«Bro, ma tu dove li vedi i video tutorial sulle tecniche? Mandami i link, dai». Al telefono è Lorenzo, uno dei migliori amici di mio fratello Giacomo. Lo chiama per andare al bar, dove dopo birre e battute non è raro che la serata finisca con una sfida a scacchi: Giacomo, competitivo com’è, vince sempre, mentre “Lollo” è stufo di restare indietro.

«Da noi non te lo aspetteresti mai, vero?», ride mio fratello correndo a raggiungere gli amici. La “crew”, il suo gruppo, infatti non ha niente a che fare con gli intellettuali poco socievoli che lo stereotipo ha sempre collegato agli scacchi. Eppure, con tute che li rendono più “maranza” che nerd, alternano le canzoni di Lazza e Sferaebbasta ai podcast e le dirette sugli scacchi, e si scambiano consigli sulle pedine come fanno con il calcio e le ragazze. Giocano soprattutto online, ma non disegnano la scacchiera tradizionale, e come loro sono sempre di più i ragazzi della GenZ che in tutto il mondo riscoprono uno dei giochi più complessi, rendendolo – grazie a social e iniziative originali – aperto a tutti e super moderno.

Gli scacchi, come ce li hanno raccontati

A riportare il gioco sotto i riflettori è stata la fortunatissima serie Netflix La regina degli scacchi, in cui la protagonista Beth (Anya Taylor Joy) è una campionessa dal passato oscuro, ossessionata dalle pedine e quasi imbattibile. Gli scacchi nella serie (e nel romanzo a cui è ispirata) sono un gioco tanto pericoloso quanto romantico, un mondo che risucchia e permette di ottenere soddisfazioni solo se gli si dedica la vita.

Il racconto delle avventure di Beth ha affascinato un’intera generazione (complice il talento di Taylor Joy), ma ha anche rafforzato una credenza che lega gli scacchi allo stereotipo del genio squilibrato. Un contributo simile lo ha dato Sally Rooney, autrice bestseller irlandese, che ha raccontato la storia di Ivan, protagonista scacchista di Intermezzo, dopo lutto del padre.

Gli scacchi oggi, tra nuovi strumenti, tecniche e creator

Non sorprende che anche lo stereotipo legato al gioco, come tante credenze, sia duro a morire. Le pedine sono sempre le stesse e così pure la scacchiera, per questo quello degli scacchi è un hobby apparentemente semplice, eppure richiede di padroneggiare concetti complessi di matematica, logica e geometria. Tanto che, come scrive Reuben Fine in La psicologia degli scacchi, è l’unico gioco al mondo considerato sia uno sport che un’arte.

Insomma, non tutti sono disposti ad impegnarsi così tanto solo per uno svago, e come la favola della volpe che non arriva all’uva, serve credere che sia la scacchiera ad essere un gioco adatto solo a certi tipi di persone. Ecco perché in molti – lontani dagli sguardi e dai giudizi, e con una manciata di tempo libero a disposizione – hanno deciso di provare a capirci qualcosa solo in pandemia.

Lo studio serve anche oggi, tanto, ma gli scacchi non sono mai stati così democratici. Basta una ricerca online infatti per scoprire che non si impara più a giocare guidati da maestri, come accade a Beth nella serie, né nei circoli locali. C’è un mondo fatto di video di YouTube, dirette Twitch e piattaforme social, aperto a tutti e adatto ad ogni livello. Canali come Superspeed Scacchi e Chess.com postano ogni giorno clip, approfondimenti e video interattivi. E poi ci sono i creator, come il campione italiano Luca Moroni (classe 2000), che trasmette due ore al giorno commentando le sue partite e quelle dei colleghi per aiutare gli scacchisti (o gli aspiranti tali) ad essere pronti a tutto.

Le nuove tecnologie e i rischi per la socialità

A questo nuovo modo di vivere il gioco contribuisce anche l’arrivo di nuovi strumenti, come i computer che permettono di studiare tutte le combinazioni possibili. Così, studiando e memorizzando, si arriva preparati per ogni mossa, e si possono controllare in tempo reale le proprie scelte ancora prima che finisca la partita.

Ma se internet e i social aiutano a rendere il gioco più democratico, il rischio è quello di isolarsi. Bastano un pc e un cellulare per giocare contro compagni e campioni in giro per il mondo, e per allenarsi non serve più uscire e farsi guidare, ma si può fare tutto comodamente da casa. Come ha raccontato in un’intervista per Avvenire Michele Godena, cinque volte campione italiano di scacchi, oggi i computer rischiano di ancorare i giocatori a tecniche rigide e minano l’aspetto sociale. Si rischia di perdere quello che per molti era il bello degli scacchi, ovvero l’esercizio continuo per comprendere la mente dell’altro tanto da poterne prevenire le mosse.

Addio alle partite in solitaria: i chess club e i viaggi a tema

Foto di Pexels

Ma la GenZ, alla costante ricerca di passatempi non convenzionali, ha già reso gli scacchi un passatempo social. Sono tantissimi i ragazzi che, come mio fratello e i suoi amici, imparano a giocare e poi rendono la loro passione un’occasione per stare insieme. Forse si sta perdendo l’idea del circolo, il ritrovo delle solite persone nello «stesso posto e stesso bar», ma le serate a tema scacchi spopolano tra i giovani. Dal Knight Club Chess di Londra al Chess Forum Café di New York, in tutto il mondo gli scacchisti si ritrovano per sfidarsi accompagnati da playlist all’ultima moda e signature drink.

Gli scacchi sono anche il pretesto per organizzare viaggi non convenzionali e on the road il mondo, come conferma la guida promossa da CamperDays durante la giornata internazionale degli scacchi (il 20 luglio). I consigli comprendono mete classiche come New York, patria vera e propria della «scena scacchistica di strada» e dove si gioca sia per i quartieri di Manhattan che tra i vicoli di Central Park, a luoghi meno conosciuti.

Tra i più interessanti, Wijk aan Zee (nei Paesi Bassi), che ogni anno dal 1938 ospita il Tata Steel (il «Wimbledon degli scacchi»), Ströbeck (in Germania), il «villaggio degli scacchi», dove case e strade sono decorate e “prendono vita” durante eventi pubblici sulla scacchiera gigante al centro del borgo. Ma anche la capitale islandese Reykjavík, che ha ospitato nel 1972 «il Match del Secolo», quello tra l’americano Bobby Fischer e il sovietico Boris Spasskij.

Gli scacchi sono per tutti!

La sfida è entrata nella leggenda e diventata simbolo della Guerra Fredda giocata su una scacchiera, un primo esempio di come le pedine sappiano parlare a chiunque desideri ascoltarle. Che il gioco avesse la capacità di unire, in maniera improbabile e senza tempo, avremmo dovuto capirlo già allora.

E invece, intimoriti da tutto lo studio che richiede, l’abbiamo visto (e raccontato) come un gioco solitario, che richiede genio, ossessione, talento. Giocato da campioni saccenti e poco socievoli, che parlano solo di strategie e regole tutto il giorno. Niente di più lontano dalla realtà, come mi conferma – ormai con un piede fuori dalla porta – mio fratello. «Noi preferiamo giocare online così se passa qualche ragazza non ci vede con la scacchiera, che non è proprio il massimo», confessa. «Però ogni tanto ci facciamo beccare: io l’altra sera ho fatto a un mio amico lo Scacco del Barbiere: ho esultato come allo stadio, e lo rifarei!».