Ci sono date che ricordiamo e altre che sembrano ricordarsi di noi. Per milioni di persone l’11 settembre 2001 appartiene alla seconda categoria. Basta pronunciarlo perché tornino alla mente le immagini delle Torri Gemelle, il fumo sopra Manhattan, le persone ferme davanti ai televisori. E quella storia non si è conclusa con il crollo degli edifici: ancora oggi emergono le conseguenze dell’11 settembre sulla salute dei soccorritori.
Il cinema si è trovato così davanti a una difficoltà insolita. Come trasformare in racconto qualcosa che il mondo aveva già visto accadere in diretta? I film sull’11 settembre hanno dato risposte molto diverse. Prima hanno raccontato una New York ferita. Poi sono arrivate le ricostruzioni degli attentati e le storie di chi è sopravvissuto. Altri registi hanno guardato al lutto, alle guerre e alla caccia a Osama bin Laden. Con il passare degli anni è arrivata persino la commedia nera. Non per ridere delle vittime, ma per usare la satira contro terrorismo, fanatismo e paure della società post-11 settembre.
I primi film sull’11 settembre: quando Hollywood non mostrava ancora l’attentato
Uno dei film più importanti per capire questa prima fase è La 25ª ora di Spike Lee. Uscito nel 2002, non racconta gli attentati. Racconta Monty Brogan, interpretato da Edward Norton, uno spacciatore che sta per entrare in carcere. Ha un solo giorno di libertà prima di iniziare una condanna a sette anni.

Eppure l’11 settembre è ovunque. È nell’atmosfera, nella rabbia e soprattutto nella città. Spike Lee girò il film a New York pochi mesi dopo gli attentati e inserì nelle riprese anche Ground Zero. L’Academy ha definito La 25ª ora un ritratto della New York successiva all’11 settembre.
È proprio questa presenza indiretta a renderlo significativo. Il protagonista teme il proprio futuro, mentre intorno a lui un’intera città cerca di immaginare il suo. L’attentato non ha bisogno di essere ricostruito. È diventato parte del paesaggio emotivo.
Nello stesso periodo arriva 11’09″01 September 11, film collettivo costruito attraverso undici cortometraggi firmati da registi di diversi Paesi. Il progetto mostra subito quanto possa cambiare la prospettiva quando l’11 settembre viene osservato fuori da Hollywood.
Il cinema, insomma, comincia ad avvicinarsi alla tragedia senza avere ancora trovato un unico linguaggio. E forse proprio questo è il punto. Non esisteva un modo condiviso per raccontare qualcosa di così recente.
“United 93” e “World Trade Center”: l’11 settembre diventa cinema
Bisogna aspettare il 2006 perché due grandi produzioni affrontino direttamente quella giornata. Lo fanno quasi contemporaneamente e in modi profondamente diversi.
Paul Greengrass dirige United 93, dedicato al quarto aereo dirottato l’11 settembre. Il volo non raggiunse il bersaglio previsto e precipitò vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo la reazione dei passeggeri e dell’equipaggio.
Greengrass sceglie uno stile asciutto, quasi documentaristico. Riduce al minimo la distanza tra lo spettatore e ciò che accade. Non costruisce eroi nel senso tradizionale del termine. Mostra persone comuni che capiscono progressivamente quale situazione stanno vivendo e decidono di reagire.
Il risultato è un film difficile da guardare proprio perché rinuncia a molti strumenti rassicuranti del cinema. Lo spettatore conosce già la conclusione. La tensione nasce dall’osservare persone che, invece, la stanno scoprendo minuto dopo minuto.
Nello stesso anno Oliver Stone sceglie un punto di vista differente con World Trade Center. Il film segue due agenti della Port Authority Police Department rimasti intrappolati sotto le macerie dopo il crollo delle torri.
Qui il centro del racconto non è soltanto l’attentato. Sono l’attesa, i soccorsi, le famiglie e la possibilità di sopravvivere. Stone, regista spesso associato a un cinema fortemente politico, sceglie soprattutto la dimensione umana.
I due film mostrano quanto possa essere diverso raccontare la stessa giornata. United 93 porta lo spettatore dentro il tempo dell’attentato. World Trade Center cerca, invece, le persone sotto le immagini che tutti ricordiamo.
Dopo le Torri Gemelle: i film che raccontano lutto e memoria
A un certo punto il cinema smette di chiedersi soltanto che cosa sia accaduto l’11 settembre. Comincia a interrogarsi su una domanda forse ancora più difficile: che cosa succede dopo? È un meccanismo che ritorna spesso quando il cinema incontra la Storia: ad esempio, anche Io sono ancora qui parte da una ferita collettiva per raccontarne le conseguenze nella vita di una famiglia.
Reign Over Me del 2007 sceglie il dolore privato. Adam Sandler interpreta Charlie Fineman, un uomo che ha perso la moglie e le figlie negli attentati. La sua vita si è fermata mentre quella degli altri è andata avanti.
Il film evita la ricostruzione spettacolare. L’11 settembre diventa un’assenza che accompagna il protagonista. Il centro della storia è il tentativo di tornare a stabilire un rapporto con il mondo.
Un approccio diverso caratterizza Molto forte, incredibilmente vicino (Extremely Loud & Incredibly Close), diretto da Stephen Daldry e uscito nel 2011. Tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer, segue un bambino che ha perso il padre nell’attentato.
Una chiave trovata tra gli oggetti paterni lo spinge attraverso New York alla ricerca della serratura corrispondente. La ricerca concreta diventa così un modo per attraversare il lutto.
C’è poi Remember Me, del 2010, con Robert Pattinson ed Emilie de Ravin. Per gran parte della sua durata sembra un dramma sentimentale e familiare. Solo nel finale l’11 settembre irrompe nella storia.
È una scelta narrativa che ha suscitato discussioni proprio perché utilizza un evento storico reale come improvvisa svolta drammatica. Ma è anche la dimostrazione di quanto quella data fosse ormai entrata nell’immaginario cinematografico.
Non era più necessario costruire un film interamente intorno agli attentati. Bastava una data, un luogo, una finestra su Manhattan perché lo spettatore comprendesse immediatamente ciò che stava per accadere.
Da “Fahrenheit 9/11” a “Zero Dark Thirty”: il cinema guarda al dopo
L’11 settembre non ha cambiato soltanto New York. Ha modificato la politica internazionale, il rapporto con il terrorismo e la storia degli Stati Uniti. Inevitabilmente, anche il cinema ha iniziato a raccontarne le conseguenze.
È un problema che il cinema continua ad affrontare: Christopher Nolan, con Oppenheimer, ha trasformato un altro momento spartiacque del Novecento in un racconto costruito intorno all’uomo che ne fu protagonista.
Nel 2004 Michael Moore realizza Fahrenheit 9/11. Il documentario concentra l’attenzione sull’amministrazione di George W. Bush e sulle scelte politiche successive agli attentati. Il Festival di Cannes lo premiò con la Palma d’oro.
Il registro cambia completamente. Non siamo più davanti alla ricostruzione di una tragedia o all’elaborazione del lutto. L’11 settembre diventa il punto di partenza per interrogare il potere, le guerre e il clima politico americano.
Quasi un decennio dopo arriva Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Il film segue la lunga caccia a Osama bin Laden fino all’operazione statunitense del 2011 nella quale il leader di al-Qaeda venne ucciso.
Anche qui gli attentati restano all’origine della storia, ma il centro narrativo si è ormai spostato. Il cinema guarda alle conseguenze dell’11 settembre su un arco temporale molto più lungo.
È quello che potremmo chiamare il «lungo 11 settembre»: non più una singola mattina, ma gli anni che quella mattina ha contribuito a determinare.
Si può ridere dell’11 settembre? La strada della commedia
È probabilmente la svolta più sorprendente. A distanza di alcuni anni, persino il terrorismo entra nel territorio della commedia. Occorre però fare una distinzione importante: film come Four Lions non fanno ridere dell’11 settembre né delle sue vittime.
La black comedy di Chris Morris, uscita nel 2010, racconta un gruppo di aspiranti jihadisti britannici tanto fanatici quanto maldestri. Il bersaglio della satira è il fanatismo stesso, insieme alla stupidità e alle contraddizioni dei protagonisti.
Il British Film Institute sottolinea proprio questo delicatissimo equilibrio. Four Lions riesce a trasformare in satira lo zelo fanatico senza rendere meno terribile la realtà degli attentati suicidi e degli omicidi di massa.
Ed è significativo che un film del genere arrivi quasi dieci anni dopo l’11 settembre. La distanza temporale ha cambiato ciò che il cinema può permettersi di raccontare e, soprattutto, il modo in cui può farlo.
Morris torna su un territorio vicino nel 2019 con The Day Shall Come. Questa volta la satira si sposta sulle operazioni antiterrorismo americane e sui meccanismi che possono trasformare individui marginali in presunte minacce. Il British Film Institute individua proprio nelle false operazioni antiterrorismo il principale bersaglio del film.
“Postal”, quando la commedia osa scherzare direttamente sull’11 settembre
Se Four Lions racconta attraverso la satira il terrorismo del mondo post-11 settembre, c’è un film che si spinge molto oltre. È Postal, commedia nera del 2007 diretta da Uwe Boll, liberamente ispirata all’omonima serie di videogiochi.
La provocazione arriva fin dalla scena iniziale. Il film mette in scena due dirottatori a bordo di uno degli aerei dell’11 settembre e trasforma gli istanti che precedono l’attentato in una gag. I due discutono sulla ricompensa promessa ai martiri in paradiso e arrivano a mettere in dubbio il loro piano. Subito dopo, durante la colluttazione nella cabina di pilotaggio, l’aereo finisce contro una delle Torri Gemelle.
È una scelta volutamente estrema. Postal non cerca il realismo di United 93, né l’elaborazione del dolore di Reign Over Me. Boll utilizza invece l’11 settembre all’interno di una satira grottesca che vuole oltrepassare deliberatamente i confini del buon gusto. Proprio per questo il film e la sua sequenza iniziale provocarono forti polemiche.
Tra i film di questa panoramica, Postal occupa quindi un posto particolare. Non è semplicemente una commedia nata nel clima successivo agli attentati: è uno dei casi più espliciti in cui il cinema comico ha trasformato direttamente l’11 settembre in materia satirica.
Ed è anche il titolo che rende più evidente quanto sia cambiato, nel giro di pochi anni, ciò che il cinema era disposto a mostrare e persino a mettere in discussione attraverso una risata scomoda.