno incisivo per la presenza delle famiglie straniere. In Italia nascono pochi bambini e hanno in media genitori più anziani rispetto al passato: il percorso che consente di diventare genitori è sempre più lungo e complesso, anche in considerazione delle difficoltà per i più giovani di raggiungere l’autonomia necessaria per sostenere un nuovo nucleo familiare.

Il calo delle iscrizioni a scuola

Una prima conseguenza si è avuta nella flessione delle iscrizioni a scuola nel primo anno delle primarie: per l’anno scolastico 2019/2020 le domande presentate sono state poco più di 473mila, con una perdita di circa 23mila bambini rispetto all’anno precedente (-4.6%), mentre il ciclo di scuola secondaria ha registrato una flessione di altri 20mila studenti.

L’emergenza abitativa

Un’altra grande piaga sociale è l’emergenza abitativa. «In un Paese che ha 2 milioni di appartamenti sfitti e inutilizzati» si legge nella relazione «il 9% della popolazione italiana e il 14% dei minori ha patito disagio abitativo grave; il 41% dei minorenni ha vissuto in condizioni di sovraffollamento; il 25% in appartamenti umidi, con tracce di muffa alle pareti e soffitti che sgocciolano».

La dispersione scolastica


La condizione drammatica in cui vivono questi minori facilita anche la piaga della dispersione scolastica. Secondo i dati citati nella relazione, nel 2018 un giovane su 7 è uscito dal sistema scolastico. Anche qui la distribuzione geografica è disomogenea: nella Provincia Autonoma di Trento si ritirano da scuola il 10% dei minori, mentre la Sardegna detiene il record negativo del 23%. Una situazione decisamente aggravata dai tagli della riforma scolastica del 2008, che ha peggiorato considerevolmente le condizioni materiali e professionali della scuola e dell’università: dal 2008 al 2011 sono stati sottratti all’istruzione ben 8 miliardi, passando dal 4,6% del PIL al 4,1%. Nel 2019 i dati sono ancora peggiori. Oggi lo Stato italiano spende in istruzione il 3.6% del PIL. Un punto in meno rispetto a 11 anni fa.

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