La Corte d’assise d’appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Tramontano, uccisa il 27 maggio del 2023 a Senago, in provincia di Milano. La decisione è stata presa lunedì 26 ottobre, al termine di un nuovo processo d’appello, e all’ergastolo si aggiungono tre mesi di isolamento diurno. Non sono passate inosservate le parole della sorella della ragazza.
Sul piano della pena la sentenza cambia poco. Sul piano del significato però stabilisce che la morte di Giulia fu l’esito di una decisione maturata nel tempo e non di un gesto improvviso. È un principio che pesa nel modo in cui si raccontano i femminicidi, spesso ricondotti a un momento di rabbia o a una perdita di controllo.
L’omicidio di Giulia Tramontano
Quando è stata uccisa, Giulia Tramontano aveva 29 anni ed era incinta di sette mesi di Thiago, il figlio che aspettava insieme a Impagnatiello.
Il 27 maggio del 2023 aveva incontrato a Milano la donna di 23 anni con cui il compagno aveva una relazione parallela. In questo modo aveva scoperto la sua doppia vita.

Quella sera, tra le 19 e le 20.30, è stata uccisa con 37 coltellate nell’appartamento in cui viveva con lui a Senago. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Alessandro Impagnatiello ha poi cercato di dare fuoco al corpo, prima in casa e poi all’esterno. Poi lo ha tenuto per alcuni giorni tra il garage e la cantina, fino a trasportarlo in auto e abbandonarlo in via Monte Rosa, a poche centinaia di metri dall’abitazione.
Nel frattempo l’uomo aveva finto di non sapere che cosa fosse accaduto. Il giorno dopo il delitto si era presentato in caserma per denunciare la scomparsa della compagna, e a lei erano stati attribuiti anche messaggi di addio scritti in realtà da lui.
L’arresto di Alessandro Impagnatiello e il processo
Le indagini si sono concentrate presto su Alessandro Impagnatiello, che era stato lui stesso a denunciare la scomparsa della compagna il giorno dopo il delitto.
Nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno del 2023 ha confessato davanti alle pubbliche ministre e ha indicato ai carabinieri il luogo in cui aveva abbandonato il corpo di Giulia, che è stato ritrovato poco dopo. È stato quindi arrestato, e il processo è iniziato nel gennaio del 2024 davanti alla Corte d’assise di Milano.
Nel corso del dibattimento è emerso che nei mesi precedenti al delitto le aveva somministrato veleno per topi, a partire dal dicembre del 2022. A gennaio del 2023 aveva cercato online quanto ne servisse per uccidere una persona.
Il 25 novembre del 2024 la Corte d’assise di Milano lo ha condannato all’ergastolo, riconoscendo le aggravanti della convivenza, della crudeltà e della premeditazione.
In appello, a giugno del 2025, la pena è stata confermata ma la premeditazione è stata esclusa. Secondo i giudici infatti l’avvelenamento aveva lo scopo di provocare un aborto e non la morte della donna.

La procura generale ha fatto ricorso e la Cassazione ha disposto un appello bis limitato a questo punto. Ha rilevato che non erano stati valutati l’aumento delle dosi di veleno negli ultimi mesi e gli elementi che indicavano un proposito di uccidere già maturato da tempo.
L’aggravante della premeditazione, in cosa consiste?
La premeditazione è un’aggravante dell’omicidio prevista dall’articolo 577 del Codice penale, che per questi casi stabilisce la pena dell’ergastolo.
Secondo la giurisprudenza della Cassazione, per riconoscerla servono due elementi: da una parte una decisione di uccidere ferma e irrevocabile, che resta nella mente di chi agisce senza interruzioni fino al momento del delitto, dall’altra un intervallo di tempo apprezzabile tra il sorgere di questo proposito e la sua realizzazione, durante il quale la persona avrebbe potuto ripensarci.
Per questo la premeditazione si distingue dalla semplice preparazione dei mezzi necessari a commettere il reato, perché indica una determinazione fredda e duratura.
Nel caso di Alessandro Impagnatiello il riconoscimento dell’aggravante non modifica l’ergastolo, già confermato, ma comporta tre mesi di isolamento diurno. Secondo la Cassazione, l’aumento delle dosi di veleno nell’ultimo periodo prima del delitto era un elemento da valutare per stabilire da quando fosse maturato il proposito di uccidere Giulia. Le ragioni della Corte d’assise d’appello di Milano saranno rese note con il deposito delle motivazioni, previsto entro quarantacinque giorni.