Al buio, in camerino, c’è Chris Hansen (Robert Pattinson) che prova la sua battuta d’entrata. È così che facciamo conoscenza con il protagonista di Primetime, il (realmente esistito) conduttore di To catch a predator (uno speciale all’interno del programma di true crime Dateline della NBC), in cui si incastravano e arrestavano pedofili in diretta.
Tra il 2004 e il 2007, gli episodi condotti da Hansen catturavano così tanti spettatori da competere con Lost in prima serata (appunto, il cosiddetto primetime). Ma l’innalzamento dell’asticella per meritare la fiducia del pubblico e dell’emittente ha portato la produzione a compiere scelte orientate sempre più a scioccare i telespettatori. Arrivando a perdere il senso del limite, e infine causando una tragedia (ovviamente in diretta). Il film di Lance Oppenheim, documentarista che esordisce al cinema in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è molto accurato – tanto che Hansen si sarebbe “molto offeso” per l’accento forzato di Pattinson. Ma a rapire davvero sono le performance del cast, che lasciano senza parole e non scendono mai di livello.
Primetime non è sopravvalutato
Uscendo dalla Sala, infatti, il mio primo pensiero è stato “Si dirà che è sopravvalutato”. Forse qualcuno l’ha già scritto nel Muro del CodaCons, dove si riservano su anonimi fogli di carta i feedback più duri. Perché, nonostante di Pattinson si parli costantemente sin dall’annuncio dell’approdo al Lido, Primetime non è affatto un film facile da promuovere. È il racconto di una parentesi – nella vita e carriera di Hansen e, più in generale, nella storia moderna della televisione – ma non è una metafora di un Viaggio di Icaro, non è un racconto universale. È, come è sempre più raro al giorno d’oggi al cinema, solo un film, un racconto, una fotografia.
Per questo è difficile spiegare le ragioni per cui merita di essere visto, per cui merita il successo (anche se forse non il Leone, ecco). La verità è che se non siamo usciti delusi dalla Sala è perché ogni attore ha fatto una performance strepitosa. A partire da Pattinson di cui ormai persino tessere le lodi è superfluo. Phoebe Bridgers, cantautrice esordiente al cinema, con meno di dieci battute ha rubato la scena ogni volta che appariva sullo schermo. E Merrit Wever, che già in Storia di un matrimonio aveva lasciato tutti senza parole, in Primetime è la vera stella.
Se volete fare il cinema, andate a guardare Primetime
Più che il film da Leone d’oro, Primetime è la vera masterclass di questo Festival. Due ore per ricordarsi come si fa ad entrare in un personaggio, come si rende reale uno schizzo su un copione, come si emoziona la gente. Siamo tutti Dan Plum (un altro magnifico, Skyler Gisondo) davanti a queste – diciamolo – stelle del cinema. Che scena dopo scena sembrano incarnare i loro personaggi più delle persone, in carne ed ossa, a cui si ispirano.
E se la storia è l’ennesimo racconto di egocentrici che perdono il contatto con la realtà, con le sue fotografie così chiare è facile ridere persino dei ritratti più duri. È facile identificarsi in quella redazione di gente che punta alla Luna e si scorda della Terra. Facile pensare “Ecco, quello sono io”, quando chi vuole licenziarsi trova un’altra ragione per amare il proprio lavoro e chi assicura di sapere tutto non ha la minima idea di quello che sta facendo.
Sì, Primetime non è un film pop, non è un A24 particolarmente alternativo né difficile da comprendere. Ma è un film di altissimo livello, che ci ricorda l’importanza della tecnica. E oggi che Oppenheim e Nathan Fielder hanno annunciato l’arrivo di un documentario su Elizabeth Holmes tenuto segreto fino all’ultimo, è anche un’ottima occasione per mettersi in pari con un regista di talento. Di cui sentiremo parlare a lungo, almeno per un altro anno.