Ogni volta che mi trovo in difficoltà economica, che per noi freelancer Gen Z è praticamente una comfort zone, le mie storie Instagram mascherano la situazione. Tra dolcetti a 5 euro, matcha aromatizzati, snack e nuovi portafortuna, a giudicare dalle foto sul nostro profilo, io e le mie amiche sembriamo Hailey Bieber e Kendall Jenner durante un giornaliero pit stop all’Erewhon di Los Angeles. E invece le nostre chat sono piene di preoccupazioni su rate, stipendi in ritardo, affitti puntuali e fatture. Come noi, la maggior parte dei coetanei vive immersa nella “little treat culture”: oggi risparmiare sembra non bastare più a vivere una vita dignitosa, e allora tanto vale concedersi tutto, un piccolo acquisto alla volta.

Little treat culture, l’illusione dei piccoli acquisti quotidiani

L’inganno è già nel termine, little treat, che si traduce letteralmente con «una piccola coccola». Invece di identificarlo come una spesa inutile sul lungo periodo, associamo l’idea di benessere – e di atto di cura verso noi stessi – all’acquisto che non è un investimento. E ci sbagliamo: c’è un mercato, fiorente come non mai nell’era dei Labubu, che si basa proprio su questi prodotti non troppo costosi, con l’obiettivo di spingerci a comprare sempre di più.

Ad aggravare la situazione ci sono i social media, con fenomeni come il social spending (gli acquisti fatti per dimostrare online di star “vivendo bene”) e una generazione con sempre meno sicurezze. È proprio sulla Gen Z che la little treat culture fa particolarmente breccia, perché promette piccole rate di serotonina, l’antidoto alla FOMO da social e persino la cura all’epidemia di solitudine, quando intorno al little treat ruotano le uscite con gli amici e i discorsi.

Davvero spendere ci rende felici?

«L’idea che l’acquisto ci dia benessere è da chiarire», spiega Annalisa Monfreda, giornalista e co-fondatrice di Rame, piattaforma di educazione finanziaria. «La verità è che la felicità che deriva da una spesa è assolutamente fuggevole e per niente duratura, perché quello che davvero ci fa stare bene è l’aspetto relazionale che ne deriva». Diversi studi – uno dei più famosi è quello di Dunn, Aknin & Norton del 2008 – confermano infatti che la felicità non è realmente legata all’acquisto, ma al contesto. Nell’esempio citato, i ricercatori hanno scoperto che, dando a un campione di persone una somma di denaro da spendere a piacere, i più felici alla fine dell’esperimento erano quelli che l’avevano donata o usata per fare del bene.

Salvaguardare l’inutile, ma senza esagerare

Eppure, in un’epoca dove ogni pensiero e ogni azione non orientati alla produttività sono in qualche modo rivoluzionari, la little treat culture può anche farci bene. Sono piccoli acquisti inutili che facciamo solo per noi, a volte ci cambiano la giornata e ci permettono di superare i picchi di stress. Dove si traccia dunque il confine tra l’effettiva coccola e la dipendenza da acquisto? «Prima di tutto, bisogna chiedersi se la nostra spesa inutile abbia un costo irrisorio per tutti. Spendere poco su Shein o Temu significa far spendere ad altri molto di più, e danneggiare il pianeta», spiega sempre Monfreda. «Il senso dell’inutile, anche in termini di acquisto, è da salvaguardare: può essere prezioso, ma solo se fatto con consapevolezza, senza confondersi».

Non c’è niente di male nel concedersi qualche spesa inutile ogni tanto, ma bisogna fare attenzione a non esagerare. Se è pur vero che, soprattutto per la Gen Z, risparmiare non sembra portare vantaggi concreti a breve termine, pensare sul medio-lungo periodo può essere la chiave per non perdere la bussola.

«Invece che porsi obiettivi ormai irraggiungibili, come l’acquisto di una casa o di una macchina, imponendosi di rinunciare alla vita sociale il più possibile, è meglio porsi piccoli obiettivi», conclude Monfreda. «Che sia una piccola vacanza da pagarsi senza bisogno dell’aiuto dei genitori o un’estate davvero senza pensieri. Se ci si dà un obiettivo chiaro, si è naturalmente spinti a dosare ogni acquisto, soprattutto i più inutili».