Come sono cambiati i Cinquestelle dal Vaffa Day a oggi

04 10 2019 di Francesco Oggiano
Credits: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

L’incontro tra Grillo e Casaleggio. Il battesimo in un teatro nel 2009. E poi: i Vaffa day, la conquista di Roma, del Parlamento e del governo. Dopo un decennio, ecco com’è cambiato il Movimento che sognava la rivoluzione

Iniziò tutto con un sospetto di pazzia. Nel 2004 tale Gianroberto Casaleggio, imprenditore digitale, raggiunse Beppe Grillo nel suo camerino dopo uno spettacolo e gli disse: «Tu hai la credibilità, io la competenza. Insieme costruiremo un blog tra i primi 10 al mondo e un nuovo movimento politico». Il comico ricorderà anni dopo: «Tutto mi fu chiaro: era un pazzo».

Il primo post sul blog è datato 26 gennaio 2005: «Scrissi una roba sul fatto che ero diventato “un partigiano della Terza guerra mondiale, quella dell’informazione”. E poi stetti lì tutta la notte, aspettando che qualcuno mi rispondesse. Al mattino la prima risposta. Era il mio vicino di casa: “Che cazzo fai? Ti sei montato la testa?”» scherzerà Grillo. Il resto è storia.

Il comico e l’imprenditore creano in tutte le principali città italiane i Meetup degli Amici di Beppe Grillo, gruppi online che mettono in comunicazione i seguaci del blog; nel 2007 organizzano il primo V-Day (Vaffa day) a Bologna, raccogliendo 300.000 firme per proporre l’incandidabilità dei parlamentari condannati; pochi mesi dopo presentano le prime liste civiche a 5 Stelle nei Comuni; infine, fondano il Movimento 5 Stelle.

La nascita della “nuova creatura”

Il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco d’Assisi, seduti in prima fila c’erano Adriano Celentano e Claudia Mori. Nei posti dietro, al teatro Smeraldo di Milano, centinaia di attivisti in delirio e pochissimi giornalisti. Sul palco, Beppe Grillo che parlava di democrazia diretta, si scagliava contro i partiti al potere e annunciava la nascita di una nuova creatura politica.

Nel giro di 10 anni, quella creatura ha fatto eleggere il primo consigliere nel 2010 in Emilia (Giovanni Favia), il primo sindaco di una grande città nel 2012 a Parma (Federico Pizzarotti), i primi parlamentari nel 2013 (163 tra deputati e senatori), il primo cittadino della Capitale nel 2016 (Virginia Raggi) e suggerito il suo primo premier nel 2018 (Giuseppe Conte). Ultimo, ma non per importanza, è andato al governo per 2 volte.

Il sogno della democrazia diretta

A decretarne il successo è sempre stato un mix di più fattori: antipartitismo, capacità di cavalcare e alimentare meglio di chiunque altro la sfiducia degli italiani verso la classe politica, indignazione nei confronti della “casta”, volontà di tagliare il numero dei parlamentari e, in un secondo momento, speranza in misure come il reddito di cittadinanza e i tagli agli sprechi. Negli anni ogni vittoria è stata affiancata da una polemica e da un cambiamento di strategia, considerato da molti come un tradimento del proprio passato.

La democrazia diretta, principio fondante del Movimento, ha lasciato il passo a una sorta di oligarchia, in cui a comandare è il “capo politico” (al momento il ministro degli Esteri Luigi Di Maio) di concerto con Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, scomparso nel 2016. Lo stesso anno in cui nasce la piattaforma web Rousseau, pensata perché gli attivisti M5S potessero proporre nuove leggi e discutere le misure presentate dai parlamentari: le votazioni sono state quasi tutte dei plebisciti, utili più che altro a Di Maio a ottenere una legittimazione popolare.

Le ospitate in televisione sono state prima vietate, poi permesse, infine organizzate dal potente ufficio di comunicazione diretto da Rocco Casalino. I giornalisti sono stati definiti in questi anni “sciacalli”, “p…ne”, “infami”. Le alleanze con gli altri partiti sono state prima snobbate e poi cercate, sia con la Lega di Matteo Salvini sia con il Pd di Nicola Zingaretti.

Le alleanze a destra e a sinistra

Una caratteristica, in questi 10 anni, il Movimento 5 Stelle l’ha sempre mantenuta: la sua liquidità. «È il partito più capace di cambiare se stesso, in base al sentiment della Rete» spiega Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University. «Il Movimento si è dimostrato come la Democrazia cristiana: presiede il centro del panorama politico e, da quella posizione, è capace di allearsi a seconda della convenienza con partiti di destra e di sinistra. Sa comportarsi contemporaneamente da forza di lotta e di governo».

Le 2 pulsioni sono impersonate dai personaggi più popolari del M5S: Luigi Di Maio, napoletano, l’anima di governo alla ricerca di nuovi compromessi, e Alessandro Di Battista, romano, l’anima di lotta impegnata a tenere i legami con la base.

L’altalena dei consensi

Nell’ultimo anno e mezzo a prevalere è stato l’assetto di governo. La difficile coesistenza con Matteo Salvini ha portato i Cinquestelle a perdere quasi la metà dei consensi, passando dal 32% delle Politiche 2018 al 17% delle Europee 2019. Poi, dopo la rottura della Lega, il M5S ha fatto quello che 10 anni fa nessuno avrebbe immaginato: un’alleanza con il Partito Democratico.

A benedire l’accordo è stato lo stesso Beppe Grillo, tornato a farsi sentire dopo un periodo di silenzio. Si dice che il fondatore del Movimento non vada troppo d’accordo con Davide Casaleggio e sia lontano dai giochi di potere. Lui preferisce il palco. E questa è l’unica cosa che non è cambiata.

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