C’è una ragione se tutti i dittatori, una volta ottenuto il potere, hanno cominciato col modificare i programmi scolastici e il proibire (o diffondere) libri. La conoscenza è sempre stata una forma di capitale, uno strumento che concede potere e libertà. Non è certo una novità, ma forse è oggi, nell’era social, che ce ne rendiamo davvero conto. Dalle clean girl che affollano le nostre home di Instagram fino ai designer, tutti vogliono diventare «schifosamente acculturati». E la difficoltà che serve per raggiungere l’obiettivo rende il capitale-conoscenza ancora più desiderabile. Un bene di lusso di cui si parla ancora poco, ma che presto desidereremo tutti sempre di più.
Il culto della cultura online
Quella che online viene definita come conoscenza, prima di tutto, è un concetto abbastanza generale. Certo non ha a che fare con la mera intelligenza, la capacità appunto di apprendere cose facilmente, ma con la più generica “cultura”. L’educazione viene vista come una vera e propria ricchezza, e si misura in base a una serie di “possedimenti”: nozioni, libri, aforismi, aneddoti storici. Le competenze vengono ostentate come fossero veri e propri acquisti, beni, e come tali vengono desiderate.
Se da una parte è positivo il desiderio di apprendere, informarsi e ridare valore all’educazione, dall’altra – come sempre – tutto sui social è estremamente superficiale e performativo. Così per essere un vero ”intellettuale” non basta sapere, studiare, conoscere. Serve anche, per esempio, sfoggiare outfit in stile old money o preppy, completi che ricordano le divise scolastiche. O collezionare libri molto vecchi (per dare l’idea di una biblioteca tramandata da varie generazioni, o un’abile utilizzo di Vinted), talvolta di edizioni speciali.
La cultura vista come lusso
Questa cura persino per gli spazi in cui riporre i libri ha dato vita alla bookshelf wealth, traducibile letteralmente come “il benessere da libreria”. Così tutte le librerie curate in ogni minimo dettaglio, che mostrano la personalità, i gusti e le passioni di chi le possiede, diventano uno status symbol.
I primi a notare la fascinazione del web nei confronti del mondo della cultura sono stati, non a caso, i brand di alta moda. Dal Literary Club di Miu Miu, in cui alcune tra le intellettuali di spicco d’Italia (e non solo) si riunivano a commentare classici della letteratura femminista durante la Fashion Week, fino a uno dei pezzi più iconici della collezione Uomo P/E 2026 di Dior, la borsa con la stampa della copertina di Dracula di Bram Stoker.
Tutto questo ha contribuito a legare il mondo della cultura a quello del lusso, e dato inizio a un trend che – come sempre avviene sul web – permette ad alcuni di sentirsi parte del gruppo. Ma per la maggior parte degli utenti è un altro modo per sottolineare disuguaglianze già evidenti. Se un libro costa in media 20€, infatti, le edizioni speciali protagoniste di questi video possono andare dai 50€ ai 70€. Così come gli oggetti e i magazine che spesso si aggiungono ai libri sugli scaffali degli intellettuali moderni: vasi di design, giornali indipendenti, accessori costosi e status symbol. Tutto questo non solo sottolinea che mostrare di essere intellettuali, oggi, è un requisito, ma anche che è un enorme privilegio.
Conoscenza, classe sociale e privilegi
Questa ossessione per la cultura, con le università viste come place to be e i libri come status symbol, è un trend estremamente classista. Che, soprattutto in Italia, rischia di alimentare ansie e insicurezze: oggi le università sono forse più popolate che mai, ma restiamo uno dei paesi europei con meno studenti laureati (secondo gli ultimi dati, non arriviamo nemmeno al 30%, superiamo di poco la Romania). E la provenienza sociale degli studenti è la prima causa dell’abbandono. I costi di libri, affitti e rate sono proibitivi. Per questo accedere al mondo della cosiddetta dark academia (che si fonda su libri come Dio d’illusioni, uno dei più amati del BookTok, con protagonisti che si aggirano per l’università discutendo in greco antico) è un privilegio di pochi.
Ma sono tanti i problemi che derivano da questa visione della cultura. Non per ultimo, il dilagare della superficialità. Il sistema scolastico inglese o quello americano sono basati sulle conoscenze nozionistiche e raramente creator che millantano di essere specializzati su determinati argomenti lo sono davvero.
C’è chi classifica La Repubblica di Platone tra i must-read per chi vuole leggere più saggi politici, chi appunto crede che si possa conversare in greco antico dopo averlo studiato da soli per sei mesi. E quel che è peggio è che ormai è talmente facile prendere parte a una performance che, soprattutto per i più giovani, è impossibile distinguere tra chi sa effettivamente quello di cui sta parlando e chi è solo molto bravo a fingere.
Intelligence gap e performative male, l’amore nell’era della culture obsession
Come se non bastasse, quest’ossessione per gli intellettuali (o i presunti tali) ha influenzato persino il mondo del dating. Convinti di non poter essere ricambiati altrimenti, sempre più persone sentono di dover fare sfoggio di una cultura che non possiedono. Così sono nati progetti ironici come quello di Lorenzo Luporini e i video in cui spiega come fingere di aver letto alcuni grandi classici, ma anche veri e propri fenomeni. Si parla sempre di più di performative male (“maschio performativo”), l’uomo che finge di amare la lettura, il cinema e la musica, ma in realtà conosce solo titoli “strategici”.
I meme sono divertenti, certo, ma dicono molto del peso che questo nuovo “trend” sembra avere per tutti i generi. È una fortuna quindi che sui social stia già spopolando il “contro-trend”, ovvero le intelligence gap relationship. Il termine si riferisce alle relazioni con un divario di cultura importante, benviste da molti dopo l’annuncio del fidanzamento tra Taylor Swift e Travis Kelce. La cantante e il giocatore di football hanno infatti saputo renere il loro improbabile match un marchio di fabbrica (con frasi come «La prof. d’inglese e il prof. di ginnastica sono fidanzati!» o «Tu sai palleggiare, io conosco Aristotele»).
Come sottolinea il magazine Dazed in un articolo dedicato, hanno provato che la cultura è importante, ma l’intelligenza lo è di più. In una relazione, più che la possibilità di educarsi a vicenda sulla storia e la letteratura, dovrebbe contare maggiormente la capacità di ascoltarsi, volersi bene e supportarsi.
Insomma, se oggi la cultura è il nuovo denaro, pensiamo ad arricchirci per stare meglio, non per superare gli altri. E lasciamo che influenzi le nostre scelte, dai partner agli amici, ma senza che ci privi dello scambio, della compagnia, del bello della differenza. Alla fine, soprattutto oggi, è questa l’unica ricchezza accessibile a tutti, e va protetta.