Lo ammetto, quando ho visto al cinema Don’t worry darling, il thriller del 2022 di Olivia Wilde ambientato in una fittizia cittadina anni Cinquanta, anche io ho pensato che forse si stesse meglio prima. Il dramma di Alice (Florence Pugh), “intrappolata” in casa a pulire e cucinare in attesa del ritorno del marito (Harry Styles!) che prontamente la riempie di baci e la vizia, mi è sembrato più un sogno che l’inizio di un thriller. E forse per questo non posso giudicare Jessie Murph, la cantante country che con la sua esibizione del brano 1965 ha creato un polverone online.

«Sarei disposta a rinunciare anche a qualche diritto se mi amassi come nel 1965», dice il ritornello, accompagnato da rimandi a ruoli di genere, tradimenti e persino violenza domestica. L’intento è quello di provocare portando all’estremo la fascinazione verso il passato che spopola sui social, e ovviamente colpisce nel segno. Quando vengono messi in discussione i diritti noi donne diventiamo (giustamente) sensibili, ma il brano di Murph non va letto come una minaccia né un pericolo da censurare: è la fotografia di un’epoca in cui, a partire dalle relazioni, qualcosa non va.

Se mi amassi come nel 1965…

Nonostante la mia défaillance al tempo di Don’t worry darling, quando ho visto l’esibizione (per non parlare del videoclip) di 1965 mi sono subito allarmata. Com’è possibile inneggiare al ritorno dei ruoli di genere, della violenza domesticaMagari mi darai qualche schiaffetto») e delle donne relegate al ruolo di angeli del focolareTu andresti a lavoro e io resterei a casa a divertirmi»), dopo così tante battaglie? Come si può accettare di sentirne parlare con leggerezza, come se la vita di intere generazioni avesse lo stesso peso di un meme?

Il 1965 è un anno generico, usato per simboleggiare l’era “pre-Sessantotto”, quindi pre rivoluzione (femminista e sessuale): una dichiarazione che mi è sembrata spaventosa, specie in un momento storico in cui si torna a discutere di diritti. In particolare negli Stati Uniti dove l’aborto è ancora fortemente osteggiato.

«Questo richiamo, più che storico o politico, è mitologico», mi ha spiegato Alice Avallone, antropologa digitale, trend forecaster e insegnante di Data Humanism alla Scuola Holden. «Si tratta di una fantasia, l’idea di un mondo regolato da norme leggibili, ruoli chiari, copioni condivisi. La donna era scelta, conquistata, protetta, e in un contesto caotico come quello di oggi può essere rassicurante».

Il fascino degli anni Cinquanta e Sessanta sulla GenZ

È così che possiamo spiegarci non solo il brano provocatorio di Jessie, ma tutti i fenomeni che sembrano spopolare negli ultimi anni. Dalle trad wife da migliaia di follower che narrano la loro vita perfetta (decine di figli, Mormonismo, mariti che non sparecchiano nemmeno la tavola), al ritorno dell’estetica coquette (tutta pizzi e fiocchetti) o quella iper-modesta del trend demure.

«Le ragazze che si fanno portavoce di questi movimenti sono spesso giovanissime: non subiscono un immaginario, lo scelgono», continua Avallone. «Quella che mostrano è una femminilità fragile, sottomessa e decorativa, ma accompagnata a strumenti ultra-contemporanei, dall’editing fatto con l’iPhone al sound design. È una regressione vendibile perché il suo potere è la leggerezza: tutto è soft, dai toni pastello».

La migliore amica dell’uomo

Pensando alla «leggerezza in tinte pastello» non può che venirmi in mente Sabrina Carpenter, la pop star del momento che ha conquistato il mondo con la hit Espresso. Sabrina è l’idolo tanto delle ventenni quanto delle bambine, forte della sua estetica (creata ad hoc): segni col rossetto che rimandano al coquette core, body da pinup, ironia sbarazzina e sexy, videoclip pieni zeppi di citazionismo.

Dopo il successo di Short ‘n sweet, il suo sesto e ultimo album, e la tournée sold out (in cui ha dedicato a ogni città una coreografia erotica specifica), la cantante ha annunciato il suo nuovo album, Man’s best friend («Il migliore amico dell’uomo»). In copertina, una foto che la vede a quattro zampe a terra mentre un uomo in giacca e cravatta la trascina per un ciuffo di capelli. Come se non bastasse, nel video del singolo di lancio – Manchild – ha riprodotto una delle scene più iconiche del film Lolita.

Lo stesso gioco di Murph, che in 1965 sfoggia l’acconciatura e il makeup di Priscilla Presley, uniti a un sound volutamente simile a quello di Amy Winehouse. «Tutte queste icone hanno una cosa in comune: la loro storia è stata costruita attraverso lo sguardo altrui. Sono figure sovraesposte e idealizzate, che oggi diventano simboli di bellezza tragica», spiega sempre Avallone.

Ispirarsi a loro significa mettersi in scena senza esporsi pienamente: c’è un’identificazione visiva, in cui si prendono in prestito i vestiti, il trucco, i gesti, ma privati del conflitto che invece queste figure hanno dovuto vivere.

Non è propaganda, ma una richiesta

Non stupisce che tutto questo faccia breccia sulle giovani generazioni, in particolare GenZ e adolescenti. In un mondo senza più regole e in cui vige la libertà assoluta, i ragazzi si sentono persi: cercano guide, ma anche norme da seguire, rassicurazioni. Queste figure sono libere e moderne, e al contempo offrono immagini rassicuranti, accudenti.

«Le ragazze oggi entrano nel mondo delle relazioni in una fase liquida e non hanno la possibilità di passare per modelli intermedi, come invece hanno fatto le generazioni precedenti. Queste estetiche offrono loro una sorta di grammatica sentimentale precompilata».

Sabrina, le trad wife, Jessie eccetera non sono le guide verso una regressione collettiva: non inneggiano alla rinuncia ai diritti, ma alla riscoperta della leggerezza. La complessità, l’iperstimolazione e la fluidità fanno sentire liberi, sì, ma anche persi. E oggi che persino i pochi punti di riferimento non sembrano funzionare (pensiamo al fenomeno della dating fatigue o dell’eteropessimismo), il bisogno di esempi è sempre più forte.

«Adore me, hold me and explore me, mark your territory»!

In una puntata iconica di Fleabag, la protagonista (si) confessa: «Voglio qualcuno che mi dica cosa indossare al mattino. Cosa mangiare. Cosa farmi piacere, cosa odiare, per cosa arrabbiarmi. […] Voglio qualcuno che mi dica come vivere la mia vita, perché ad oggi credo di averlo fatto nel modo sbagliato».

È questo che l’idea dell’«amore anni ’60» offre alla GenZ: una narrazione rassicurante in cui rifugiarsi quando pensare al presente (figuriamoci al futuro) diventa troppo pesante. Una storia superata, certo, ma che è facile da idealizzare.

«Non dobbiamo spaventarci e cercare di censurare queste figure o questi messaggi», conclude Avallone, «ma provare a creare nuovi spazi di racconto dove trovare linguaggi affettivi più complessi. Accettare anche l’imperfezione, ma a patto che ci sia autenticità».

Amiamoci come nel 1965 ma nel 2025, quindi: con le lettere scritte a mano, le prove di devozione, la voglia di scendere a compromessi. I diritti teniamoceli tutti, però, e anche le consapevolezze. Ad appesantirci è l’idea di star fallendo se siamo sole, di non essere abbastanza, di non aver capito come vivere la vita: ma questa paura la dobbiamo affrontare da sole, non c’è uomo o pop star che possa farlo per noi.