I raggi UV e il sole indeboliscono il coronavirus

Due studi italiani dimostrano la capacità dei raggi ultravioletti di indebolire il coronavirus. Uno dei fattori che spiega la riduzione dei contagi in questa stagione

Era lo scorso marzo quando il presidente statunitense, Donald Trump, tra tante infondatezze, dichiarò anche che il Sars-Cov2, responsabile del Covid-19, sarebbe scomparso “da solo” con l’arrivo del caldo, in primavera-estate. In effetti parte della comunità scientifica ha sempre valutato la possibilità che il coronavirus si comportasse come un virus influenzale e dunque potesse essere infiacchito dal caldo. Ora due studi, entrambi italiani, arrivano a conclusioni analoghe, spiegando come la luce ultravioletta «ha un’ottima efficacia nel neutralizzare» il virus.

Le lampade UV “uccidono” il virus

Le ricerche, condotte dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) dell’Università statale e dall’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, insieme all’IRCCS Don Gnocchi dimostrerebbero «l’alto potere germicida» di alcuni raggi UV, in particolare quelli a lunghezza d’onda corta (UV-C), ossia quella «tipicamente prodotta da lampade a basso costo al mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata». La loro capacità di rompere i legami molecolari di Dna e Rna di virus e batteri era già nota e sfruttata, ad esempio, in molti prodotti per disinfettare ambienti pubblici e superfici ospedaliere. La vera novità sta nel fatto che i ricercatori hanno provato a usare particolari dosi di luce ultravioletta scoprendo che è sufficiente una piccola quantità di raggi UV-C per «inattivare e inibire la riproduzione del virus», come spiegato da Mara Biasin, docente di Biologia applicata all’Università statale di Milano, che ha condotto la sperimentazione. Ma la scoperta ha un’utilità che va anche oltre la possibilità di poter mettere in atto strategie più efficaci di sanificazione in luoghi pubblici e di lavoro.

Anche il sole “sconfigge” il virus?

Partendo dal primo studio, gli esperti dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano hanno condotto ulteriori ricerche per scoprire se pure i raggi solari UV-B e UV-A potessero essere utili a contrastare il coronavirus. Anche il Sole, infatti, produce UV-C, ma questi sono assorbiti dallo strato di ozono che circonda la Terra. I raggi UV-B e UV-A (con lunghezza d’onda maggiore) penetrano invece nell’atmosfera e sarebbero in grado di rendere inefficace in pochi minuti il virus presente nell’aerosol, dunque nelle piccolissime goccioline emesse quando si parla, si tossisce o stranutisce. Secondo i ricercatori queste conclusioni sembrano spiegare perché la pandemia abbia colpito soprattutto i paesi dell’emisfero boreale in inverno, quando l’irraggiamento solare è minore, rispetto a quelli dell’emisfero australe, che invece sembrano registrare maggiori contagi adesso, che si avvicina la loro stagione invernale.

Perché si scopre solo ora?

Quando si cominciò a teorizzare che il virus sarebbe scomparso con l'arrivo delle primavera la comunità internazionale reagì in modo molto scettico. Come mai?

«In realtà in molti avevamo sostenuto che esisteva la possibilità che alcuni fattori potessero sfavorire la circolazione del Sars-Cov2: tra questi c’è l’effetto dell’irraggiamento solare e del calore, che conoscevamo sugli altri 4 coronavirus, responsabili di raffreddori ma pur sempre con caratteristiche chimico-fisiche analoghe al Sars-Cov2» premette il professor Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. «Il fatto di aver riprodotto queste condizioni in ambiente controllato, quindi in laboratorio, e di averle testate su questo coronavirus è un passo avanti, perché conferma la stagionalità dell’andamento dell’epidemia e soprattutto il ruolo evidente del sole e delle temperature più elevate - prosegue l’esperto - Il fatto che l’infezione permanga in una minoranza di casi in questi giorni si traduce in un’infezione con carica virale minore: quanto più il virus si trasmette in maniera più difficoltosa, tanto più la carica virale sarà minore e dunque avremo casi poco sintomatici o asintomatici».

Merito di sole, caldo, ma non solo

Eppure anche nell’emisfero boreale esistono eccezioni, in particolare nel nord Europa dove, salvo eccezioni come la Svezia (dove però si è seguita la strategia dell’immunità di gregge) o il Regno Unito (con la sottovalutazione del rischio), il virus sembra aver colpito meno nonostante siano paesi con un minor irraggiamento solare. Viceversa, l’Iran ha registrato un elevato numero di contagi, a dispetto delle temperature elevate. Come si spiega?

«Nell’evoluzione della pandemia entrano in gioco anche altri fattori. In Slovenia, per esempio, ci sono stati pochissimi casi che si sono esauriti in breve tempo. Ma si tratta anche di un paese che non ha città così densamente popolate come quelle lombarde o come New York, dove l’epidemia è esplosa. Il modo in cui inizia la diffusione conta molto anche nell’evoluzione ed è indipendente da temperatura, mentre possono influire anche altri elementi, come l’inquinamento atmosferico» spiega il professor Clementi.

Bisogna temere per l'autunno?

A conclusioni analoghe a quelle dello studio di Inaf e Istituto dei Tumori sul potere del sole erano giunti anche gli esperti del dipartimento di Stato Usa. In precedenza, poi, il laboratorio di biodifesa delle forze armate americane si era basato su un lavoro del 2005 (Lytle e Sagripanti) che spiegava la comparsa e circolazione di alcuni virus, come quelli influenzali, in determinate stagioni dell’anno. Nel caso del coronavirus, dunque, è un’ulteriore conferma del fatto che ci si aspetta una seconda ondata in autunno?

«Nessuno oggi è in grado di prevedere cosa accadrà. Se guardiamo ai precedenti, nel 2003-2004 la Sars scomparve a giugno per non ricomparire più. Nel 2009 la pandemia da influenza suina partita dal Messico, è durata poco, ma il virus scatenante è rimasto tra noi, perdendo virulenza e infettandoci senza causare particolari problemi. Se dovessi azzardare una previsione, penso che il Sars-Cov2 continuerà a circolare in piccoli focolai, adattandosi all’uomo e diventando meno virulento. Se saremo bravi nel contenerli potremo evitare che torni ad assumere una forma epidemica importante. Tenderei insomma a evitare catastrofismi e previsioni allarmanti per l'autunno» conclude l’esperto.

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