Alessandro Impagnatiello, che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di Giulia Tramontano e del piccolo Thiago di cui la fidanzata era incinta, è stato riconosciuto in appello bis colpevole anche della premeditazione. Uno dei femminicidi più efferati degli ultimi anni e che ci ha così profondamente colpito, potrebbe chiudersi. Ma la sentenza di oggi scava ancora una volta un ferita profonda tra la
freddezza delle norme procedurali e la carne viva del dolore.
Chiara tramontano e la vittimizzazione secondaria nei tribunali
Quando Chiara Tramontano chiede come sia possibile che l’uomo colpevole di aver ucciso sua sorella Giulia e il piccolo Thiago sieda in aula a pochi metri dalla famiglia, senza manette e in abiti civili, non sta solo ponendo un interrogativo giuridico: sta denunciando una forma silenziosa di vittimizzazione secondaria.
Nel nostro ordinamento — come nella giurisprudenza europea — il principio fondamentale impone che l’imputato assista al processo “libero nella persona”, privo di vincoli fisici. Le manette, quindi, sono previste solo in caso di provato pericolo di fuga o di violenza. L’obiettivo è nobile: evitare la gogna mediatica.
Famiglie delle vittime accanto agli imputati: che civiltà è?
È una conquista di civiltà giuridica a cui uno Stato di diritto non può rinunciare. Ma cosa accade quando questa garanzia formale si scontra con l’impatto emotivo di chi, in quell’aula, siede dalla parte delle vittime? Cosa succede quando questa garanzia formale si trasforma in un supplizio per i familiari della vittima?
Per la famiglia Tramontano, vedere Impagnatiello presentarsi a testa alta, vestito in abiti civili e a pochi metri di distanza, libero da costrizioni fisiche e in grado di incrociare lo sguardo dei familiari senza mostrare pentimento, crea una tensione psicologica insostenibile. Rappresenta un’ulteriore ferita, una percezione di impunità visiva che riapre continuamente il trauma.
«Ho pensato a tutti i modi per fargli provare anche solo una minima parte della sofferenza inflitta a Giulia», ha confidato Chiara, raccontando il peso insostenibile di quegli sguardi a pochi passi di distanza.
I familiari vanno protetti nei processi
Questo tema ci impone una riflessione profonda sul concetto di tutela e rispetto nelle aule di giustizia. Se è doveroso garantire un giusto processo all’imputato, deve essere altrettanto doveroso proteggere la dignità e la tenuta psicologica dei familiari che sopravvivono alla violenza. Un sistema giudiziario evoluto non può limitarsi ad applicare fredde procedure: deve farsi carico del micro-clima umano delle aule, garantendo distanze, protezioni visive e spazi separati che impediscano al processo di trasformarsi in un secondo calvario per chi ha già perso tutto.
Spesso infatti nei tribunali i familiari della vittima devono stazionare nei corridoi a pochi metri dall’imputato o dai suoi parenti. Non hanno accanto delle figure di affiancamento psicologico o assistenti sociali dedicati che li guidino attraverso le fasi del processo, spiegando i passaggi tecnici ed evitando l’effetto di alienazione e freddezza istituzionale che la procedura nelle aule lascia.
il lutto va rispettato
Rispettare il lutto e proteggere chi resta non significa smantellare le garanzie difensive dell’imputato, ma integrare l’empatia e la cura all’interno della macchina giudiziaria. Una società davvero civile si misura anche dalla sua capacità di garantire processi equi senza chiedere alle famiglie delle vittime di pagare un prezzo umano intollerabile.